Tra l’uscita da casa Serbelloni e la pubblicazione del Mattino corsero
al poeta mesi difficili; e a punto in quel mezzo fu scritto il capitolo
al canonico Agudio, del quale va famosa nelle citazioni una terzina.
Non è un bel lavoro, è un tristo documento. Leggiamone.
Canonico, voi siete il padre mio:
Voi siete quegli in cui unicamente
Mi resta a confidare dopo Dio:
Voi siete quegli che pietosamente
M’avete fino adesso mantenuto
E non m’avete mai negato niente.
L’Agudio era canonico del domo, letterato e uom da bene; de’
Trasformati; scriveva, s’intende, in versi, anche latini, anche
dialettali. Aveva sempre ben visto il Parini, sin da quando lo scelse,
ancora scolaro, a ripetitore de’ suoi nepoti. e gli fece, quando fu
promosso prete, garanzia non so per che benefizio.
Io mi rimasi ieri sera muto
Per la vergogna del dovervi dire
Il tristo stato in cui sono caduto.
Dicolvi adesso: ch’io possa morire
Se ora trovomi avere al mio comando
Un par di soldi sol non che due lire.
Limosina di mésse Dio sa quando
Io ne potrò toccare, e non c’è un cane
Che mi tolga al mio stato miserando.
La mia povera madre non ha pane
Se non da me, ed io non ho danaro
Da mantenerla almeno per domane.
Se voi non move il mio tormento amaro,
Non so dove mi volga; onde costretto
Sarò dimani a vendere un caldaro.
Qui l’accenno al provento della messa col termine già evangelico e ora
sol di sagrestia e insieme al caldaro da vendere, la frase accademica,
anzi melodrammatica, del _tormento amaro_, insieme alla mossa volgare
_non c’è un cane_, e, in mezzo, la verità straziante della pietà
materna, sono testimonianze che sanguinano.
Mai la mia bocca non sarà piú ardita
Di nulla domandarvi da qui avanti,
Se andar me ne dovesse anco la vita;
Ma per ora movetevi a’ miei pianti.
Abbiate or sol di me compassione,
Dieci zecchini datemi in contanti.
La casa vi darò per cauzione:
Io ve l’obbligherò per istromento
E ve ne cederò ogni ragione....
(la casetta rimastagli a Bosisio, nella quale era nato; un’altra avea
dovuto venderla tre anni a dietro dopo mortogli il padre). Séguita,
dopo, con addolorata verecondia, che fa sentire quanto dovea scottargli
il chiedere.
Voi me li fate avere in casa Riso
Prima di questa sera, se potete,
Ch’io non oso venirvi innanzi al viso;
Entro ad un libro voi li riponete
Perché nessuno se n’avvegga, e quello
In una carta poi lo ravvolgete;
Anzi lo assicurate col suggello
O pur con un spago, e dite poi
Che consegnino a me questo fardello.
Se voi mi fate questa grazia ancoi,
Non me la fate in altro modo, ch’io
Non oso presentarmi innanzi a voi.
S’io gli abbia di bisogno lo sa Dio;
Ma ho vergogna di venir l’eccesso
A predicarvi del bisogno mio.
Tra le carte pariniane conservate in Milano dal dottor Cristoforo
Bellotti in eredità dal traduttore illustre dei tragici greci,
all’autografo di questo capitolo v’è un poscritto in prosa, e dice
cosí: «Canonico carissimo, non lasciate di farmi oggi questa grazia
per amor di Dio, perché sono senza un quattrino e ho mille cose da
pagare. Verso le 20 e mezzo io andrò in casa Riso, e spero che m’avrete
consolato. Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo
foglio. Il vostro P. che vi è debitore di quanto ha»[196]. Povero
poeta, non voleva che la sua miseria fosse mostrata; e ora, mercé
gli editori, tutto il mondo la sa, e divenne tema da sfruttare agli
estetici declamatori. Fa pena a pensare che per impietosire un amico si
avesse a scrivere in versi, si avesse a sciorinare le proprie miserie
nelle terzine di un capitolo; ma vien fatto di domandarsi se il vecchio
capitolo famigliare e giocoso, per il quale eran passate tante bugie e
vanità, il quale avea patito e recato attorno tante sozzurre e infamie,
non fosse fatale che ricevesse al fine un’onda di dolore purificatrice.
_Ahi dal dolor comincia e nasce L’italo canto_, esclamò delle querele
amorose di Francesco Petrarca il Leopardi, piú forse con vaghezza
di poeta che altro. Ma è vero che dal dolore si fece il risorgimento
italiano. Nel suo capitolo il Parini prosegue dicendo al suo canonico
avergli chiesto altra volta diciotto zecchini, e averne ottenuti otto,
per la stampa del poema, che certo era il Mattino: gli dia ora i dieci,
ché il bisogno è maggiore.
Bisogna bene che non abbia pari
La mia necessità ch’oggi m’inspira
Questi versi che sono singolari,
Poi che nessun poeta mai fu in ira
Talmente a la fortuna che cantasse
I casi suoi con sí dolente lira.
I’ ho tutte le membra e stanche e lasse
Poi che stanotte non dormii per fare
Che al fin questo capitolo arrivasse.
Versi veramente singolari, e strano contrasto. Nel contrasto a punto
tra i versi cosí tristamente miserevoli di questo capitolo e i versi
sarcasticamente sí splendidi e sí ferocemente eleganti del Mattino è
lo spirito e la ragione del poema. Del poema, le cui imagini furono
còlte e i fili raccolti su i tappeti e tra i doppieri delle sale
Serbelloni e la verseggiatura fu distesa fresco e limpido riso del
bel lago lombardo, lo spirito, dopo lo schiaffo ducale alla ragazza
Sammartini, vampeggia, e la ragione s’illumina mestamente al bagliore
della lucerna, sotto i cui ultimi guizzi questo giovine prete senza
vocazione, questo figliuolo d’un sensale di seta e già classico,
scrive i dolorosi versi presso il letto della madre per chiedere dieci
zecchini a un canonico del domo. È uno spirito nuovo, che, prima di
rivoluzionario, fu cristiano, uno spirito, anzi che di vendetta, di
rivendicazione sociale.