IV.

Queste cose volli ricordate a voi, giovani, acciò, acquistando con

gli studi la cittadinanza del mondo, restiate nel cuore italiani e

procuriate con debito amore di cittadini l’incremento della patria.

Né già l’Italia ha ragione a sentir bassamente di sé. Anche qui tra i

vostri maestri ne avete di quelli i cui trovati incontrarono il plauso

ed i premi delle piú dotte academie straniere, ne avete che han fatto

rispettare ed amare la patria nei convegni della scienza europea, e che

possono riferirvi come questo nome di Ateneo bolognese suoni glorioso

ai popoli piú culti di Europa, ai popoli che piú ci avversarono un

tempo. Nell’Ateneo bolognese non è lecito dubitare della perennità

della dottrina e dell’arte italiana. La imagine di Giovan Battista

Morgagni, che, scolpita e allogata in queste pareti per iniziamento

e cura speciale del professore Cesare Taruffi, discopresi oggi alla

vostra venerazione e ad esempio, ricorda quanta parte di scienza

qui s’innovasse e perfezionasse e come alla severità sperimentale si

accompagnasse l’umanità delle lettere e la erudizione. Ma che imagini,

dico? Tutto questo Ateneo è un monumento. Qui, per non uscire del

proposito mio, quando la teologia e la scolastica tenevano il campo,

quando il nuovo volgare italico non rendeva che gli echi di Provenza

e di Francia, qui sorse la letteratura nazionale dall’amichevole

consentimento, come oggi auguro io, della scienza e della poesia, delle

classiche tradizioni e del senso acuto della vita presente, dell’arte

nostra e di quella dei popoli fratelli.

O colleghi onorandi, o giovani egregi, la Italia politica è, come

oggi dicono, fatta: certo, la nazione è tornata in potestà di sé

per tutto quasi il suo natural territorio. Ora sta per gran parte a

noi, o colleghi, e del tutto a voi, o giovani, di rifare la Italia

morale, la Italia intellettiva, la Italia viva e vera, la bella la

splendida la gloriosa Italia, quale con gli occhi inebriati d’ideale

la contemplavano quegli uomini generosi che per lei affrontarono le

carceri, li esigli, la morte su i patiboli e in guerra. O giovani

italiani, i vostri padri e i fratelli diedero alla patria l’anima e il

sangue; voi date l’ingegno. Triste favola suona, e bocche non cuori

anche tra noi la ripetono, che narra lo scadimento e la oscurazione

delle stirpi latine. Oh, noi non vogliamo né spegnerci né imputridire.

Raccoglietevi, o giovani, in cuore la costanza e la gloria degli avi

magnanimi che fecero la rivoluzione dei Comuni e il Rinascimento,

che discoprirono nuovi continenti alla operosità umana, nuovi campi

all’arte, nuovi metodi alla scienza. E l’arte e la scienza amatele di

amore: amatele per sé, piú ancora che per i frutti che esse possono

produrvi, piú ancora che per la lode che esse possono acquistarvi:

amatele come l’esercizio e la manifestazione in cui la nobiltà

dell’uomo piú appare in cui il valore delle nazioni si eterna. E

siate buoni, e credete: credete all’amore, alla virtú, alla giustizia;

credete agli alti destini del genere umano, che ascende glorioso per

le vie della sua ideale trasformazione. Cosí avverrà che la scienza vi

afforzi, che l’arte vi consoli, che la patria vi benedica.

Pagine di storia letteraria · 第 131 / 157 题