II.

Quando su ’l finire del 1748 il trattato di Aquisgrana incominciò

all’Italia quarantaquattro anni di pace e di illuminati despotismi,

il Metastasio e il Goldoni erano nel maturo vigor della vita, era

nel suo diciannovesimo anno il Parini: l’Alfieri nacque dopo un

anno, il Monti sei anni di poi. Questi nomi e questi numeri segnano

nettamente il confine tra la vecchia arte e la nuova. Per vero su ’l

confine tra l’antica Italia e la Italia rinnovantesi stanno anche e

rimarranno eterne le due erme del Muratori e del Vico, come destinati,

quegli a raccogliere e conchiudere nella sua descrizione tutto il

passato, questi a dar le leggi storiche per l’avvenire; e certo

nei campi della dottrina e del pensiero solitario ed astratto, fuor

della vita e del sentimento, l’Italia era allora tuttavia grande. Ma

nell’arte il Metastasio e il Goldoni ci rappresentano il passaggio dai

contorcimenti dell’affannosa grandiosità spagnuola agli specchiamenti

nel classicismo regolare di Luigi decimoquarto: perocché l’Italia,

esaurita la fecondità originale a poco a poco nella compressione

politica e religiosa e nel vuoto fattole intorno dopo la pace di

Cateau Cambrésis e la chiusura del concilio di Trento, veniva ormai

ricevendo e riprendendo dalle letterature delle altre genti latine,

che ella aveva educate e cresciute del suo, non pur gl’impulsi ma la

materia e le forme, e mutava gli esemplari insieme e i padroni. Il

Metastasio di fatti, ove ascende alla tragedia, tiene dal Corneille e

dal Racine; e il Goldoni, ove è commediografo perfetto, dal Molière e

dal Regnard. Ma la sostanza e l’anima delle opere loro è pur sempre la

vita italiana d’allora ne’ due suoi aspetti, ideale e reale. L’ideale

di quel popolo degenerato, che dagli attriti e dagli urti del vero

riparavasi tra le imbottiture di un falso mondo eroico e pastorale

cullantesi nella gentil sensualità della musica, lo raccolse e ce lo

rende il Metastasio, cresciuto in Roma papale, educatosi poeta in

Napoli ancora spagnolesca, vissuto in Vienna a giocondare la corte

dell’imperatore cui Dante e il Petrarca o invocando o consigliando o

imprecando trattavan da pari. Egli discendeva dal Tasso dal Guarini dal

Marino, ma con sí fervorosa compiacenza versava nell’opera l’affine

consentimento suo alla società tra cui vivea, che ne risultò una

poesia tutta secondo allora moderna e intimamente geniale, la quale

per altro infiorava colorava ed armonizzava il nulla. Con lui il ciclo

dell’idealismo arcadico è pieno: la plastica della parola si è lisa

in modo che non regge piú e cede il luogo alla plastica dei suoni, e

l’antica arte italiana muore cantando come gli eroi del suo poeta. Che

se ad alcuno occorresse pur disilludersi del mondo eroico metastasiano,

quegli ricorra al teatro del Goldoni; il quale con piena indifferenza

per tutto che non fosse la commedia ritrasse la vita italiana come

erasi ristretta nel cuor di Venezia. Che fecondità, e quanta ricchezza

e fluidità di colori, ma che tristi disegni! Il Tartufo del Molière

e il Misantropo prenunziano la rivoluzione: i Lelii del Goldoni non

prenunziano altro che la sera in cui, crollando tutta intorno la

longeva repubblica, il doge Manin si lamenterà del non poter essere piú

sicuro né men nel suo letto.

Dopo la pace di Aquisgrana, gli Austriaci in Toscana e in Lombardia,

i Borboni in Napoli e in Parma instaurarono il despotismo a uso Luigi

decimoquarto, illuminantesi da quella letteratura che emancipata

durante il regno di Luigi decimoquinto andava combattendo senza posa

una guerra filosofica e sentimentale di principii e di epigrammi, di

teoriche e di utopie, di trattati e di romanzi, di enciclopedie e di

commedie, in corte, alla università, nei parlamenti, in teatro, per

tutto, contro la chiesa, contro la feudalità, contro lo stato, da

cui essa e il dispotismo del maggior Borbone erano usciti. Cotesta

incantevole e strana letteratura empiè e rifoggiò di sé l’Europa, non

pur l’Italia che quasi inconscia se ne imbebbe tutta e se ne colorò

di una vita apparente. Dal movimento in fatti e dal pensiero francese

mossero e ritrassero gli economisti i filosofi i politici di Toscana di

Lombardia di Napoli: francesi si fecero in tutto i critici di Padova:

fino i gesuiti adoravano il Voltaire, e rubacchiandogli le arguzie ne

scimmieggiavano le licenze assalendo la tradizione letteraria nazionale

con leziosaggini barbaresche. Ma da un’altra parte la opportunità e

vivacità dei libri francesi, raffrontata alla vanità academica dei piú

tra quelli che si componevano allora in Italia, avea pur risvegliato

co ’l senso dell’orgoglio patrio la emulazione dei nostri migliori;

e la emulazione s’era fatta nazionale: essi tornavano agli antichi

esemplari, agli esemplari dell’Italia una volta maestra.

Due poeti uscirono tra quei contrasti, Giuseppe Parini e Vittorio

Alfieri; rappresentando il primo quel graduale rinnovamento del

popolo di mezzo che dagli scritti dei filosofi e degli economisti

dovea passare nelle riforme dei principi, il secondo la insurrezione

immediata. Se non che il fermento delle idee in Italia era solo nella

superficie, o meglio in alcune menti di pensatori e scrittori: la

maggior parte viveva la vita delle commedie goldoniane o sollazzavasi

nell’idealismo metastasiano. Per questo, e anche perché ogni nuovo

svolgimento è nel motivo suo primo reazione, il Parini e l’Alfieri, pur

succedendo al Goldoni e al Metastasio nell’opera letteraria, furono

tutto il contrario. Il Parini ritrasse anch’egli come il Goldoni

la vita reale, ma con dolore e sdegno, co ’l pungolo della censura:

l’Alfieri oppose a un beato idealismo un idealismo negativo: ambedue

la reazione improntarono sin nelle forme, contrastando al lassismo

gesuitico di lingua e stile de’ due antecessori e dei contemporanei

e alle ariette e a’ recitativi con la purità del cinquecento, con la

rigidità del trecento, con l’asprezza eccitante e la varietà faticosa

del verso sciolto e dell’ode classica.

Ma l’efficacia del Parini fu di gran lunga inferiore a quella

dell’Alfieri. Il milanese tra le riforme di Maria Teresa e di Giuseppe

secondo si accomodava a quella specie di federazione monarchica che

andava foggiandosi intorno al 1789 come già innanzi al 1494. Certo

egli restaurò in sé l’uomo, rifece la conscienza del poeta, e non fu

poco; intese anche a ristaurare gli animi, a rifare i nervi della sua

cittadinanza lombarda; ma di rado o non mai egli allungò lo sguardo

oltre i tigli di Porta orientale, non assurse mai al concetto d’un

rinnovamento d’Italia, né mai il nome d’Italia patria e un fremito di

libertà vibrò in quei versi squisitissimi, coi quali rinnovava il poema

didascalico del secolo decimosesto trasportandolo alla satira borghese

e i sensi della borghese filantropia acconciava nelle strofe di

Bernardo Tasso e del Chiabrera. Ei lasciò un nobile esempio di stile e

di vita, Vittorio Alfieri ci lasciò la passione; e per ritemprare cosí

un popolo come una letteratura ci vuole a certi momenti la passione.

Era tanto tempo che tra gli scrittori italiani mancava un uom vivo,

a cui bollisse nelle vene il buon sangue antico; e quest’uomo ce lo

mandò il nobile Piemonte. Il Piemonte, ancora nuovo alla letteratura,

non avea sciupate le forze ne’ piccoli torneamenti letterari: avea

lavorato e combattuto, era giovine: tant’è vero che il suo poeta, a

pena rifattosi italiano, salta, senza badarsi intorno, oltre l’arcadia

e le corti del cinquecento, e va a cercare i suoi coetanei, Dante

e il Petrarca, dei quali riprende e rende nel secolo decimottavo la

imagine. Fu detto che la tragedia alfieriana è la tragedia francese

scarnificata; e, se guardisi per un solo aspetto, può parere giudizio

vero. Ma il fatto è che né quello era il tempo né l’Italia il paese

né l’Alfieri l’uomo da questioni teoriche. La tragedia era allora il

poema per eccellenza: era universale la forma in cui l’aveano foggiata

i poeti di Luigi decimoquarto; si credeva stabile, eterna, come la

monarchia, come la chiesa, come la società partita in tre stati. E in

quella tragedia legittima e regolare l’Alfieri con la forza nervosa di

Dante ci mise dentro il contratto sociale, e con le unità di luogo e di

tempo bandí la rivoluzione. Cotesta è la novità dell’Alfieri: il dramma

è la rossa criniera e il ruggito del leone astigiano divincolantesi tra

i cancelli academici di Luigi decimoquarto. La questione se l’Alfieri

abbia o no creato la tragedia nazionale a me pare solamente scolastica:

ei ricreò la poesia, egli creò la rivoluzione italiana.

Perocché l’Alfieri, e dal teatro, e in rima ed in prosa, andò sempre

agitando su gli occhi dei suoi nazionali e dell’Europa la imagine,

come improntata in un sudario, dell’Italia trista e dolente. Egli

con l’intensa passione di Dante e del Petrarca se l’avea tratta dalle

intime viscere del suo sentimento; una Italia viva non c’era. Potevan

bene gli economisti e i filosofi proporre riforme, e i principi

effettuarle: il popolo italiano giaceva, o, se svegliato, infuriava e

stizzivasi contro chi l’aveva scrollato dal sonno. La sua conscienza

politica era gravata dalla posatura delle antiche parti guelfa e

ghibellina, che in due secoli di servaggio avea fermentato e ricoperto

di muffe tutta la vegetazion del rinascimento. Tant’è vero, che la

rivoluzione francese, salutata con erette speranze dai popoli e dai

poeti di Germania e d’Inghilterra, in Italia, che pur doveva riceverne

il primo e piú potente impulso a drizzarsi, fu instintivamente odiata

dal popolo, e da’ poeti imprecata, dal Parini per quella accidia

delle riforme, dall’Alfieri per passione nazionale, dal Monti per

consentimento all’universale.

Vincenzo Monti fu di questa seconda fase letteraria che si stende

tra il 1789 e il 1815 il Metastasio mutabile, in quanto ebbe come

il romano la facoltà di consentire con creativa compiacenza alle

impressioni degli avvenimenti e al genio della società tra cui passava:

ei raccoglieva d’attorno attorno il suo ideale e poi lo fermava con

effusione in versi magnifici. Ingegno piú vario che non il Metastasio,

piú pronto e ricco che non il Parini, piú facile e vivo che non

l’Alfieri, seppe rinnovare quel che d’usuale e di utile restava nelle

consuetudini dell’arte italiana, seppe assimilarsi quel che a lui

si affaceva dall’opera individuale del Parini e dell’Alfieri, seppe

attingere con discernimento e con gusto alle letterature straniere,

ciò che i suoi contemporanei facevano male: fu in somma il maggior

poeta ecletticamente artistico che l’Italia da gran tempo avesse avuto,

anzi raccolse in sé tutta l’abitudine poetica dell’Italia d’allora, e

dié fin dalla gioventú il piú bel saggio di quel che sarebbe riuscita

una nuova letteratura su ’l cadere del secolo decimottavo quando non

fosse stata travolta dalle tempeste politiche. Con tutti cotesti doni

ei non era il poeta di quell’ombra di rinascimento cattolico insieme

e pagano, che su ’l finire della lunga pace del secolo mentiva la

Roma di Leon decimo nella Roma di Pio sesto. E quando il pontefice

si restrinse all’imperatore contro altri e piú terribili Luteri, i

giacobini; quando il popolo italiano risentí un accesso medievale di

ire guelfe e ghibelline contro i nemici della chiesa e dell’impero;

quando il nome d’Italia e l’amore di patria parver risorgere in una

specie di federazione cattolica monarchica proposta da Pio; allora Roma

e l’Italia, il papato e l’impero, ebbero il loro poema, la Basvilliana:

poema vero, sentito, storico, perocché al ringiovinito ternario del

secolo decimoquarto i volghi di Roma di Verona di Lugo di Arezzo di

Napoli di Calabria facevan bordone con lo scricchiar dei coltelli

che scannavano i francesi sperduti o prigionieri ed infermi e co ’l

crepitar dei roghi ove abbrustolavano insieme gli ebrei e i giacobini

italiani.

Se non che la fortuna delle armi francesi e la gloria del consolato

e dell’impero attrassero e inebriaron ben presto le mobili fantasie

del popolo mezzano d’Italia; e i pastori arcadi divennero deputati,

senatori, prefetti. Il nome d’Italia restituito a tanta parte della

penisola, un esercito italiano che combatteva e vincea su la Raab,

erano pure una bella cosa; e la nuova letteratura, principe il Monti,

si colorò di quelle stupende apparenze. Ma ecco, mentre i versi del

Monti corrono per il regno d’Italia superbi d’èmpito e di fulgore come

gli squadroni di cavalleria del re Murat, ecco un giovine, già tribuno

e soldato ed erudito, già famoso per un romanzo che e un soliloquio ove

lo scetticismo ferve di entusiasmo e la disperazione ribocca di vita

e la passione per la patria non piú ideale si confonde alla passione

per la donna non piú metastasiana; ecco questo giovine, dico, gittare

in mezzo a quel tumulto e a quei bagliori un piccolo carme intitolato

I Sepolcri. I Sepolcri? Ma chi osa parlar di morte nel 1807, quando

la vittoria su i rottami del trono di Federico il grande incorona del

quarto e piú superbo lauro germanico la fronte del Cesare latino, e

l’imperatore e re d’Italia nel suo palazzo di Milano sequestra con un

tratto di penna l’Inghilterra dal mondo? E pure qualche cosa moriva,

o stava per morire. Moriva finalmente la vecchia Italia e la vecchia

letteratura co ’l suo falso idealismo, con l’academica servilità.

La gioventú s’avea rifatto il sangue e la fibra co ’l Parini e con

l’Alfieri; e Ugo Foscolo, riprendendo del primo gl’insegnamenti civili,

del secolo l’amore sdegnoso alla patria, continuava l’opposizione

italiana alla Francia personificata nel suo Cesare. I nemici della

rivoluzione eran divenuti imperiali, il poeta guelfo d’avanti il

novantasei invocava con fede l’unità ghibellina con l’imperatore e

re: il Foscolo in vece, il giacobino d’una volta, dove altri adorava

lo splendore d’una gran mente e d’una gran volontà, non vedea che

la forza e il despotismo; dove altri rendeva omaggio al potente che

avea riconstituito in parte e dava speranza di riconstituire del

tutto la patria, non vedea che direnamento servile; egli in fine, il

gentiluomo veneziano, nobilitava l’odio istintivo della plebe contro

i francesi, trasformandolo nel sentimento del diritto nazionale,

della resistenza alle insolenze della vittoria, alla brutalità della

conquista, alla falsità della prepotenza usurpatrice. L’Alfieri aveva

finito bestemmiando la rivoluzione francese: il Foscolo, pur senza

confessarselo, proseguiva le massime di quella in Italia contro chi,

infrenatala in Francia, se l’era trascinata alla coda del suo cavallo

per tutte le metropoli e le regge di Europa. E la gioventú, già insórta

col furore repubblicano dell’Alfieri contro le vecchie signoríe e che

per amore al nome d’Italia avea combattuto e combatteva co ’l Foscolo

sotto le bandiere del regno, la gioventú era co ’l Foscolo. Al fine,

mercé della letteratura e dell’arte, viveva in Italia una generazione

italiana; e la prosa del Foscolo, nervosa e tesa, posta a rincontro

della prosa intirizzita dell’Alfieri, la prosa del Foscolo, principio

dello stile moderno, come quella dell’Alfieri fu termine dell’antico,

quella prosa mostra il sangue refluente al fine nelle vene d’Italia.

Sí, la vita palpita in ogni scrittura del Foscolo, perché egli ebbe

la conscienza del presente e del vero, quantunque torbida e dolorosa;

ma la tristezza di lui era già piú umana che non quella dell’Alfieri.

Il Foscolo sentí in sé e rappresentò in tutte le opere sue il dolore

del dissidio, dello strappo, se questa parola mi sia concessa, che la

rivoluzione avea fatto e andava facendo non pur nelle viscere della

vecchia società, ma nei cuori e nelle menti d’ogni pensante. Di quel

procedimento per cui nella società in generale e in ciascun uomo i

germi dell’avvenire già fecondati van rompendo l’involucro, il Foscolo

sentí l’istante dello strazio, quando l’anima nella convulsione del

patimento non sa quel che in lei succede, se debba prevalere l’antico

o il nuovo, se meglio sia la vecchia scorza resista o che il germe

giovine rompa. E il poeta contorcendosi seguiva pure con gli occhi

angosciosi i grandi ideali umani e ricercava le cime quiete della

poesia; e con una lirica, fantastica insieme e sentimentale, intima

e di molti tòni, rapida, colorata, senza esempi, trasportava nella

serenità omerica e pindarica il dubbio e il dolore moderno, con un

presentimento del risorgente ellenismo. Per tutto ciò il Foscolo è

il primo scrittore moderno della nostra letteratura; e con quel suo

contrasto tra l’azione e il pensiero, tra la negazione e la fede, tra

l’antico e il nuovo, segna il piú notabile movimento di passaggio della

vita italiana.

Intanto la dominazione francese giovava all’Italia in questo, che le

apprese a sentir le sue piaghe e l’indolenzimento del giacere, e un

tormentoso desiderio le apprese di quello che le mancava. Il concetto

dell’indipendenza si formò e maturò durante il regno italico, e in

confronto all’antica e nuova compattezza della nazione francese

cominciò ad ombreggiarsi nelle emule voglie degl’italiani anche

un’idea politica di unità. Quando sopravvenne la ruina del 1815 e le

sollevate speranze furono dopo la vittoria represse e delusi i miseri

vóti, il dolore italiano divenne cronico. E il Conciliatore, che aprì

nel diciotto la terza fase della moderna letteratura, incominciava

attestando: — gli avvenimenti solenni e i tanti insegnamenti della

sventura avere al fine risvegliato gli uomini di questi tempi con

la punta del dolore, e dal dolore avere essi di necessità imparato

a pensare. — A tale condizione particolare dell’Italia aggiungevasi

la universale delle altre genti d’Europa, la cui unità religiosa

filosofica politica era stata scissa dalla rivoluzione e dalla scienza

che quella aveva preparato ed accompagnato. Appresso il quindici

gli animi si trovarono come in un deserto ingombro di ruine, dopo lo

scroscio di un gran temporale che ha mutato faccia ai luoghi, soli

con se stessi dinanzi a una natura a una vita a una società che non

era piú quella antica e non era ancora la nuova. Gli spaventati dalle

furie della rivoluzione, gli sbigottiti dalla rovina del quindici, si

rifugiarono nei vecchi ideali, e vollero faticosamente coi rottami che

avanzavano riconstruire gli antichi templi e gli antichi dèi: quelli

che sentirono piú amara e cocente la delusione degli sforzi, che allora

parvero invano, per la umana liberazione, quelli imprecarono il nulla

sopra sé e le cose. Quindi il misticismo e lo scetticismo, tra i quali

s’agitò la letteratura romantica nell’intermezzo dalla sosta della

prima rivoluzione nel quindici al cominciamento della seconda nel

quarantotto. Di quei due nuovi stati degli animi furono poeti in Italia

Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi.

Il Manzoni dal filosofismo tornò per la via del sentimento alla

fede cattolica, quando le menti sentivano già uno stanco turbamento

dinanzi al napoleonico tumulto della forza e l’impero francese era

per crollare: il Leopardi dalla devozione cattolica si convertí alla

filosofia del dubbio, recenti ancora i lutti d’Europa e infuriante

per tutta Italia la reazione politica e religiosa. Il lombardo con

facoltà assai diverse fu nella fase del romanticismo ciò che furono

il Metastasio su ’l declinare dell’arte antica e il Parini ed il

Monti nelle due prime stagioni della moderna: spettatore tranquillo e

scrutatore profondo, ei seguì, senza lasciarsi trasportare alla rapina,

le varie parvenze del moto a cui acconsentiva; e le rispecchiò alte

nel suo ideale in opere che si trasmutavano crescendo a mano a mano

cosí di estensione come di significato e di valore: il marchigiano

sentí riardersi nel vasto ingegno e nei deboli nervi la smania d’azione

dell’Alfieri e la torbida inquietudine del Foscolo; anzi direste

che ne’ suoi canti, e massime nei primi, la tragedia alfieriana si

dibatta tra i pensieri del poeta sin che fino il rumore del contrasto

interno si dilunga e perdesi in un lugubre coro; direste che in quegli

idilli risorga la passione del Foscolo e rifletta per un tratto con

mentita quiete la natura esterna per poi esplodere in un súbito e

subissare. L’autore dei Promessi Sposi è romantico, in quanto la

denominazione di romanticismo fu male adoperata a contrassegnare

l’organica trasmutazione di una letteratura da attitudini già fiacche

e da forme usate ad attitudini e forme nuove, nel quale intendimento

fu fuor di Germania confusa la parziale reazione degli Schlegel e

l’opera nebulosa del Novalis del Werner del Tieck con la rinnovazione

letteraria del Goethe e dello Schiller; onde che il Manzoni, il quale

partecipava in fondo al moto di reazione degli Schlegel e del Tieck,

ma che aveva una piú serena conscienza dell’arte, ritornò piú tosto

agli esempi del Goethe e dello Schiller, e alla critica educato dal

dubbio indagatore del Fauriel portò l’instrumento del dubbio e il

libero esame contro l’autorità in letteratura; conservatore del resto,

fu rivoluzionario nell’arte. L’autore dei Canti rimase classico, ma

non di quel classicismo tecnico che è quasi uno spogliatoio teatrale,

sí di quel classicismo eterno che è l’armonia piú intima del concetto

co ’l fantasma e della contenenza con la forma, che è il fior della

perfezione degli ingegni ben temperati: onde che, classico, egli

fu piú profondo e piú interior novatore e discopritore che non i

romantici; romantizzò, per cosí dire, la purità del sentimento greco,

esplorò con la quieta, elegante, razionale, sottile compostezza del

Petrarca i misteri e i fondi procellosi del pensiero e dell’essere.

E ambidue questi scrittori furono insigne esempio della attitudine

e contemperanza artistica dell’ingegno italiano, in quanto il primo

ridusse a mano a mano alla determinatezza classica e alla piú netta

rappresentazione del reale il vaporoso e divagante romanticismo, e il

secondo rinnovò il classicismo nei contrasti della conscienza moderna

e rivelò quella sua fresca ed immortal giovinezza a cui niuno o

pochissimi allora credevano. Ambidue, rappresentando due diversi stati

psicologici che si riscontravano allora in tutta la società europea,

riuscirono piú universali dei loro prossimi predecessori italiani,

riuscirono quasi, come i nostri grandi poeti e scrittori antichi,

europei; e forse il Manzoni è il migliore artista del romanticismo

cattolico, e forse il Leopardi è il piú vero poeta di ciò che i

tedeschi chiamano la doglia mondiale. Ambidue amarono la patria; ma,

procedendo logicamente di conseguenza in conseguenza, il Manzoni,

che pure avea cominciato con la canzone al Murat, passò alla querela

elegiaca delle tragedie e finí con la rassegnazione dei Promessi Sposi,

e il Leopardi, dimentico della canzone all’Italia, finí irridendo

cruccioso tutto e tutti, anche i vinti. Ambidue per vie diverse

convenivano a un termine: l’autore degl’Inni Sacri diceva alla patria

— Se Dio vorrà, quando Dio vorrà, come Dio vorrà, — l’autore del Bruto

minore — Dispera l’ultima volta, e maledici: tutto è vano. —

Ma la patria rispose all’uno e all’altro — Io voglio combattere e

vivere —, tanto erasi essa, anche mercè loro, mutata. E il classicismo

da una parte, se volle piacere, dovè, pure allargandosi a piú

libere forme, farsi co ’l Niccolini banditore di politica unitaria

e antipapale contro il nuovo guelfismo proceduto dalle teoriche

manzoniane; e il romanticismo dall’altra, se volle essere tollerato,

dovè lasciare gl’inni sacri e tramutare co ’l Berchet le romanze in

canti di guerra e d’insurrezione, dovè co ’l Guerrazzi ritorcere

il romanzo a strumento d’agitazione, ad arnese di battaglia; e il

classicismo civile delle tragedie del Niccolini e il romanticismo

borghese dei Promessi Sposi del Manzoni convennero ad accordarsi nella

satira paesana di Giuseppe Giusti. I tempi augurati affrettavano: e

dalle tradizioni letterarie e di opposizione del Foscolo procedevano

per una parte il Mazzini, che affiatatosi co’l Lamennais imprimeva di

un nuovo idealismo rivoluzionario la democrazia italiana, dall’altra

il Cattaneo che quella informava a una nuova filosofia civile

ricongiungendo su l’esempio del Romagnosi in una pratica sintesi arte e

scienza, politica ed economia. E ben presto ogni letteratura in Italia

fu politica: ogni studio o saggio era una schermaglia di preparazione;

la ballata un’allegoria, l’ode un’allusione, il romanzo e il dramma un

apologo; poi, anche quell’arte, inutile ormai, si esaurì: i filosofi

e i critici (l’avrebbe mai pensato il Vico?) sfrenarono e armarono le

insurrezioni, gli storici e gli eruditi (sarebbe mai caduto in mente

al Muratori?) furono cospiratori e ministri, i poeti (chi l’avrebbe

detto al Metastasio?) morivano in battaglia, essa l’Italia componeva

da sé il suo grande poema. E l’Europa tra il dubbio e la meraviglia

vide questa nazione, che ella credeva una compagnia di cantanti,

questo che ella chiamava un popol di morti, questo brulicame di vermi

sfarfallanti dalla gran carcassa di Roma, li vide riprendere due volte

all’imperatore Milano e Venezia, due volte prendere al pontefice Roma.

Pagine di storia letteraria · 第 129 / 157 题