[_Opere_, X, 167-170].
Fu troppo francamente asserito che gl’Inni sacri passassero, súbito
che uscirono, inosservati. Lo _Spettatore_, periodico venuto fuori con
la restaurazione e avverso alle cose e alle idee del dominio francese,
gli annunziava cosí: «Le Muse italiane negli ultimi lustri a poco
altro attesero che a piaggiare le passioni dei partiti alternatamente
signoreggianti. Perciò ben pochi dei loro componimenti verranno
tramandati alla tarda posterità, ove la verecondia torni un’altra volta
in onore. Ma questi inni del signor Manzoni, perenni come le ghirlande
d’amaranto onde si fregian le vergini, rimembreranno ai nostri
discendenti che la figlia di Sionne non ha cessato mai d’insegnare
all’eco degli italici colli il cantico della lode al Creator delle
cose. Quattro inni soltanto egli ha pubblicato; ma qual tesoro in essi
d’inspirate bellezze! L’inno che ha per argomento la _Risurrezione_, e
che qui per intero trascriviamo, pare veramente uscito dalla fantasia
de’ profeti»[224].
Se non che piú tardi su la _Risurrezione_ segnatamente si versarono
con piú abondanza di cuore i disprezzi della scuola che si dava da
sé con tutta semplicità il titolo di classica. All’abbate Giuseppe
Salvagnoli-Marchetti, toscano, autore lepidamente modesto di certi
_Dubbi intorno gli Inni Sacri di Alessandro Manzoni_[225], bastava
trascrivere le due prime strofe per appellarsene con sincerità di
stupore e di linguaggio academico all’Italia: «Se questa è poesia, se
questo è modo dignitoso, elegante e bello di scrivere, me ’l dicano
coloro che ancor tengon viva fra noi la gloria dell’italico Parnaso:
me ’l dica lo stesso Niccolini, cui tanta stima e amicizia mi stringe,
per quanto qualche giornalista dopo il suo Foscarini abbia voluto
ascriverlo nel bel numero _dei divini ingegni romantici_: me ’l dica
tutt’uomo che senta un poco a dentro in fatto di poesia italiana». Nel
’57, in piena tiranneria dei Manzoniani vittoriosi, Ferdinando Ranalli,
brav’uomo del resto e scrittore tutt’altro che volgare di storie,
protestava ancora: «E noi diciamo che, se questi non son versi da
cantarsi sul chitarrone, vogliamo esser lapidati»[226]. Per che ragioni
poi quei versi apparissero tanto cordialmente spregevoli al lepido
abbate e al buon Ranalli, vedremo piú innanzi.
Romantici, intanto, non erano. Cotesta denominazione, messa fuori
quattro o cinque anni prima in Germania, dove le trovate di nomi
nuovi ed anche mirabolani abondano a ogni occorrenza, per designare
una scuola o una maniera di poesia molto ristretta allora anche in
Germania e assai diversa d’intendimenti e piú di forma da questa del
Manzoni, non aveva ancora passato le Alpi. La imitazione evangelica, o
piú largamente biblica, nell’arte italiana è antica da quanto Dante; e
negli ultimi tempi il Varano e il Monti erano tornati a trattarla con
forza e con fortuna. Se non che que’ due traevano dalla bibbia di gran
materia decorativa e macchinosa: il Manzoni invece ne dedusse per un
rivo di fede un’onda di sentimento fantastico nuovo.
Della _Risurrezione_ cosí Niccolò Tommaseo: «Io ho sentito persone
il cui giudizio m’è rispettabile, stimar questo terzo un degli inni
piú deboli del Manzoni, non so se per qualche negligenza di stile:
io all’incontro, se dovessi scegliere, non ne troverei uno piú pieno,
piú vario, piú ricco di poesia, piú sapientemente ordinato. Dopo sei
anni di silenzio, il Manzoni ha con quest’inno aperta la sua nuova
via. Senti in esso la matura giovinezza d’un forte intelletto»[227].
Altrove anche afferma, che, quanto a pienezza d’idee, a franchezza,
a originalità efficacia e bellezza totale, quest’inno va innanzi agli
altri quattro.
Per bellezza totale e pienezza d’idee io darei ancora il vanto
alla _Pentecoste_: del resto mi accordo co ’l Tommaseo. E di questo
specialmente e del _Nome di Maria_ e della _Pentecoste_ mi par piú
vero ciò che il Goethe giudicava in generale di tutti: «Mostrano che un
soggetto per quanto spesso trattato, che una lingua, se anche per molti
secoli maneggiata, riappariscono sempre freschi e nuovi, súbito che un
fresco e giovanile spirito sa afferrarli e servirsene»[228].