[Dal Saggio «Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. L.» —
_Opere_, XVI, 263-268].
A’ 20 marzo del 1820, già da un anno e mezzo autore delle canzoni
_All’Italia_ e _Sopra il monumento di Dante_, Giacomo Leopardi
scriveva, levata a pena la mano dall’altra canzone _Ad Angelo Mai_,
in proposito di suoi disegni letterari, a Pietro Giordani, cosí[230]:
«la lirica da creare (e questa presso tutte le nazioni, perché anche i
francesi dicono che l’ode è la _sonata_ della letteratura)». _Sonate,
que me veux tu?_ scappò detto una volta all’autore della _Pluralità
dei mondi_ seccato di certa musica. Il Leopardi seguitava, notando, nel
settembre pure del 1820, tra i suoi Pensieri[231]:
La lirica si può chiamare la cima, il colmo, la sommità della
poesia, la quale è la sommità del discorso umano.... Il Say
nei _Cenni su gli uomini e la società_ [1817] chiama l’ode la
sonata della letteratura: è un pazzo se stima che l’ode non possa
esser altro, ma ha gran ragione se intende parlare delle odi che
esistono; massime delle francesi.
Con quelle parole, che fuor dell’intimità potevano parere un vanto,
il Leopardi non faceva che testimoniare un fatto, senza pur saperlo,
incominciato a manifestarglisi allora: _la lirica da creare_. Gli anni
che corsero dal 1815 al 1850 furono per tutta l’Europa la stagione piú
veramente lirica dal medio evo, cioè da Dante e dal Petrarca, in giú.
Fu lirica personale, d’armonia spesso discorde e sanguinante piú volte
di strazio, ma potente e profonda, di gran cuore e di grand’ala, come
quella che veniva sú dopo il verno del 1793 e il tonar dell’impero
e la ruina del 1814, nella inquietudine degli spiriti indolenziti di
lassezza ma pur aborrenti dal riposo, di contrasto fra la rivoluzione
e la riazione, fra la religione e la filosofia, fra l’uomo vecchio ed
il nuovo, dal cozzo tra il razionalismo arido del secolo decimottavo
trasmutatesi in una specie di morboso individualismo e le memorie del
medio evo rievocate in una trasfigurazione di cercata fede, di fantasia
voluta, di arte invocata. Non per tanto fu lirica vera, quale non
diedero e non potevano dare le età, pur cosí agitate, della Rinascita,
della Riforma e delle guerre di religione, perché troppo da un lato
legate alla scuola medievale e alla forma classica, e troppo dall’altro
affaccendate di propaganda e di fede; né l’età dell’assettamento
monarchico, che troppo soffocò nella poesia e nell’eloquenza la
personalità, né il sensismo inglese e francese, che troppo era contento
di sé. Proveniva, come tutta quasi la nova letteratura, pur con
direzioni diverse e per diverse correnti, dal movimento d’opposizione
a quel tirannico sensismo, a quel razionalismo leggero, iniziato dalla
prosa di Gian Giacomo Rousseau, che trascinò le anime con aspirazioni
di libertà e d’umanità e verso la natura poco determinate ed assai
confuse, e le eccitò quindi con trafitta di spasimo curioso che a punto
da quella indeterminatezza e confusione avevano origine.
Dal 1815 dunque al ’50 l’Europa ebbe la piú larga fioritura lirica che
mai; e il maggio fu tra il ’15 proprio e il ’35, a punto la stagione
produttiva di Giacomo Leopardi. Venendo ai particolari, la poesia
inglese è piú generalmente complessa nei generi, e non sempre distingue
tra epopea dramma e lirica: quelli ingegni eccellono egualmente nelle
tre forme. Pure a questi anni anche nella poesia inglese spirò piú
forte l’accensione lirica: di Giorgio Byron [n. 1788] va tra il ’12
e il ’17 _Il Pellegrinaggio del giovine Aroldo_: di Percy Shelley
[n. 1792] è del ’19 l’opera maggiore, dramma e lirica, _Prometeo
disciolto_; sono del ’20 le liriche formali, _Epipsychidion, Sensitiva,
Nuvola, Ode a Napoli_; del ’21 l’_Adonais_. Lirico in Francia il
temperamento e l’ingegno de’ due maggiori poeti: Alfonso Lamartine
[n. 1790] componeva nel ’17 e ’18 le prime _Meditazioni_, pubblicava
nel ’23 le nuove, nel ’30 le _Armonie_: Vittore Hugo componeva le
_Odi_ dal ’18 al ’29, dal ’23 al ’28 le _Ballate_; la prima edizione
delle _Orientali_ è del ’25, delle _Foglie d’autunno_ del ’31, dei
_Canti del crepuscolo_ del ’35. In Germania lo stesso: dal ’19 al
’21 le _Passioni giovanili_, dal ’22 al ’23 l’_Intermezzo lirico_,
dal ’23 al ’24 il _Ritorno_, dal ’25 al ’26 _Il mare del nord_, di
Arrigo Heine [n. 1798]: Augusto Platen [n. 1796] cominciò nel ’16 e
seguitò fino al ’33 i _Lieder_ e le _Ballate_, diè alla stampa nel
’21 le _Gazele_ e i primi sonetti, dal ’27 al ’31 compose le _Odi_ con
gl’inni e gl’idillii. Mi sono forse troppo indugiato in queste cifre
di cronologia, per vaghezza di mostrare quale superba e diversa flora
circondasse in Europa la produzione del Manzoni e del Leopardi. Byron
e Shelley nell’Inghilterra, Lamartine e Hugo in Francia, Heine e Platen
in Germania, il Manzoni e il Leopardi tra noi; cinque venti diversi del
medesimo spirito, e
movono a diversi porti
Per lo gran mar de l’essere e ciascuno
Con istinto a _lui_ dato che _lo_ porti.
Il Byron l’egoismo liberale, lo Shelley il socialismo ideale: il
Lamartine la meditazione sentimentale mistica, l’Hugo la concitazione
rappresentativa storica: il Platen l’espressione classica della
sensualità romantica, il Heine la plastica elevazione della imaginosa
natività popolare: il Manzoni l’umanazione della divinità cristiana
negl’inni, e nei tre cori e nelle due odi l’esaltazione della
provvidenza nella storia: il Leopardi l’elegia della sofferenza umana e
della doglia mondiale.
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Su questa ch’io dirò la doglia umana e mondiale e che altri può ben
chiamare il pessimismo e nullismo della poesia leopardiana, bisogna
intendersi. Carlo Leopardi, in un degli ultimi anni del viver suo,
diceva a Filippo Mariotti: «Giacomo, malinconico per natura, conobbe
súbito la forza della malinconia e dell’ironia e le adoprò scrivendo
come sapete»[232]. In queste poche e semplici parole d’un fratello e
confidente c’è un barlume per imboccar diritta la via verso le ragioni
primordiali della poesia leopardiana. Giacomo fin da’ primi anni e
da’ primi versicciuoli, mancandogli intorno l’aria della vita viva, se
mi sia permesso il pleonasmo, cioè sana, sanguigna e muscolare, mirò
sempre al letterato, cioè a crescere, foggiare, abbigliare in se stesso
il letterato futuro, niente vedendosi innanzi nel mondo oltre o sopra
la letteratura; e su lo sbocciargli animo e ingegno s’abbattè proprio
al momento quando intorno alla letteratura si saldava quella nube di
tristezza vaga che i francesi convennero di chiamare _male del secolo_
allora, e non da questo o da quello, ma da tutti insieme e da tutto
insieme, prese, dirò dantescamente, il primo sigillo.