Con l’ultima liberazione di Roma, alla quale seguirono non lontane
le morti del Manzoni e del Guerrazzi, finí la letteratura che mosse
e accelerò tanta mutazione dell’Italia. E ora, chiuso quel primo
stadio, bisogna pur confessare a noi stessi che il procedimento
della rinnovazione letteraria in Italia, comparato a quello quasi
contemporaneo della Germania e al francese d’intorno al 1830, non fu
né cosí razionalmente animoso, universale e profondo come il primo,
né cosí rapido e largo e simpaticamente propagantesi per tutte le
fibre della vita nazionale come il secondo. Di che, tra altre ragioni,
appaiono evidentissime queste: per una parte, che la Germania non
contristata e compressa da due secoli di signoria straniera e di
tirannia spirituale, non gravata da una solenne tradizione letteraria
quale la nostra del Rinascimento, serbava dal medio evo in poi le forze
integre ad un alacre e ben distribuito lavoro in campo vergine: per
l’altra, che la nuova letteratura francese surse quando la nazione
compatta, ricca e libera, ma ancor nel bollore di uno straordinario
sconvolgimento, nella fusione ardente degli elementi d’una vita nuova,
e recente di memorie stupende, e non contenta del suo stato, e intesa
all’avvenire, era naturalmente disposta a sentire e con ardenza a
comprendere, sollevata, riflessa ed echeggiata nella idealità estetica,
la sua grande rivoluzione. Nulla di ciò in Italia: dove il moto
letterario, o partendo dalla potenza solitaria e dall’azione a pena
avvertita di sommi ingegni o determinato dall’ascendente or francese
or germanico, procedè a ondate disuguali e intermittenti, e non trovò
alveo non campi ove devolvere pienamente il suo corso. Veniamo agli
esempi: Ugo Foscolo compié egli, come lo Schiller, tutto quello a che
era idoneo? Giacomo Leopardi, anche non considerando le peculiari sue
condizioni, potè adoperare, estendere e rinnovare tutte le facoltà
sue come lo Shelley? Alessandro Manzoni svolse egli da vero tutta
intiera e piena la sua manifestazione artistica, come piú largamente
e con prodigiosa ricchezza avea fatto il Goethe? No: la Italia era
in principio o non preparata o reluttante, fu poi troppo distratta e
preoccupata: e i suoi piú insigni scrittori moderni, eccetto il Manzoni
e il Leopardi, intesero, non so se piú o meno prudenti dei tedeschi, i
quali vollero constituire e confermare l’arte e la filosofia germanica
prima che la patria, certo molto meno avventurati dei francesi, i quali
avevano una patria gloriosamente constituita, i nostri piú insigni
scrittori moderni, dico, intesero servirsi del rinnovamento letterario
come di mezzo a restituire la nazione.
Tanto è vero, che, raggiunto ora questo fine, l’Italia in letteratura
è tornata, mutati gli oggetti, alle condizioni press’a poco del 1770.
Con la ghiottornia svogliata d’una fanciulla in convalescenza, ella
si getta su i rimasugli delle cene della letteratura di Luigi Filippo
e del secondo impero, che finiscono di guastarle lo stomaco: ella
rimastica i pasti tedeschi, che non può digerire. Vedete la maggior
parte delle opere drammatiche odierne: elle vi han l’aria di cose
già viste e a sazietà riviste: sono ombre della commedia francese,
che si rispecchiano pretensiosamente in un quadro mobile e vago con
isbiaditi contorni che non sono piú di nessuno. Leggete, se vi dà il
cuore, certi romanzi che si moltiplicano piú noiosi e piú vani dei
canzonieri del cinquecento: è vita italiana cotesta? è spirito, è
ingegno, è lingua italiana? Nel resto la scapigliatura e la facile
letteratura a uso di Francia sbizzarriscono innocentemente contro le
vesciche di un classicismo academico che non è mai stato nazionale;
e un’arcadia renana par che voglia dedurre nuove colonie a consolarci
dello svaporato romanticismo. La critica, salvo alcuni nobili esempi,
sdottoreggia e vive giorno per giorno di piccoli espedienti e piccoli
furti, di grandi declamazioni e grandi formole, di ripetizioni de’
catechismi vecchi o nuovi, di chiacchiere, senza fondamenti razionali,
senza metodo storico, senza dottrina. Vorremmo studiare e rappresentare
quella poca di vita nuova che si prova a spuntare in noi; ma lo
facciamo prendendo a ricopiare qua e là i descrittori stranieri. La
vita della conscienza moderna né la sentiamo né la comprendiamo ancora
del tutto.
L’Italia è indietreggiata al 1770: tanto è vero che si riagita, come
già dal Cesarotti, la questione d’una lingua moderna. E sí che, se v’è
stata questione che sia proceduta di pari passo e risoluta insieme con
la nostra rigenerazione politica, ella è questa della lingua. Quando
sotto la dominazione francese l’Italia cominciò a spasimare per la
indipendenza, il Cesare, continuando nel territorio grammaticale la
reazione alfieriana contro la Francia, rimise in onore gli esemplari
del trecento e del cinquecento. Ma l’Italia dopo l’Alfieri e il Parini
non intendeva di ritornare a restringersi tra gli ascetici del secolo
decimoquarto e gli academici del decimosesto, e il Monti schiumò
via bravamente tutto ciò che nel purismo v’era d’impuro. Lo aiutò il
Perticari; e, facendo un passo piú avanti, affermò e mise in solido
la unità politica della nazione nella unità letteraria della lingua.
Il Manzoni e il Tommaseo, contraddicendo a quel che nel sistema del
Perticari poteva essere troppo rigidamente e immobilmente letterario,
e ingegnando con i precetti e gli esempi di riattingere alla fonte
viva dell’uso popolare, conferirono pur essi a conchiudere la questione
praticamente quando a punto la rivoluzione si risolveva nei plebisciti.
Dopo ciò tutto, a una nazione che ha una letteratura classica da sette
secoli, vorrebbesi rimettere in bocca non so quale altra lingua, co ’l
pretesto che questa usata finora è solamente una lingua letteraria. E
che altro sono la lingua tedesca e la inglese? che altro, in fondo, è
la francese? Sarebbe il caso di rispondere come a colui che negava il
moto: moversi. Ma l’Italia, pur troppo, non si move.
La questione della lingua, del resto, quale fu posta innanzi negli
ultimi anni, è, come al tempo di Dante, questione, piú che d’altro,
di stile, anzi di arte; e trascende ed è compresa in quest’altra:
Perchè la letteratura italiana non sia popolare in Italia. Intorno
a che un uomo dotto e di molteplice ingegno scrisse un libro che
forse intende a provar troppo; come forse, riuscirei anch’io a
provar troppo, se contrapponessi quest’altro quesito: Quando mai la
letteratura italiana non fu popolare in Italia? Ogni scrittore che
abbia raccolto gli spiriti del tempo suo e gli renda con immediata
verità ed efficacia, riesce sempre, comparativamente all’argomento suo
ed al tempo, popolare, perchè nel caldo scambio del suo senso intimo
co ’l senso generale trova, senza cercarla, la genialità della forma.
Ogni letteratura nella virilità è popolare per forza propria, per
necessità delle cose: nella gioventú poi è opera piú o meno del popolo
stesso. Ma, perchè tutto questo è vero, non è ragionevole, e sarebbe
pericoloso, spingere agli ultimi termini la massima della popolarità
nell’arte. Quando una coltura è stata lungamente interrotta, quando il
popolo si segregò per esaurimento o fu segregato per violenza dalla
cooperazione al lavoro letterario, allora è ben difficile che l’arte
intenda alla popolarità immediata. Nelle età della critica il popolo,
anche quello elegantemente vestito, è da per tutto superficie: tanto
piú è tale in Italia dopo il secolo decimosesto. E quando in una età
critica, e per giunta consuetudinaria, certe teoriche si vogliono
portare nel fatto agli ultimi termini, gli effetti riescono cosí
meschini e ridicoli, che primi a non contentarsene sono quelli che le
promossero; e non è questo il luogo da parlarne.
Pur troppo l’Italia, non a pena risorta, si è impedita in un
alessandrinismo barbogio che simula sforzatamente la libertà e la
gioventú. Non importa far questioni di generi, di scuole, di estetica;
ma è forza convenire che v’è un processo di trasformazione degenerante.
Lo spirito della nostra letteratura va sempre piú raffreddandosi, e la
produzione ogni giorno rimpiccolisce, rammeschinisce, raggricchiasi.
Non abbiamo piú potenza a rappresentare in armonico insieme tutte le
essenze, tutte le condizioni, tutte le forme, e smembriamo quel che è
necessariamente organico, e dello smembramento ci applaudiamo come di
un progresso dell’arte. Che significa il realismo con la pretensione
sua ad essere cosa tutta recente, a regnare solo ed esclusivo?
Significa che non sappiamo piú inventare, imaginare, raccogliere in uno
le impressioni; e descriviamo minutamente a inventario, e scambiamo
per cima dell’arte la fotografia. I grandi artisti delle grandi età
sono tutt’insieme realisti e idealisti, popolari e classici, intimi
analizzatori e formatori plastici, uomini del tempo loro e di tutti i
tempi. Tale, per offerire un esempio non sospetto, fu Volfango Goethe.
E pure, da poi che nelle condizioni della civiltà un popolo allora
soltanto ha ragione di esistere quando reca nell’ordine ideale non
solo una nobile operosità ma qualche cosa di proprio e di diverso e
di continuo, e pure è necessario che l’Italia rinnovi e rialzi anche
la letteratura e l’arte sua: al che i tempi le si porgono piú assai
che prima opportuni. Germania e Francia, che finora sí gloriosamente
e prepotentemente influirono nelle letterature della rimanente
Europa, paiono accennare a un riposo dalla produzione. E insieme,
mentre l’umanesimo pervade tutte le dottrine e le instituzioni, e la
rivoluzione consolidata nella scienza e negl’instituti non teme piú
reazioni mistiche e romantiche, un’aura fresca di ellenismo torna a
spirare su le menti travagliate. Si direbbe che l’Europa, dopo tanti
vertiginosi contrasti di sconforti e di eccitazioni, d’insurrezioni
e di repressione, di distruzione e di riordinamento anche nella
filosofia e nella letteratura, riguardi desiderosa ai tranquilli
svolgimenti del pensiero, alle gioie serene di un piú libero, di un
piú razionale, di un piú integro Rinascimento. La fatale interruzione,
che cominciò con la Riforma, sarebbe dunque terminata; e l’Italia
riprenderebbe finalmente il luogo e l’officio suo tra le nazioni che
seggono a specchio del bacino mediterraneo, le quali dalle circostanze
stesse della natura furono designate e informate al senso estetico
dell’equilibrio tra lo spirito e la materia, tra il pensiero e la
sensazione, tra il concetto e il fantasma. E questa nuova operosità
dell’Italia come si manifesterebbe? Se vero quello che ho posto,
non parrà audacia per avventura il congetturare che ella fosse per
tenere dell’industre e sapiente eclettismo romano, della integrazione
formatrice che la Toscana del secolo decimoquarto esercitò con l’Europa
medievale, della contemperazione artistica che l’Italia tutta fece nel
secolo decimoquinto e decimosesto tra l’antichità e il medio evo. Ella
sarebbe chiamata a trovare la _sofrosine_ classica delle letterature
surte o rinnovate alla rivoluzione.
Ma anzi tutto è necessario che l’ingegno italiano si ritempri
vigorosamente, che l’arte e la letteratura riacquistino presso il
popolo nostro il concetto e la dignità d’una potenza della nazione
come hanno tra i popoli piú gloriosi piú forti e piú ricchi d’Europa,
che si restaurino gli studi severi. Finiscano una volta e si chiudano
per sempre tutte le arcadie, e prima quelle ove piú alti suonano i
vanti della felicità e prontezza degl’ingegni italiani, e quelle di
poi ove la sentimentalità e le morbose fantasticherie o le grandi
parole di cuore e di natura e le declamazioni insorgono a scusare la
ignoranza la impotenza la svogliatezza la trascuraggine e i viziosi
abbandoni e i miseri orgogli di uno scadimento ruinoso. Non altre muse
v’hanno oramai per gli animosi che la ragione e l’ingegno illuminato e
scaldato dall’amore del vero e del bello, né altre ispirazioni v’hanno
che dalla meditazione e dallo studio. Cessiamo d’essere un popolo di
dilettanti e d’orecchianti, un volgo sensuale; e ritorniamo all’amore
puro dell’arte e delle lettere, sani, laboriosi, schietti, modesti. Non
dicasi che all’Italia, tutta oramai data ai facili godimenti ai súbiti
guadagni alle materialità, incresce l’antica gloria, e non vuole essere
culta e non intende esser gentile. E ci paia vergogna che qui, ove i
banchieri e gli uomini di stato erano, come ora sono in Inghilterra,
filologi e filosofi e scrittori, qui ove un popolo di mercanti fece il
Rinascimento, qui oggi le famiglie lamentino l’insegnamento classico
(ed è un ludibrio) quasi impedimento alla rapida e pratica instituzione
dei figliuoli. Lavorare e industriarsi per arricchire è mezzo e non
fine: perfezionarsi bisogna, cosí agli uomini come alle nazioni. Un
popolo che tutto sapesse leggere e scrivere per suo consumo, e poi da
leggere non avesse che le gazzette e scrivere non sapesse e non curasse
che lettere e conti, sarebbe tutt’altro che un popolo grande, sensato,
onesto. La operosità e la felicità sono nel lavoro del pensiero che
dirige e rinnova, non già nella prontezza delle mani e degli occhi: la
grandezza duratura e la forza feconda delle nazioni sono, e in Italia
dovrebbero piú spesso ricordarlo cosí i cittadini come i legislatori
e i reggitori, nello svolgimento indipendente delle alte idee umane
e nella coltura superiore. Quanto alle lettere poi, solo una coltura
filologica superiore può renderci il concetto e l’uso di esse in
generale e il vero intendimento storico in particolare della nostra
letteratura; può renderci il maneggio signorile dell’antica e immortale
arte classica, co ’l cui istrumento i nostri avi, liberata l’Europa
dalla mistica e dalla scolastica, la informarono e rinnovarono; può col
raffronto razionale ed estetico delle letterature straniere francarci
dal servaggio di esse, educarci ad emularle. Ci bisogna ricercare a
qual punto i nostri avi si rimasero dall’opera della civiltà di cui
furono autori e propagatori ardentissimi, e di quanto e come gli altri
popoli seguitando ci abbiano preceduto, e misurarci con loro senza
burbanza e senza sconforto.
No, non dobbiamo sconfortarci. Anche la filologia non venne mai del
tutto meno in Italia; se non che pure ad essa nocque la disgregazione,
e forse, piú che le iattanze de’ mediocri e la ciarlataneria de’
minimi, la modestia dei sommi. Della quale modestia e della prodigalità
dei dotti italiani nel partecipare altrui le acquistate ricchezze
nobile testimonianza rendeva l’alemanno Iusti, notando come i nostri
e massime il Bianconi avessero educato il Winckelmann alla critica
dell’arte antica. E ne fu solennissimo esempio Bartolomeo Borgesi, il
cui nome, che vale esso solo un secolo di filologia, è venerato agli
stranieri piú ancora che noto in Italia: dove, colpa e vergogna della
trascuraggine nostra, non tutti sanno come dei tesori di dottrina, che
egli con romana grandezza spandeva nel suo carteggio, crescessero tanti
nomi e tante opere insigni in Francia ed in Germania; come, da lui
movendo i primi passi alla fama, lo salutasse maestro Teodoro Mommsen,
che poi, storico illustre di Roma, doveva conchiudere co ’l negare
al popolo italiano altro genio che quel delle farse. Ma che importava
delle ingratitudini al romito di San Marino? Egli, quando gli stranieri
piú battevano e oltraggiavano l’Italia, egli, di cima al Titano,
ricongiungendo con la sua gloria l’ultimo superstite comune italico
alla maestà di Roma regina, passava in rassegna un popolo di consoli
riconoscendo a ciascuno il suo stato di servizio, e salutava ognuna
pe ’l suo numero e co ’l suo nome tutte le aquile delle legioni, che
incoronate dalla nostra antica dea, la Vittoria, movevano per le vie
consolari a portare la civiltà fino all’Eufrate e all’Atlante.