IL MANZONI DRAMMATURGO

[Dal Saggio critico «A proposito di alcuni giudizi su A. Manzoni» —

_Opere_, III, 188-194].

...... Se nel Carmagnola sfoggiò una erudita e cavalleresca fedeltà

al vero storico, ben presto riconobbe giusto quello che il Goethe gli

notò circa i danni e gl’impedimenti che dall’imporsi il poeta quella

nuova servitú sarebbero, ed erano, provenuti al dramma; e nell’Adelchi

tornò alla libertà o all’idealità poetica. Il Manzoni in somma come

drammatico si propose certamente e chiaramente tre cose: dimostrare

la irragionevolezza delle due unità, come dogma non aristotelico,

ma consacrato nel nome di Aristotele dal dispotismo accademico della

Francia di Luigi XIV e XV; portare nel dramma un piú largo e tranquillo

e storicamente vero svolgimento della favola, senza i contrasti e

le tempeste della passione; e conseguentemente rinnovare il dialogo

drammatico, snodarlo, variarlo, mescolarlo, renderlo piú famigliare

che non fosse nelle tragedie anteriori, senza togliergli le sfumature

del colorito poetico. La prima cosa fece come non potevasi meglio,

non tanto con l’esempio, quanto con la bellissima lettera al Chauvet

«sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie», rivolta piú alla

Francia che all’Italia, mirabile di ragionamento e di stile critico.

Nelle altre due parti, nello svolgimento della favola e nel dialogo,

egli, a parer mio, procede dallo Schiller: come lui, idealizza il

dialogo. Il Carmagnola è un Wallenstein in piccolo, senza passioni e

senza amori; all’Adelchi non può trovarsi un riscontro particolare tra

i drammi del tedesco, ma vi si ritrova, chi ben lo conosca e voglia

essere imparziale, lo spirito di lui, il soggettivismo di lui. Il

Goethe, circa l’Adelchi, diceva al Cousin: — Il Manzoni se ne sta alla

storia ed ai personaggi reali che ella somministra, ma — e sorridea

dolcemente (notate quel «ma» e quel sorriso dell’autore del Goetz)

— ma gl’innalza fino a noi coi caratteri ch’ei dà loro; ei presta

loro i nostri sentimenti umani, ed anche liberali, se volete; ed ha

ragione; ché noi non possiamo interessarci se non per coloro che ci

somigliano un poco, e non pei lombardi o longobardi o per la corte

di Carlomagno, che ci saprebbe forse un po’ troppo di salvatico. — Il

Goethe, in fine, che avea trovato troppo storico il Carmagnola, trovava

poi troppo idealizzato l’Adelchi. In fatti, Adelchi ed Ermengarda sono

il Manzoni stesso nel suo elemento virile e femminile di filosofo

e di uomo cristiano, sono due inni sacri personeggiati e messi in

azione: ma che importa? sono cosí belli, com’ei gli ha fatti, che noi

gli accettiamo di gran cuore. Né pure in Desiderio ritrovasi l’audace

re della «horrida langobardorum gens». Il Carlomagno del poeta poi

è troppo inferiore alla realità storica: vero è che quando portò la

guerra ai longobardi aveva trentadue anni, ma il poeta poteva bene

far presentire in lui l’uomo fatale che avrebbe rinnovato l’Europa:

anzi il bello sarebbe stato a coglier l’uomo futuro a quell’età, in

quell’animo partito ancora tra la voglia volgare di mutar sempre mogli

e la grossolana fede nel papa e l’ambizione mescolata d’astuzia e di

ferocia. Svarto al fine è un carattere vero: il traditore che, nella

ruina pubblica, acconciando a sé ogni cosa, dal nulla riesce ad esser

molto, è còlto e reso finissimamente, peccato che non con qualche

linea piú profonda o con qualche tratto piú rozzo ed efficace, a uso

Michelangelo e Shakespeare.

Ma in tutto ciò nulla v’è che scaturisca dalla filosofia della storia,

che il signor Rovani vorrebbe dare come sostanza del dramma manzoniano:

tutto, anzi, è inventato e non storico. Le due barbarie, franca e

longobarda, a contrasto, e la Chiesa, il romanismo ecclesiastico,

che le move e le modifica in senso diverso; la condizione dei latini,

del romanismo laico, sotto le due diverse signorie; e il mescolarsi e

l’accordarsi, dopo la sconfitta dinastica di Desiderio e di Adelchi,

dei due elementi germanici su ’l terreno dei vinti; non son fatti

rivivere nel dramma manzoniano, come avrebbero dovuto essere, se la

sostanza di esso fosse stata la filosofia della storia: l’ultimo fatto

è cantato fuori del dramma, da un coro, che non si sa chi rappresenti,

non certo i franchi né i longobardi, e né pure i romani laici ed

ecclesiastici; da un coro che è un’appendice, una licenza, nella quale

parla il poeta; bellissima, sí, ma appendice e licenza. Quelle cose che

sono liricamente cantate o verseggiate dovevano esser messe in azione

nel dramma, se il Manzoni avesse voluto fare un dramma intimamente

storico, una filosofia della storia in scena. Ma il Manzoni non pensò a

cotesto, e fece bene.

Se non che, com’egli ritrasse dallo Schiller anche in questo, che

studiò con coscienza di erudito gli argomenti propostisi, cosí dagli

studi messi intorno all’Adelchi venne a comporre, inspirato da quel che

il Thierry aveva fatto in un simile argomento della storia di Francia,

il bel discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia.

Ora il signor Rovani scambiò certamente l’appendice e l’illustrazione

per l’opera; e venne a proferire quella sentenza. — Ma novità della

tragedia di Goethe non era dunque che di forma, mentre invece quella

di Manzoni è di sostanza —: sentenza che in arte è un non senso. «La

sostanza», la materia, cioè, l’argomento, che in fondo non altro che

cotesto è la «sostanza» del signor Rovani, in arte non ha valore per

sé, ma l’acquista tutto dal lavoro dell’artista. Mettete in versi

o in prosa quante volete novità storiche, filosofiche, estetiche,

politiche, sociali; se non sapete disegnarle, rilevarle, atteggiarle in

quel punto e in quella mossa che è quella e non altra; se non sapete

poi foggiarle, ripulirle, finirle; se delle sentenze e de’ teoremi

non levate fantasmi; se della creta non cavate figure; pigliate pure

le vostre novità, i vostri teoremi e la vostra creta, e restituitela

alla lavorazione dell’insegnamento, della polemica, dell’aratro; ché

la sostanza non è né arte né poesia. Questo, s’intende bene, va alle

teoriche del signor Rovani e dei critici sostanziali, e non all’opera

del Manzoni.

Il quale, prima anche del romanticismo francese, ed ai francesi,

predicò con l’esempio e co ’l discorso la rivendicazione del dramma

dalla servitú accademica imposta nel nome di Aristotele: e, dibattendo

tale questione in modo che Germania e Francia vi presero parte,

riscosse l’Italia un po’ addormita sopra i lauri classici che le

fiorivano intorno da circa sessant’anni, e la fece un po’ agitarsi

nell’aere vivo delle nuove letterature di Germania e di Francia. E le

sue tragedie, massime l’Adelchi, furono e saranno degnissime di molta

considerazione e di rispetto: certe scene di quest’ultima sono delle

cose piú belle del teatro moderno dal 1820 in poi; e a me par vero ciò

che il Panzacchi affermava nella sua lettura, che quello del Manzoni

sia finora il miglior dialogo drammatico italiano. Ma operò egli, il

Manzoni, una rivoluzione nel dramma? No. Egli rimase al dramma storico

idealizzato; e quel che di falso ha cotesto genere, e quanto nocumento

il preconcetto del vero storico possa recare allo svolgimento del vero

artistico, lo dimostrò da pari suo, pur movendo dall’antica tradizione,

Ugo Foscolo, nel saggio intitolato _Della nuova scuola drammatica

in Italia_. A proposito del quale pare a me che il signor Rovani

siasi un po’ troppo abbandonato a parlare della «bile ingegnosa»,

della «velenosa acrimonia», della «vendetta», della «passione» di Ugo

Foscolo, «tutto preoccupato nell’abbattere, stando in Inghilterra, il

suo lontano cittadino che osava sorgere cosí grande, vivente ancora

lui». Questi non sono giudizi letterari, sono ingiurie. Ah, signor

Rovani, in letteratura non vi sono multe per le ingiurie, specialmente

quando gl’ingiuriati sono i morti e i grandi morti; ma anche in

letteratura, ingiuriando, bisognerebbe venire alla prova dei fatti;

altrimenti le ingiurie pigliano altra qualità e altro nome. Calunnie!

Ma perché calunniare un morto, e a proposito di un altro morto? Oh via

no, non sono calunnie: sono un resto di quelli amminicoli retorici

di cattivo gusto de’ quali non sa ancora fare a meno certa critica,

specialmente in Italia.

Tornando al Manzoni, egli rimase dunque al dramma storico idealizzato:

da una parte il convenzionalismo sistematico di cotesto genere,

dall’altra la natura del suo ingegno, l’assenza della passione e

l’officio morale, che egli volle e s’impose conscio come qualità e

oggetto della sua poesia, impedirono a lui di fare il dramma grande

e vero. Il Carmagnola, Adelchi, Ermengarda, Svarto sono figure

bellissime, che tendono un po’ al monumentale e allo statuario:

ammiriamole, ma il contrasto della vita, delle passioni, dell’uomo,

la tragedia psicologica, storica, eroica, reale, cerchiamola altrove,

tutta intera. Non è però che nelle opere del Manzoni non ne rimangan

sempre di bei pezzi.

Pagine di storia letteraria · 第 138 / 157 题