IL DISCORSO DI LECCO

[Discorso tenuto in Lecco, l’11 ottobre 1891 inaugurandosi un monumento

al Manzoni — _Opere_, XII, 306-309].

Ringrazio dell’onorifico invito la cortesia lombarda, tanto buona e

graziosa nel bel paese dei Promessi Sposi.

Mi rallegro con l’arte lombarda di questa imagine del poeta della

verità, tanto bene effigiata dallo scultore Confalonieri.

Sento ancora profondo l’insegnamento e il piacere della vera sana ed

alta cultura lombarda nelle eloquenti parole onde il senatore Negri

ha illuminato in tutti i suoi aspetti il genio e l’opera di Alessandro

Manzoni.

E a questa festa del Manzoni in Lecco, festa non pur nobilmente

provinciale ma gloriosamente italiana, io sono onorato di rappresentare

la Università di Bologna; ma, anche senza rappresentanza, sarei accorso

di gran cuore, come scrittore e come uomo.

Corre una leggenda di avversione mia al Manzoni. Avversario al Manzoni

io che prima d’ogni altra poesia seppi a mente il coro del Carmagnola,

e ho ancora a mente tutti gli inni sacri e le altre liriche, che a

quindici anni avevo letto già, cinque volte, i Promessi Sposi?

Nel triste decennio avanti il sessanta, quando certi _malvagi uccelli_

garrivano con sparnazzamenti delle lor brulle penne sotto il volo

dell’aquila lombarda, io ebbi il torto di pigliarmela con l’opera

religiosa del Manzoni. Ma ben tosto mi ravvidi, e credei e credo che

pur negli inni sacri, cosí schivi della dogmatica e della formalità

cattolica, risplendano quasi i principii stessi della rivoluzione,

la fraternità anzi tutto e l’egualità umana, e poi anche la libertà

intellettuale e civile, altamente sentiti da uno spirito cristiano con

la temperanza della filosofia e dell’arte italiana.

E mi dolsi e mi dolgo con rammarico, io che amo sopra tutto la gran

poesia in versi, che il Manzoni, giunto alla maggior potenza della sua

facoltà poetica con l’Adelchi e con la Pentecoste, quando mostrava piú

simpatica caldezza di rappresentazione che non il Goethe, piú armonica

saviezza d’invenzione che non l’Hugo, mi dolsi e mi dolgo che ristesse.

Colpa delle condizioni politiche pur troppo. Ma poiché dalla poesia

voltosi alla prosa e nella prosa intesa meglio la propria virtú geniale

fece del romanzo la gran vendetta su ’l dispotismo straniero e su ’l

sacerdozio servile ed ateo, io mi costringo a sentire meno acerbo il

rammarico delle grandi opere di poesia ch’egli poteva ancor fare.

Il sacerdozio comprese, e smorzò ben presto l’accensione per gl’inni

sacri. Don Abbondio era una comica ammonizione al basso clero, padre

Cristoforo e il cardinal Federico erano un tragico rimprovero al clero

alto. Certi ammonimenti e certi rimproveri la Curia romana non li

vuole; e forzò il cattolicismo a respingere la mano che verso la metà

del secolo l’ingegno e la dottrina laica gli porgevano.

La Curia romana respinse l’arte sovrana del Manzoni, l’eloquente

dialettica del Gioberti, l’alta filosofia e la virtú incontaminata del

Rosmini. Meglio cosí. Io applaudo ad Alessandro Manzoni.

E applaudo a quella grande arte lombarda, che in tre tappe (perdonatemi

il barbaro termine) rinnovò la coscienza letteraria e civile di nostra

gente: la _moralità_ co ’l Parini, la _realtà_ co ’l Porta, la _verità_

co ’l Manzoni. E come la _verità_ intuita in tutti i suoi aspetti da

un grande e sereno intelletto, da un animo alto e puro, diviene per se

stessa _idealità_, io applaudo all’interezza dell’arte in Alessandro

Manzoni.

Viva l’Italia!

Pagine di storia letteraria · 第 140 / 157 题