Queste cose volli ricordate a voi, giovani, acciò, acquistando con
gli studi la cittadinanza del mondo, restiate nel cuore italiani e
procuriate con debito amore di cittadini l’incremento della patria.
Né già l’Italia ha ragione a sentir bassamente di sé. Anche qui tra i
vostri maestri ne avete di quelli i cui trovati incontrarono il plauso
ed i premi delle piú dotte academie straniere, ne avete che han fatto
rispettare ed amare la patria nei convegni della scienza europea, e che
possono riferirvi come questo nome di Ateneo bolognese suoni glorioso
ai popoli piú culti di Europa, ai popoli che piú ci avversarono un
tempo. Nell’Ateneo bolognese non è lecito dubitare della perennità
della dottrina e dell’arte italiana. La imagine di Giovan Battista
Morgagni, che, scolpita e allogata in queste pareti per iniziamento
e cura speciale del professore Cesare Taruffi, discopresi oggi alla
vostra venerazione e ad esempio, ricorda quanta parte di scienza
qui s’innovasse e perfezionasse e come alla severità sperimentale si
accompagnasse l’umanità delle lettere e la erudizione. Ma che imagini,
dico? Tutto questo Ateneo è un monumento. Qui, per non uscire del
proposito mio, quando la teologia e la scolastica tenevano il campo,
quando il nuovo volgare italico non rendeva che gli echi di Provenza
e di Francia, qui sorse la letteratura nazionale dall’amichevole
consentimento, come oggi auguro io, della scienza e della poesia, delle
classiche tradizioni e del senso acuto della vita presente, dell’arte
nostra e di quella dei popoli fratelli.
O colleghi onorandi, o giovani egregi, la Italia politica è, come
oggi dicono, fatta: certo, la nazione è tornata in potestà di sé
per tutto quasi il suo natural territorio. Ora sta per gran parte a
noi, o colleghi, e del tutto a voi, o giovani, di rifare la Italia
morale, la Italia intellettiva, la Italia viva e vera, la bella la
splendida la gloriosa Italia, quale con gli occhi inebriati d’ideale
la contemplavano quegli uomini generosi che per lei affrontarono le
carceri, li esigli, la morte su i patiboli e in guerra. O giovani
italiani, i vostri padri e i fratelli diedero alla patria l’anima e il
sangue; voi date l’ingegno. Triste favola suona, e bocche non cuori
anche tra noi la ripetono, che narra lo scadimento e la oscurazione
delle stirpi latine. Oh, noi non vogliamo né spegnerci né imputridire.
Raccoglietevi, o giovani, in cuore la costanza e la gloria degli avi
magnanimi che fecero la rivoluzione dei Comuni e il Rinascimento,
che discoprirono nuovi continenti alla operosità umana, nuovi campi
all’arte, nuovi metodi alla scienza. E l’arte e la scienza amatele di
amore: amatele per sé, piú ancora che per i frutti che esse possono
produrvi, piú ancora che per la lode che esse possono acquistarvi:
amatele come l’esercizio e la manifestazione in cui la nobiltà
dell’uomo piú appare in cui il valore delle nazioni si eterna. E
siate buoni, e credete: credete all’amore, alla virtú, alla giustizia;
credete agli alti destini del genere umano, che ascende glorioso per
le vie della sua ideale trasformazione. Cosí avverrà che la scienza vi
afforzi, che l’arte vi consoli, che la patria vi benedica.