IL LEOPARDI E LA CANZONE

[Dallo studio _Le Tre canzoni patriottiche_ di G. L. — _Opere_,

222-228].

Giacomo Leopardi, già composte queste prime canzoni, scriveva, il 19

febbraio 1819, al Giordani cosí: «Non è meraviglia che l’Italia non

abbia lirica, non avendo eloquenza: la quale è necessaria alla lirica

a segno che, s’alcuno mi interrogasse qual composizione mi paia la

piú eloquente tra le italiane, risponderei senza indugiare: Le sole

composizioni liriche italiane che si meritano questo nome, cioè le

tre canzoni del Petrarca, _O aspettata in ciel, Spirto gentil, Italia

mia_». Con che veniva a determinare il carattere delle tre canzoni

politiche del Petrarca e delle altre vere canzoni italiane di argomento

civile. La forma delle quali è propriamente la concione, come quelle

che venivano indirizzate da un cittadino maggiore per consiglio e

dottrina a uno o piú signori o vero a un gruppo di cittadini e al

popolo: al qual uopo del movere e persuadere non serviva nei comuni

italiani, come in Grecia e in Roma, l’orazione dell’_àgora_ o del

_foro_, l’eloquenza tra noi vivendo solo nelle chiese con l’omelia

il sermone e la prèdica. Per la Grecia invece quella che celebrava

le feste e tradizioni nazionali fu poesia di miti e di epos: canto

corale di strofi antistrofi ed epòdi, con giri e sòste della danza, di

giovani e fanciulle intorno all’ara del dio o nel vestibolo dell’eroe

era la lirica dorica di Pindaro e di Bacchilide, la quale specchiava

e rendeva il sentimento del popolo in generale anzi che quello del

solo poeta: se non che l’inno e l’epinicio appariano d’origine e

d’intenzione aristocratica, e quasi una persona sacerdotale pareva

il poeta, maestro insieme e conduttore de’ cori. In paesi per contro

maneggiati da governi piú mobili, in tempi di libertà piú agitata,

nel cozzo di personalità piú spiccate e recise, venne sú la poesia del

singolo cittadino, che commosso intendeva commovere a odio o ad amore,

a battaglia o a conciliazione, gli altri cittadini piú rapidamente ed

efficacemente che non potesse l’oratore. E questa poesia ebbe la strofe

melica, consistente di due o piú versi succedentisi nello stesso metro,

a cui seguivano uno o due d’altro: ed era accompagnata, cantando,

dal tócco della lira. Tale la lirica eolia, democratica, delle odi

alcaiche, saffiche, asclepiadee, che Orazio rinnovò in Roma nel

passaggio dalla repubblica all’impero.

Il Leopardi sentí che que’ suoi non eran giorni da rifare la lirica

politica delle strofi meliche, le cui parvenze rievocate dai tumidi

secentisti e dagli smilzi arcadi non riescirono mai vitali se non

animate dal canto; e la poesia nei tempi nostri quando cantata diviene

opera musicale e non può restare impressa del soggetto individuale,

per quanto commossa ella possa commovere; esempio, il coro del Monti

cantato alla Scala il 21 gennaio 1799. Di piú anche, per un’altra

parte, presentí bene il Leopardi che allo spirito della sua poesia, di

trista meditazione e d’elegia desolata, occorreva non impeto di note

che si raggruppassero e concentrassero, ma un increspamento di suoni

che si distendessero ondulando e dileguando lontani. E d’altronde

l’ode melica neoclassica il Monti il Foscolo il Manzoni, liberandola

con animo veramente poetico dal serbatoio degli arcadi, l’avean alzata

oramai a tal grado di perfezione, che molto difficile pareva ed era non

dico avanzarla in meglio sí mantenerlavi, e facilissimo anzi guastarla

esagerando, assottigliando, aggiungendo. Per ciò tutto il Leopardi

ritornò o pensò ritornare allo schema petrarchesco, ma con certe

condizioni.

E come nell’animazione interna della sua lirica al sentimento

petrarchesco e alla tempera del trecento accordava la reminiscenza

e la tradizione classica greca e latina (ma specialmente latina) e

c’infuse l’impeto originale dell’io suo e moderno, cosí variò certi

modi nella stanza già fissata da Dante alla canzone toscana che poi fu

detta petrarchesca. La stanza andava divisa in due parti, _fronte_ e

_sirima_; e la _fronte_ appariva composta di due _piedi_ rispondentisi

nell’abitudine delle rime e nell’_arsi_ del periodo logico e musicale;

e la _sirima_ era di piú combinazioni pur rispondentisi nella

abitudine delle rime e nella _tesi_ del periodo fino alla _chiusa_; e

_fronte_ e _sirima_ erano costrette insieme dalla _chiave_, un verso

che riprendeva l’ultima rima della _fronte_ aprendo la serie delle

_combinazioni_ alla _sirima_. Impossibile immaginare qui il suon

della lira che accompagnava la strofe melica eolia; non egualmente

impossibile, con un po’ d’immaginazione, riconoscervi una specie

dell’accordo di strofe e antistrofe ed epódo nel ballo corale figurato

della lirica dorica; accordo ora coartato nelle anguste proporzioni

d’un’armonia medievale, che poteva essere insieme ballata a calen di

maggio, lauda in chiesa e sonata orchestrale nella canzone-concione.

Tutt’insieme, per la consonanza e conformazione e amplitudine delle

stanze, la canzone petrarchesca o del trecento poteva rendere una

lontana illusione della piú solenne lirica dorica, mentre accomodavasi

certo a’ sonanti periodi d’una _concione_ ritmica. Per tutto questo

i poeti del Risorgimento negli argomenti pubblici di libertà e di

rivoluzione tornarono allo schema petrarchesco, che dalla rinnovazione

in poi dell’arte e del sentimento musicale su la fine del secolo

decimosesto era caduto un po’ in disuso: l’Alfieri nelle _Canzoni

americane_ [1781-83] e nel _Parigi sbastigliato_ [1789], il Foscolo

nel _Bonaparte liberatore_ [1797], il Monti nel _Congresso di Udine_

[1797] e nel _Congresso di Lione_ [1802], Francesco Benedetti nel

_Congresso di Vienna_ [1814], il Manzoni nel _Proclama di Rimini_

[1813]. Ma nella correzione ed esattezza della partizione metrica

vanno accosto al Petrarca soli il Monti, segnatamente nella canzone

del 1797, e il Manzoni; gli altri portarono nella veneranda canzone

dal piú al meno un po’ di disordine. Meglio avvisato il Leopardi,

guardando molto alle condizioni mutate della, per dir cosí, sintassi

musicale nel periodo lirico e cedendo un poco alle esigenze dello

spirito moderno suo e altrui, modificò, piú che già non facesse

il Chiabrera, la stanza antica, per modo che dalla configurazione

esteriore conservata uscí fuori una strofe nuova, leopardiana. Serbò

lo stesso numero di versi, endecasillabi e settenari, per ciascuna

stanza (salvo in due canzoni: quella per il monumento e quella alla

sua donna, dove, accorciando l’ultima, volle simulare il _congedo_

che ebbe giustamente bandito nelle altre); ma il genere dei versi e

talvolta l’ordine delle rime mutò alternativamente da stanza a stanza

di settenari in endecasillabi e da una in altra rispondenza; anche,

scemò il numero delle rime, limitandole ad alcune sedi fisse, fin che

le confinò nella chiusa; gittò la _chiave_; rese brusco il passaggio

tra le _volte_ e le _combinazioni_ e dalla _fronte_ alla _sirima_,

accavallando i versi e saltando per gli emistichii; e con ciò sveltí

e rese piú nervoso l’andamento della vecchia canzone che, mutato con

la innovata abitudine della musica il senso del movimento poetico,

pareva oggimai lento e uniforme. Tale la riforma metrica nella prima

maniera del Leopardi[229]. E mal fu detto ch’ei s’attenesse alla cosí

detta _selva_ di Alessandro Guidi in questo canto _All’Italia_ e negli

altri che seguono. Le poesie storiche e morali, le veramente liriche,

non idilliche ed elegiache, e, s’intende, non epiche ed epistolari,

il Leopardi le compose in canzoni di stanze regolate: il canto _A

Silvia_ del 1828 inizia la seconda riforma metrica nella seconda

o terza maniera del poeta. Ma chi parla del Guidi e de’ recitativi

del Metastasio mostra essere un orecchiante di arte poetica, assai

ignaro della dottrina metrica. Il Leopardi tornò alla verseggiatura

dell’_Aminta_ e del _Pastor fido_ puramente ricca, elegantemente

libera, variamente discorsiva, che gli si prestò cosí bene alle

meraviglie dei secondi idillii e alle meditazioni profonde e terribili

del _Pastore errante_, del _Pensiero dominante_, della _Ginestra_:

dell’_Aminta_ dico e del _Pastor fido_ che egli ammirava tra i quattro

o cinque monumenti principali della poesia nostra, dalla cui stessa

verseggiatura eran già derivati idillii ed epistole del Marini e

d’altri di quel tempo. Del resto, a parer mio, l’Aleardi fece male

a prendere anche lui i metri del _Passero solitario_ e del _Tramonto

della luna_ per verseggiare le lotte del Risorgimento.

Pagine di storia letteraria · 第 141 / 157 题