VINCENZO MONTI

[_Opere_, V, 460-463].

La reazione contro il _principe de’ poeti_, i cui versi corsero una

volta il «bello italo regno» abbaglianti d’èmpito e di splendore

come gli squadroni di cavalleria del re Murat, era stata dal venti

in poi, nella gran quaresima letteraria e filosofica, nella critica

e poetica mortificazione della carne, veramente feroce. Oh _terror

bianco_ de’ romantici vincitori! Ci furon giorni che una metafora

di Piero Maroncelli, delle cui velleità critiche l’Italia ha stretto

obbligo di non ridere per amore di quella gamba, era diventata per la

gioventú un dogma: il Monti non doveva né poteva essere altro che un

eunuco camuffato di un robone piú o meno splendido. E io mi ricorderò

sempre d’un buon uomo di manzoniano, il quale sudava delle camice per

dimostrarmi come l’autore del _Prometeo_ e della _Feroniade_ non fosse

piú che un versificatore, al quale scappava alcuna volta qualche frase

rigirata bene. Pochi anni di poi il brav’uomo mi mandò certi suoi

versi, traduzione dall’inglese di canti per asili infantili. Io vi

giuro, o lettori, per Apollo Sminteo protettore de’ sorci, essere stata

gran ventura ch’e’ non finissero di garbare né pure a qualcuno di que’

signori di san Vincenzo di Paola che han tanto gusto per la ordinata

e mortal poesia: a cotali suoni anche la pappa sciocca di que’ poveri

bimbi degli Asili sarebbesi inacetita ne’ pentolini.

Oltre i romantici e cormentali procedevano avversi al Monti i

foscoliani di buona lega ed in gran parte i leopardiani. Ripetevan quei

primi su tutte le possibili intonazioni sepolcrali. _Odio il verso che

suona e che non crea_: peccato che i valent’uomini si scordassero poi

di creare, se pure non ne perdettero la facoltà a furia di sforzi per

digrignar versi che non suonassero ed abbaiar periodi da allegare i

denti alle persone. I secondi, i leopardiani purissimi, quelli per i

quali _La ginestra_ è l’archetipo della poesia, trovano da diboscare

per tutto; e a lasciarli fare ridurrebbero l’arte come altri ha ridotto

le belle montagne d’Italia. Ma v’è chi dubita non cotesta scuola per

odio al buon dio vada a finire in un ascetismo macerante: una Tebaide

di bestemmiatori, e nel mezzo in luogo di Apollo un san Girolamo che

invece di comunicarsi facesse l’atto di Vanni Fucci nel ventesimoquinto

dell’Inferno, potrebbe essere cosa nuova e bella, per una mezz’ora.

Rimangono poi, nimicissimi della poesia e della prosa del Monti e

avanti e dopo la sua morte e in sempiterno, i fedeli della purità

virginale, della santa semplicità; quelli a cui Giotto non pare

a bastanza spirituale e non par trecentista il Boccaccio. Costoro

crederono di aver ritrovato nel bel Trecento delle leggende quella

meravigliosa fonte di gioventú della quale favoleggiano tanto

graziosamente i romanzi del medio evo; e per ringiovanire, non tanto

sé, che non riputavano il caso, quanto la letteratura italiana, ne

fecero delle grosse bevute, i poveretti. Se non che i maligni dicono

intervenisse loro ciò che intervenne alla fantesca di quell’antica

maliarda; la quale, avendo avvertito come la padrona con una sorsata

di certa sua ampollina sapeva spianarsi le rughe e riapparir fresca

come un bottoncino di rosa, un bel giorno che la strega era fuori si

mise l’ampollina a bocca e trincò di santa ragione. Fu proprio il caso

di dire, s’intende acqua ma non tempesta; ché la malaccorta tornò d’un

tratto bambina, e col suo sennuccio di vecchierella viziata andava

zampettando per la casa e balbettando che era un piacere.

Dei popolareschi, di quelli cioè che scrivon tuttavia stampate e prose

in lingua di popolo, non ho voglia di parlare: costoro troppo hanno

imitato il profeta Eliseo, il quale si rannicchiò e rintuzzò tutto

su ’l corpicino del figliuolo della Sunamitide per risuscitarlo: a

forza di ridursi alle proporzioni del buon popolo, che essi contano

paternamente per fanciullo, han cosí rattrappite le membra e perduta

l’abitudine del tenersi diritti, ch’e’ non possono misurarsi piú ad un

uomo di statura ordinaria, non che a chi passa di qualche dito cotesta

statura.

Ora queste scuole, come la reazione letteraria che seguitò al

1815, sono anch’esse antiche, giudicabili esse stesse, se non ancor

giudicate; e i criteri parziali di questa e di quelle non possono

adoperarsi a una sentenza terminativa. Nella storia letteraria del gran

secolo che corse per l’Italia dal 1750 al 1850, quando sarà scritta con

serenità e senza preoccupazioni di parte, Vincenzo Monti riprenderà

il luogo che gli spetta, come a principe dell’arte d’un’intiera

e ingegnosissima generazione, come a prosecutore ed allargatore

dell’antica tradizione italiana, come a ravvivatore del sentimento

classico nella sua migliore espressione. Solo qualche ragazzo scappato

pur ora dalla scuola può credere di passare per rivoluzionario

ripetendo certe declamazioni che fecero effetto a lor tempo, mentre

scambia la casacca arlecchinesca del primo saltimbanco nel quale

s’avvenga per la clamide ondeggiante dell’Apollo musagete.

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