[Dal Saggio critico «A proposito di alcuni giudizi su A. Manzoni» —
_Opere_, III, 205-219].
Intorno alla maggiore opera dello scrittor milanese, I Promessi Sposi,
io preferirei tacermi, perché nulla ho da aggiungere o da innovare
alle moltissime lodi che se ne fecero e se ne fanno, e ben poco di
nuovo avrei da osservare circa gl’intendimenti morali e l’influenza di
quell’opera su la nostra generazione e su quella dei nostri padri; a
che fare né meno sarebbe questo il luogo od il tempo. Desidererei che
Enrico Panzacchi svolgesse piú largamente quel che nella sua lettura
notò con acutezza e verità circa il pessimismo di quel romanzo famoso,
nel quale tutti i personaggi sono insigni ribaldi o ipocriti o codardi
e furbi volgari e poveri di spirito, eccetto il cardinal Borromeo e
il padre Cristoforo. Pare lo scetticismo della vecchia società che
rifugiasi in chiesa: co ’l Byron erasi sviato alla vita selvaggia, tra
pirati e briganti: co ’l Leopardi erasi, per disperato, capovolto nel
nulla.
Ma io mi proposi di dire il parer mio non tanto su ’l Manzoni quanto su
i pareri o le sentenze gittate intorno alle opere del Manzoni. E per
ciò eccomi al signor Rovani. Chi fosse «l’illustre ma invidiosissimo
ingegno», il quale, secondo afferma il signor Rovani, «tentò insinuare
alla turba ciecamente seguace» che i Promessi Sposi non fossero stati
che «un nuovo romanzo da aggiungersi alla lunga serie delle opere
di Walter Scott», io non so; so che la leggera ingiustizia di quel
giudizio è facilmente giudicabile. Ma tutti, credo, i giornali italiani
hanno a questi ultimi giorni raccontato la conversazione tra lo Scott
e il Manzoni. — Se i miei Promessi Sposi — rispondeva l’italiano alle
lodi dello scozzese — hanno qualche pregio, è tutto opera vostra: sono
il frutto del mio lungo studio sui vostri capolavori. — In tal caso
— ripigliava lo scozzese — dichiaro che i Promessi Sposi sono il mio
piú bel romanzo —. Gl’italiani, fini estimatori, nel resto, del peso
delle belle parole, ed increduli, se altri mai, ai complimenti, come
quelli che li adoperan troppo, sembra poi, quando trattasi di certe
borie o interessi nazionali, che facciano fra loro una congiura di
stupidità per darsi ad intendere di pigliare su ’l serio come verità,
come espressione necessaria della conscienza del genere umano, certe
metafore, certe frasi, certi complimenti o di sovrani o di diplomatici
o di dotti stranieri: questi frasi o complimenti per un dato tempo
fanno il corso di tutti i libri, di tutti i circoli, e vanno quindi
a ingrossare il fardello della erudizione e della critica de’ maestri
di scuola e degli appendicisti, sbattentisi gli uni agli altri su ’l
viso, con abbaglio del senso comune, le qualificazioni di chiarissimo
e illustre. Ma nell’affare del complimento scambiato tra lo Scott
e il Manzoni gl’italiani hanno superato anche se stessi: ei si sono
diportati con la piccinineria sufficente e con la zucconeria ridicola
dei municipalisti di un piccol villaggio: hanno accettato, cioè, come
verbo di fede tutto quel che fa per loro, rigettando con beffe e con
ingiurie quel che farebbe per gli altri: han creduto tutto allo Scott,
e nulla al Manzoni: va bene che i Promessi Sposi sieno piú belli di
qualunque romanzo dello Scott, ma che poi il Manzoni abbia imitato
o studiato lo Scott, o da lui preso il motivo all’opera sua, le sono
baie: oh via!
È il vecchio autoctonismo degli aborigeni, per cui i nostri padri
volevano essere sbucati fuora dai lecci e dai sugheri anziché provenuti
da altra terra o da altra gente; è il mistico e metafisico primato
di Vincenzo Gioberti; è il monarchico «l’Italia fa da sé» di Carlo
Alberto. Coteste borie di povera gente, cacciate ormai dal regno dei
fatti e della critica superiore, vorrebbero mantenere la loro ragion
d’essere almeno in letteratura. E ora l’autoctonismo del tempo de’
Fauni, applicato alla questione del romanzo storico e del paragone
tra lo Scott e il Manzoni, fa la sua grottesca comparsa nelle sentenze
del signor Rovani. Non mai, credo, l’ignoranza e la vanità nostrale si
vagheggiarono piú beate di sé seco stesse in una raggera di spropositi,
di quello abbian fatto in due pagine del critico milanese; dove il
disordine del ragionamento non è agguagliato se non dal cozzo cieco
e furioso delle smilze e sbilenche ed orbe cognizioni di storia
letteraria.
Il signor Rovani comincia dall’affermare: che lo Scott ha fatto molti
romanzi, ma che a’ suoi romanzi ei non propose altro fine che il
diletto: ora, per dilettare, bisogna che il diletto si rinnovi sotto
forme molteplici: ed ecco la cagione della fecondità del romanziere
scozzese. Lasciando stare la teorica rovaniana della fecondità, che
per gli altri è un’essenza del genio, e per lui un amminicolo di
esecuzione e di riuscita; parrebbe che, ammessa cotesta fecondità,
ammesso cioè quel che la storia e la cronologia danno, che lo Scott
fece di molti ma di molti romanzi e li fece innanzi al 1827, prima
cioè che uscissero i Promessi Sposi; parrebbe, dico, che, posto tutto
ciò, un critico avrebbe dovuto procedere a ricercare e a disaminare se
nei molti romanzi dello scozzese anteriori al romanzo dell’italiano
sieno i lineamenti le adombrature le forme le idee di questo. No: il
signor Rovani con una serietà che mette paura procede in vece a tale
conchiusione:
E qui sta la differenza capitale che intercede fra Manzoni e
Scott: differenza che rende impossibile un confronto fra loro e
ridicola l’opinione che l’uno sia imitatore dell’altro. Walter
Scott ha scritto molti romanzi i quali hanno un riscontro nei
poemi cavallereschi del secolo decimoquinto e, se vogliamo salire
piú indietro, in alcune leggende storiche del medio evo potenti
d’imaginazione e scabre di forma: essi non costituiscono un nuovo
genere di letteratura; ma sibbene un genere già antico e celebre e
già popolare, condotto a perfezione. Ognuno sa che Walter Scott in
sua giovinezza aveva fatto suo studio prediletto dell’Ariosto; però
le traccie del grande poeta italiano rimasero cosí indelebili nelle
produzioni dello scozzese, che questi a buon diritto fu chiamato
l’Ariosto inglese.
Ecco una metonimia, molto arbitraria, che scusa un ragionamento.
L’Ariosto dunque, i poemi cavallereschi italiani del quattrocento,
le leggende storiche del medio evo, sono gli esemplari del romanzo
storico, cui lo Scott non ha fatto che rinnovare. Ammettiamo un momento
per vera la rinnovazione imaginata dal signor Rovani: lo Scott, affermo
io, non aveva bisogno di ricorrere all’Ariosto e a’ poemi italiani del
quattrocento.
Ma che Ariosto! ma che poemi cavallereschi del quattrocento! ma che
leggende storiche del medio evo! Il signor Rovani non conosce né meno
la nomenclatura o le serie dell’epopea cavalleresca e romanzesca,
e si accampa a derivarne le origini del romanzo storico. Ma non sa
egli il signor Rovani che i cicli dei romanzi e le canzoni di gesta
in tutto il paese celtico, celtico-romano, celtico-romano-sassone,
celtico-romano-normanno, celtico-romano-franco, incominciano dal secolo
undecimo e si continuano con una magnifica fioritura fin a tutto il
decimoquarto? che cotesta è la propria patria dell’epopea romanzesca?
che lo Scott nella vecchia letteratura inglese e francese aveva da
leggere cento e cento poemi e romanzi d’avventura prima di arrivare
alle tarde imitazioni italiane del quattrocento e ai rifacimenti
classici dell’Ariosto? Ma non sa egli, l’autoctono, che questi poemi
italiani del quattrocento e anche l’Orlando dell’Ariosto, i quali egli
vorrebbe stabilire come prototipi italiani al romanzo storico scozzese,
derivano essi stessi e nella materia e nella composizione, per una
serie di varie redazioni, da prototipi gaelici, armoricani, bretoni,
normanni, inglesi, francesi? Ma non sa egli che Walter Scott scrisse
a punto un Saggio sul romanzo di cavalleria, nel quale fece, come
doveva, larghissima parte alla sua patria e alla Francia, e pochissima
all’Italia? Dice lo Scott:
L’Italia, per tanto tempo sede della classica letteratura e dove
questa primamente risorse, non pare che abbia mai pigliato gusto
ai romanzi. Bene accolsero gl’italiani le forme e le istituzioni
cavalleresche, ma rimasero, a quanto sembra, stranieri allo spirito
di cavalleria, né mai seppero farsi a questo genere di letteratura.
Evvi un vecchio romanzo di cavalleria proprio all’Italia, che ha
per titolo Guerino il Meschino, ma è a dubitarsi se sia indigeno o
no.
Ma altra è la questione. Il romanzo storico di Gualtiero Scott non ha
nulla che fare co ’l romanzo cavalleresco o co ’l poema romanzesco:
questo di formazione collettiva; quello individuale: questo primitivo
in certa guisa, e cantato o narrante, quello di composizione riflessa
e secondaria, studiato, descrittivo, drammatico; questo proveniente
dalla canzon militare o di gesta e dal canto popolare e nazionale:
quello dal rinnovato amore degli studi storici e dei costumi e delle
origini nazionali congiunto alla narrazione psicologica riformata pur
essa nel secolo decimottavo; questo, il poema della feudalità: quello,
la novella della borghesia che uccide il poema. Venendo agli esempi,
che v’è, che può esservi di comune, per esempio, tra la Tavola rotonda
e l’Ivanhoe, tra il Lancillotto del Lago e i Puritani di Scozia, tra la
Rotta di Roncisvalle e la Lucia di Lammermoor?
Ma il signor Rovani séguita:
Non è dunque vero che il piú grande degli scrittori italiani
contemporanei sia andato oltralpe in cerca del suo modello. Gli
originali, quando veramente egli fosse stato in vena di riprodurre
trasformando un genere altrui, gli avevamo già in casa nostra, e
non conveniva far sí lungo viaggio in cerca di quello che avevamo
sí presso: ché, anche mettendo da parte l’_Orlando_, in Italia,
forse un secolo dopo, erasi pubblicato il _Caloandro_, libro dove
ci sono le colpe non del difetto ma dell’eccesso, e in cui si
ravvisano tutte le sembianze del romanzo storico di Walter Scott,
perché piú legittimamente quantunque con tanto minore eccellenza,
era figlio del nostro piú celebre poema cavalleresco: libro che lo
Scott, abbastanza versato nell’italiana letteratura, aveva letto e
non indarno.
Cosí che l’Italia, _magna parens frugum_, aveva, oltre che l’Orlando,
anco il Calloandro fedele; aveva fin dal secolo decimosettimo
questo altro bel prototipo del romanzo storico, figlio piú legittimo
dell’Orlando che non il romanzo scottiano, e che per ciò offre tutte
le sembianze del romanzo scottiano, perché il romanzo storico, chi
non lo sapesse, ha da assomigliare all’Orlando furioso, e il romanzo
scottiano gli assomiglia meno, e il Calloandro fedele un po’ piú. È
un bel ragionamento. Ma, «Ahi sventura, sventura, sventura!», ma né
pure il Calloandro è una rapa o un ravanello o un tubero qualunque
italiota, nato e venuto su da questa «polve d’eroi», Ahi, ahi, Giovanni
Ambrosio Marini genovese, scrivendolo, ormeggiava troppo da presso gli
andamenti gl’intrecci e la prosa del d’Urfè autore dell’Astrea e del Di
Gomberville autore della Citerea e di altri tali romanzatori francesi;
sí che noi non possiamo esimerci dal triste obbligo di riconoscere che,
in materia di romanzi, l’Italia, _magna parens frugum_, doveva, anche
nel secolo decimosettimo, cercare i modelli oltre alpe ed in Francia.
Me ne spiace di cuore: tanto è scipido e noioso e sconclusionato quel
Calloandro, che sarebbe pure un bel titolo di gloria nazionale il
dimostrare come
noi fervide ardite itale menti,
D’ogni alta cosa insegnatori altrui,
ci abbassammo ed esinanimmo nello scadimento della nostra nazione
di tanto, sol per poter dare magnanimamente ed impunemente i primi
esempi delle grandi opere ai grandi scrittori stranieri. Bel tema! un
qualche Instituto nazionale, o l’Arcadia, ci pensi, e proponga premio
decente. Io son pronto di conferire al premio, recando in comune tutte
le opere di Giovanni Ambrosio Marini e del Loredano suo contemporaneo
ed emulo, precursori ambedue, secondo le teoriche rovaniane, del
romanzo storico e sociale moderno, e molti altri libroni e libretti di
storia letteraria e di critica, assai ignorante, assai pesante, assai
petulante, assai declamante, assai pregiudicante al giudizio al gusto
ed alla verità, ma autoctona pura.
Intanto, nel piú bello stile di cotesta critica, il signor Rovani
séguita predicando:
Però a questi fatti pensino ora quei lividi ingegni che per odio
dell’uomo si lasciano trascinare di conseguenza in conseguenza
_ad accusare tutta la nazione_; e vogliano persuadersi che, anche
rimanendo fedeli al loro sistema delle virtú derivate, lo scozzese
è figlio dell’arte italiana piú evidentemente di quello che Manzoni
sia una emanazione dello scozzese. Questi non è che l’incomparabile
riproduttore di un genere già antico e già nostro, laddove Manzoni
è l’autore di un libro che non ha riscontro né presso noi né presso
altri, e dove sono consegnati i documenti di una nuova fioritura
delle nostre lettere, di un nuovo atteggiarsi della lingua della
nazione. E con ciò si spiega la ragione per cui il romanzo di
Manzoni non ha potuto avere numerosi fratelli: cosa di cui fanno
perpetuo lamento i lettori volgari. Un libro come i Promessi Sposi
non solo è destinato a rimanere unica produzione della mente di un
uomo, ma unica produzione eziandio di tutto un periodo letterario
eccetera, eccetera, eccetera: che da vero basta.
Ecco, io m’era proposto di studiare, non ora ma co ’l tempo e a mente
riposata, fino a qual punto si può ritenere che il romanzo del Manzoni
derivi da quel dello Scott, e quale e quanta parte abbia avuto lo
studio messo dall’italiano, a sua confessione, nei libri del poeta
scozzese a promuovere o svolgere, a maturare o colorare il concetto e
l’opera dei Promessi Sposi: mi era proposto di esaminare freddamente
se certe somiglianze tra questi e la Bella fanciulla di Perth e l’Abate
sieno soltanto accidentali; di disaminare, a ogni caso, il procedimento
con cui il Manzoni accettando dall’estero le forme le empié di materia
nostrana, le avvivò di vita nostra innovandole e ampliandole, al
contrario del Boiardo e dell’Ariosto che accettarono dall’estero la
materia e le diedero forme nostrane; d’indagare qual parte avesse in
tutto ciò il secolo differente e il differente ingegno degli scrittori:
io, dico, mi era proposto di studiare tutto questo, o meglio, di
esporre con umile desiderio quanto sarebbe utile che alcun de’ nostri,
e specialmente tra i giovani seri, che in Italia non mancano, si désse
a studiare cotesto. Ma, dopo la concione del signor Rovani, veggo bene
che all’Italia non rimangono che due partiti: o dar nelle trombe,
intonando gli inni nazionali savoiardi e garibaldini, e marciare
contro chi «accusa tutta la nazione», contro chi ci nega il diritto dei
«generi nostri»: o dar nelle campane, e intonare per tutte le nostre
mille cattedrali il _Te deum laudamus_, ringraziando Nostro Signore
del conservare ch’ei fa a questo «suo diletto almo paese» il primato,
universale, primigenio, unico: «imperium sine fine dedit». Io per me
consiglierei l’ultimo partito.
*
* *
Ma, ora che sento di non aver altro da dire, mi sento anche brontolare
dalla coscienza una di quelle domande a cui gli scrittori di rado
rispondono, o rispondono in guisa da contentar sempre se stessi: A che
tutto questo? importava egli spendere e fare spendere tanto tempo in
discorsi né utili né nuovi e troppo acerbi? Vero: ma (la coscienza ha
ragione, e io non debbo aver torto), ma non inopportuni.
L’Italia, cosí incuriosa per il solito della sua lingua e della
sua coltura, cosí profondamente dimentica delle sue vere glorie e
tradizioni letterarie e cosí sollecita raccattatrice e banditrice delle
straniere; l’Italia, che per grandissima parte non legge e non gusta
altri libri che forestieri; in certi casi, in certe ricorrenze, questa
Italia è presa da furiosi accessi di patriottismo e si crede debito
fare una gran consumazione di entusiasmo estetico nazionale. E, come
spettacolo, è curiosamente bello vedere la grande piagnona e la grande
baccante, o velata a bruno o vestita a festa superbamente, ululare su
l’ultima tomba o saltare intorno l’ara piú recente, facendo a un tempo
dell’una mano quel che Dante chiamava le _fiche_ alle altre tombe e
alle altre are, e dell’altra mano le corna verso oltre monte e oltre
mare. Gl’inglesi han troppo da fare e non badano a certe miserie, o al
piú con una scrollatina di capo ripetono: È la nazione del carnevale.
I tedeschi e i francesi ci badano; e, il piú delle volte, secondo
gli umori, pigliano la cosa su ’l serio; e allora, apriti, cielo.
Allora, rinfocolando gli orgogli del primato letterario con le stizze
nazionali, con le bizze politiche, con i disprezzi di vecchi padroni,
ci scaricano a dosso a tutti, antichi e moderni, morti e vivi, di
quelle ingiurie e di quelle insolenze che naturalmente fanno pruder
le mani. E noi di ripicco, grandi partite a pugillato retorico su
pe’ giornali: salvo ad accorrere la sera alla rappresentazione di un
vecchio dramma del Dumas della solita deplorata e abominata immoralità,
e a divorare dimani mattina tutto il primo volume di un ultimo romanzo
francese della cui leggerezza farem poi materia di conversazione a
pranzo. Parlo de’ francesi; perchè co’ tedeschi ora siam pane e cacio;
e poi, tanto le ingiurie che ci son dette nella lingua dei nipoti
d’Arminio noi non le leggiamo.
Ma siamo giusti. Imaginiamoci un po’ che in Germania e in Francia
siasi letto quel che il signor Ferrari e il signor Rovani scrissero
per la morte del Manzoni, e sappiasi, come dal meno al piú si sa anche
all’estero, che il signor Ferrari è considerato tra noi come il primo
dei nostri commediografi viventi, e che il signor Rovani ha moltissima
riputazione di romanziere e di critico. Che effetto, domando, dee aver
prodotto su i cólti lettori francesi e tedeschi l’udire due scrittori
di tal credito in Italia proclamare che il Manzoni è l’unico lirico
d’Europa, che fu solo a rinnovare il dramma originalmente e dalle
fondamenta, che ha fatto il piú bel romanzo del mondo, il piú bel
romanzo che siasi mai fatto o si possa mai fare, che ha fatto una delle
tre piú belle tragedie del mondo, la sola da poter mettere a fronte
dell’Edipo re e dell’Amleto? che effetto, ripeto, dee aver prodotto su
quelle brave persone l’udir proclamare tutto ciò con tanta improprietà,
per lo meno, di linguaggio critico, con tanti errori di storia
letteraria, con tanta inscienza delle letterature antiche e delle
straniere e della stessa letteratura nazionale? Crediamo noi da vero
che tedeschi e francesi debbano consolarsi e ringraziarci del vedere
con quella fastidiosa sufficenza sacrificati al Manzoni il Goethe lo
Schiller lo Scott, e né men tenuti degni di essere nominati sotto a lui
il Byron e lo Shelley, l’Uhland e il Ruckert, il Platen e il Heine, e
il Lamartine e l’Hugo?
Del resto io non ho, s’intende bene, la pretensione di pormi di
mezzo come giudice e pacere internazionale. No. Ma mettendomi, un
po’ arrischiatamente, a far questi discorsi, io avrei voluto avere
l’autorità di domandare a’ miei concittadini: La vogliamo far finita,
sí o no, con questi disorganici accozzamenti di sensazioni personali
e di congegni di rimembranze ai quali molti in Italia concedono il
nome di critica? Da parte le persone, che possono essere egrege in
altri generi di lettere e di studi: ma questa critica che non prova ma
afferma, che disprezza i fatti e impone le sentenze, che ad ogni passo
grida _osanna_ da una parte e _crucifige_ dall’altra; questa critica
che rammenda gli sdruci del discorso con le figure di sentimento,
che salta le lacune delle cognizioni con gli slanci del _pathos_ o
nazionale o religioso o civile; questa critica che gorgheggia come
una prima donna e ha la mutria d’una marchesa del seicento, che è
solleticosa come una cameriera, leggera come una ballerina e dogmatica
da quanto il papa; questa critica che mi ricorda, non so perché, i
bei tempi dell’Italia musicale, che è l’ultimo e il meno invidiabile
avanzo di quella letteratura ch’ebbe ragion d’essere poco prima del
quarantotto e s’incoronò con la _Introduzione_ e il _Primato_ del
Gioberti; questa critica vogliamo noi averla ancora per buona e bella?
Non avendo autorità da movere tali domande, almeno, tanto per ridere,
perché so a che valgono le proteste, io ho protestato.