[È parte di una recensione alle _Poesie_ di U. F., raccolte da G.
Chiarini: Vigo, 1881 — _Opere_, XIX, 267-280].
Il secondo periodo delle poesie del Foscolo è dalla venuta in Milano
nel novembre del 1797 dopo la cessione di Venezia alla partenza pe ’l
campo di Boulogne nel giugno del 1804: è la gioventú vera dell’animo
e dell’ingegno non che della vita d’Ugo, travagliatesi fra le armi e i
pericoli e le passioni nella repubblica cisalpina e nell’italiana. Ora,
dopo le ricerche e le fatiche del nuovo editore, che, seguendo anno per
anno, mese per mese, a passo a passo, i viaggi gli amori e gli studi
del poeta, ha nei capitoli terzo e quarto della prefazione assegnato
con quasi certezza o dato altrui gli argomenti per assegnare il
tempo della composizione di ciascun sonetto e ode, sarebbe un piacere
discorrere di quella gioventú del lirico greco-italiano e riconstituire
la storia dello svolgimento passionale ed artistico di quella poesia.
Ma io non posso che accennare.
Le poesie di questo secondo periodo, cioè dodici sonetti e due odi
(nella parte prima della edizione chiariniana) si può anzi si deve, chi
le voglia intendere bene, dividere in due serie, che rispondono a due
fasi o momenti diversi o meglio a due diverse condizioni e parvenze
dell’animo e dell’ingegno del poeta. La prima, se mi sia lecito
usurpare ad appropriazione individuale la denominazione d’un periodo
della letteratura tedesca, è dello _Sturm und Drang_: ha il motivo
e la ragione nella perdita della patria e nell’amore senza speranza
per l’Isabella Roncioni, ha per termine e sfogo _Le ultime lettere di
Iacopo Ortis_ pubblicate nell’ottobre del 1802. La seconda, movendo
dalla trasmutazione del sentimento a una piú larga se non piú chiara
comprensione dell’essere, è della calma nel dolore e dell’amore per
la plastica: è il regno delle forme dell’Antonietta Arese, e ha per
contorno il commento alla _Chioma di Berenice_, pubblicato nell’agosto
del 1803.
*
* *
Come aveva chiusa la poetica adolescenza con l’imitazione della
tragedia alfieriana nel _Tieste_ e delle canzoni alfieriane nell’ode
al Bonaparte, cosí Ugo cominciò alfiereggiando anche nei sonetti.
Il primo, per la sentenza capitale contro la lingua latina proposta
nel gran Consiglio Cisalpino l’anno 1798, ha solo il valore di
documento storico, e del resto è inferiore a quello dell’Alfieri su la
soppressione dell’Academia della Crusca; anzi, a esser franchi, procede
fra grandi avvolpacchiamenti di parole un po’ slombato. Alfieriano
sempre, ma già con un tic d’originalità, il secondo _Non son chi
fui_. Ma di lí a pochi mesi, forse a pochi giorni, ecco i tre, _E tu
ne’ carmi, Perché taccia il rumor, Meritamente_, mirabili di novità,
di purità, di movimento, vera lirica, alfine, dell’affetto superiore
ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma. Sono tutti e tre
per la Roncioni, e scritti, come il Chiarini ha dimostrato, parmi,
sicuramente, i primi due nel marzo o nell’aprile del ’99 quando i
Francesi occuparono la prima volta Firenze, il terzo nella Liguria,
lo stess’anno, probabilmente d’autunno. Sono i tre momenti dell’amore:
l’ammirazione, il tremore, il dolore. Ma chi gli aveva dopo il Petrarca
cantati mai cosí? E chi all’estasi e al gemito del Petrarca aveva
mai saputo mescolare quel profumo e quel fremito di ionia primavera?
chi nella toscana eleganza della forma petrarchesca aveva mai saputo
condurre la purità della linea attica e la mollezza della voluta
corintia con tanto pacata sveltezza? E quel zantiotto che era stato a
scuola a Spalato, _italianizzatosi_ diceva il suo ammiratore Samueli
nel ’97, _da quattro anni_, fra i ciaccoloni cesarottiani veneti,
digrignante sotto il suo soprabito vérde versi apocalittici, come cosí
d’un tratto era arrivato a tanta proprietà, eleganza ed efficacia di
lingua, a tanta squisitezza, morbidezza, pastosità d’elocuzione, a
tanta musica e volo di verso? Miracoli! Che un primo e vero amore, che
l’apparizione soave d’una giovine bella e pura possa con un sentimento
nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica,
s’intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la
parola, e l’istrumento e l’arte, chi glie li diede?
Al sonetto di lontananza (_Meritamente_) che tocca l’ultimo limite
della passione (... _Amor fra l’ombre inferne Seguirammi immortale
onnipotente_), succede, quasi intermezzo di riposo, l’ode, composta nel
marzo 1800, per la Pallavicini caduta da cavallo. Procede questa, come
anche notò il Chiarini, dalle odi pariniane, da quelle specialmente
per donne; anzi il paragone di Pallade (_Tal nel lavacro immersa_) par
suggerito da un simile nel _Pericolo_:
Parve a mirar nel volto
E ne le membra Pallade,
Quando, l’elmo a sé tolto,
Fin sopra il fianco scorrere
Si lascia il lungo crin.
Anche la combinazione dei versi, la strofe, è un misto di quelle del
_Pericolo_ e dell’_Educazione_. Quel tronco finale del _Pericolo_
martellava un po’ troppo: piana troppo in vece, e quasi discorsiva la
strofe dell’_Educazione_. E questa fu rialzata con gli sdruccioli al
fin d’ogni coppia, e quella del _Pericolo_ ammollita con tôr via il
tronco. È un metro che il Foscolo deve al Bertòla. Per l’invenzione
fu già notato che move dall’ode _I Cocchi_ di Luigi Lamberti. Ma
nell’eccellenza, almeno per gran parte, dell’esecuzione il giovine
lirico si lascia addietro d’assai, non che il Lamberti, il Parini.
Liberata, come si diceva, l’Italia, e restaurata la repubblica, il
Foscolo da Milano fu su ’l finire del 1800 a Firenze, e cantò il
chiudersi dell’anno e del secolo con un sonetto novellamente alfieriano
(_Che stai?_), di magnanima conclusione. E chiuse la storia del
giovanile e infelice amore co ’l bellissimo _Cosí gl’interi giorni_.
Questi sette sonetti, con un ottavo _Il ritratto_ e con l’ode alla
Pallavicini, pubblicati la prima volta nel _Nuovo giornale dei
letterati_ in Pisa del 1802, sono come i bassorilievi puramente
artistici che circondano e adornano la base della piramide funebre o
del cono tronco, un tantino rococò, di Iacopo Ortis. Ma il ritratto non
è mica gran cosa, che che ne pensino i facitori d’antologie e i maestri
di scuola. Prima di tutto, la enumerazione, chiunque la faccia, non
sarà mai poesia; e poi questa enumerazione foscoliana in quattordici
versi non ha né meno il merito dell’originalità; è una scimiottata di
quella dell’Alfieri, alla quale per concettosità e concisione rimane
di molto inferiore. Già, a proposito di auto-ritratti mi torna sempre
a mente quella mossa del Montesquieu: _Je vais faire une assez sotte
chose, c’est mon portrait_. E mi dispiace che uomini come l’Alfieri e
il Foscolo dandosi cosí in pascolo agli sciocchi abbiano lusingato le
inclinazioni istrioniche del volgo dei lettori, abbiano pòrto esempio
o pretesto o scusa a tante grullerie d’una letteratura vanesia. Un uomo
come l’Alfieri fare la propria presentazione con simili versi, _Giusto
naso, bel labro e denti eletti!_ e il Foscolo, _Capo chino, bel collo,
largo petto!_ e fino il Manzoni, _Naso non grande e non soverchio
umíle!_ Oh, i connotati per il passaporto in metafore e in rime!
Notammo la derivazione dell’ode alla Pallavicini dal Parini e dal
Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le
rimembranze foscoliane. _Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?_
chiude il sonetto _Cosí gl’interi giorni_: ma questo verso, e un
pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del
Lamberti nel _Lamento di Dafni_:
Ecco già il mondo in preda al sonno giace,
Ecco tacciono i venti e taccion l’onde,
Sol nel mio petto il mio dolor non tace:
Quindi i poggi e le valli ime e profonde
Fo egualmente sonar d’un mesto grido:
— Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?
Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava:
_Chi legge i versi del Priscian Lamberto?_ e pare non ricordasse
piú che poteva rispondergli, Voi. — Un altro sonetto comincia con
un’imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso
Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di
Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da
Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,
Non sum qui fueram, periit pars maxima nostri;
Hoc quoque quod superest languor et orror habet,
di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,
Non son chi fui: perí di noi gran parte:
Questo che avanza è sol languore e pianto;
È secco il mirto, e son le foglie sparte
Del lauro, speme al giovanil mio canto?
L’altro principio,
Meritamente, però ch’io potei
Abbandonarti, or grido alle frementi
Onde che batton l’alpi, e i pianti miei
Sperdono sordi del Tirreno i venti,
ricorda il principio d’un’elegia dell’Ariosto,
Meritamente ora punir mi veggio
Del grave error ch’a dipartirmi feci
Da la mia donna, e degno son di peggio;
e ambedue ricordano il properziano,
Et merito, quoniam potui fugisse puellam,
Nunc ego desertas adloquor alcyonas.
Ma, co ’l dovuto rispetto al Callimaco umbro, i gabbiani a cui si
presenta allocutore fanno, a dir vero, una gran magra figura dinanzi
_alle frementi onde che batton l’alpi_.
I piú grandi poeti del rinascimento, e in ciò i moderni neoclassicisti
li seguitarono, si recavano a pregio d’ingegno e d’arte derivar nel
volgare certe bellezze d’imagini e di figure dagli antichi; prendere
poi dagli stranieri reputavano conquista; e togliendo a’ mediocri o
a’ minimi qualche diamantuzzo non credevano di rubare ai poveri, ma di
renderlo alla grazia delle Muse incastonato in monili d’eterno valore.
Gente invidiosa e superba confonde oggi le imitazioni utili e le
inevitabili reminescenze co’ plagi, e fruga e accusa plagi per tutto;
mentre essa copia e lucida e prende tutto dagli stranieri, fino il modo
di pensare e di dire; e alla disperata copia se stessa, cioè quello
che di piú brutto, di piú abietto e di piú ebete possa sopportare
la terra. Torniamo al Foscolo. Le imitazioni degli elegiaci latini
rivelano almeno uno degli studi nel cui strofinamento il levantino
giunse a deporre l’antica scorza. E forse che l’eleganza allucignolata
del Lamberti, buon traduttore, del resto, dal greco, e che sapea le
veneri latine lavare nelle chiare fresche e dolci acque del toscanesimo
classico, forse che, dico, la eleganza del Lamberti gli fu guida
traverso i cinquecentisti (il Foscolo mostrò tener conto del Tarsia e
del Della Casa, quasi autori d’uno stil nuovo) fino al Petrarca.
*
* *
Alla seconda serie poetica della gioventú del Foscolo appartiene
l’ode _all’amica risanata_ e quattro sonetti. Queste poche liriche,
pubblicate la prima volta nelle prime due edizioni milanesi delle
_Poesie_ dell’autore che uscirono a poca distanza di mesi nel 1803,
sono piú che probabilmente composte tutte nel 1802: il sonetto che
incomincia _Un dí s’io non andrò sempre fuggendo_, necessariamente dopo
la morte del fratello Giovanni che fu nel dicembre del 1801: quello
a Zacinto io lo suppongo scritto dopo l’ode all’amica, la quale è
senza dubbio dell’aprile 1802, per questo; che l’ode finisce con quel
passionato accenno alle isole ionie, accenno, perché l’economia lirica
non voleva di piú; ma quel ricordo non bastava all’animo del poeta, che
si sfogò nel sonetto, _Né piú mai rivedrò le sacre sponde_. Per quale o
in quale occasione precisamente fossero composti gli altri due, _Forse
perché della fatal quïete_ e _Pur tu copia versavi alma di canto_, non
si può indovinare: a ogni modo innanzi o ne’ primi del 1803. Di cotesti
sonetti, tre — in morte del fratello — a Zacinto — alla sera — sono di
certo i piú belli del Foscolo, e, dopo quelli di Dante e del Petrarca e
qualcuno forse del Tasso, sono dei piú perfetti della poesia italiana.
Se non che dire perfetti non mi pare lode giusta; la perfezione può
essere anche fredda; e questi sonetti pur cosí grondanti di lacrime
e frementi di disperazione, sono caldi, caldi, caldi della divina
passione giovanile: sono, senza piú, una meraviglia. E se qualcuno non
lo capisce o non lo vuol capire, non importa proprio nulla. Ciò che
il De Sanctis riconobbe nell’ultima terzina del sonetto a Zacinto,
il presentimento di Giacomo Leopardi, a me par di trovarlo in tutti
tre: ma lascerei da parte il Leopardi, e direi, che, mentre nei primi
sonetti si divincolava lo spasimo individuale, in questi sentesi nella
sua fatalità quasi serena la doglia mondiale.
Fra essi, come statua greca del quarto periodo dell’arte, sorge l’ode
all’amica risanata, una stupenda perfezione marmorea. Di questa ode
giudica molto bene il Chiarini — «Le ultime sette strofe sono di una
purezza antica, quale fino allora non s’era veduta nella nostra poesia.
Chi legga le lettere che il poeta scriveva in quei giorni all’amica e
le paragoni con l’ode, non potrà non restare meravigliato del contrasto
singolarissimo. In quelle le espressioni di un amore esaltato, in
questa neppure un accento di passione. Non si direbbe davvero che
questa ode è la poesia di un innamorato. Il Foscolo, che sapeva mettere
nella prosa tutta la poesia della passione (le sue lettere d’amore
sono delle piú belle che io abbia lette), in questi versi, come nella
maggior parte di quelli delle Grazie, coi quali celebra altre donne
amate da lui, è d’una freddezza glaciale; è un artista che tutto
assorto nella serena contemplazione della bellezza della sua donna si
dimentica affatto che cotesta donna è pur quella che gli fa battere il
cuore violentemente; si direbbe che, mentre egli la canta, se la vede
dinanzi come una Venere, come una delle Grazie, bella e perfetta sí,
ma di marmo; anzi piú gelida ancora, poiché il marmo della Venere di
Canova lo facea _sospirare, con mille desiderii e con mille rimembranze
nell’anima_». Aggiungo, quasi temperamento, un passo del De Sanctis:
«A quei sonetti lapidarii, dove la vita è come raccolta e stagnata al
di dentro, succede la classica ode ne’ suoi ampi e flessuosi giri, dove
l’anima si espande nella varietà della vita. In questo suo classicismo
a colori nuovi e vivi senti la freschezza di una vita giovane guarita
da quel sentimentalismo snervante, e risorta all’entusiasmo, incalorita
dagli occhi negri e dal caro viso e dall’agile corpo e da’ molli
contorni della beltà femminile, tra balli e canti e suoni d’arpa.
In questo mondo musicale e voluttuoso l’anima si fa liquida, si
raddolcisce, e spunta la grazia; le corde eolie si maritano all’itala
grave cetra»[222].
Di mio faccio un po’ di commento. Evidente nella prima strofe è a tutti
la comparazione omerica e virgiliana, e qua e là qualche rimembranza
d’Orazio e d’altri poeti latini. Non so per altro se in quei bei versi
della terza
tornano
I grandi occhi al sorriso
Insidïando, e vegliano
Per te in novelli pianti
Trepide madri e sospettose amanti,
qualcuno abbia riconosciuto questi d’Orazio
Te suis matres metuunt iuvencis,
te senes parci miseraeque nuper
virgines nuptae, tua ne retardet
aura maritos:
che è realismo nella eleganza efficacissimo; ma, perché divenisse
complimento passando da una etaira a una contessa, bisognava
rammodernarlo o rammorbidirlo, come il Foscolo seppe. Chi poi non
ricorda?
Ebbi in quel mar la culla.
Ivi erra, ignudo spirito,
Di Faon la fanciulla;
E se il notturno zeffiro
Blando sui flutti spira,
Suonano i liti un lamentar di lira.