Questa solenne costumanza del riaprire le scuole quando la tristezza
dell’anno già declinante sembra incorare agli uomini pensieri e memorie
di morte, non parmi, o signori, senza un alto significato di speranza
e di fiducia: quasi i popoli ammoniscano e confortin se stessi, che
nel corso della civiltà non c’è inverni ma preparazioni, che pur
nell’ordine degl’intelletti la morte è trasformazione soltanto. «Quale
la generazione delle foglie, tale quella degli uomini: tante foglie il
vento sparge alla terra, tante altre la selva germinando produce nella
sopravveniente stagione di primavera»: cosí cantava la epopea greca.
E anche questa selva italica, come a Dante piacque figurarla, questa
selva superba di stirpi, di popoli, di instituzioni, di glorie, né mai
perdé, nel lungo inverno che le fu sopra, tutte le foglie, e ora con un
giocondo fremito di rigermogliamento estende i rami ai venti ed ai soli
novelli.
Non però dimenticheremo, o italiani, i morti. Da poi che la patria
tornò in sua potestà, i maestri, nel cui nome noi giovani ci esaltavamo
ed accendevamo, gli eroi del pensiero e dell’arte, ne sono gli uni
appresso gli altri mancati. Morí Giovanni Battista Niccolini, l’ultimo
ghibellino, poco di poi che il discendente d’un vicario di Enrico
settimo fu entrato co ’l titolo del regno d’Italia nella città di Dante
e del Machiavelli. All’ultimo e al grande dei guelfi, per contro, ad
Alessandro Manzoni, bastò tanto la vita, ch’ei poté vedere la Chiesa
rifiutare co ’l verbo e con l’opera la Morale cattolica, e Roma aprir
le porte non alla rassegnazione, non ai vóti scomunicati dei nuovi
guelfi, ma al fiottare incalzante dei popoli e delle artiglierie.
E disparvero, Giuseppe Mazzini infaticato ad eccitare il movimento
dell’Italia intorno a Roma, come quel delle lettere intorno al concetto
e al dovere di riconstituire la patria; Carlo Cattaneo, co ’l quale la
civil filosofia risvegliata contro gli idealismi snervanti e infecondi
passò, dalle speculazioni ai contrasti della vita e all’azione, e
levò su gli asserragliamenti di Milano la fronte serena, organizzando
per cinque eroiche giornate la vittoria del popolo contro l’impero;
Francesco Domenico Guerrazzi, che nella selvaggia esuberanza delle sue
forze e degli atteggiamenti gladiatorii dello stile e nei vulcanici
sfoghi della passione tutti raccolse gl’istinti d’odio e le smanie
di battaglia d’un popolo oppresso. Con la morte del fiero atleta si è
chiuso il primo stadio della moderna letteratura italiana.
Ora qual fu e come si svolse cotesta letteratura del risorgimento? e
noi che facciamo, o che dovremmo o potremo fare, per proseguire l’opera
dei nostri padri? A tali dimande, che la generazione crescente ripete,
io vorrei oggi, pure attingendo i sommi capi, rispondere, secondo mi
consigliano l’amore all’arte e alla patria e la modesta esperienza che
ho di questi studi. Dai quali non dispiacerà ai colleghi onorandi e
a’ gentili uditori che io non mi dilunghi né meno in questa occasione
del solenne e general convegno della Università bolognese: essi san
troppo bene che l’arte e la letteratura sono l’emanazione morale della
civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.