X.

Tra l’uscita da casa Serbelloni e la pubblicazione del Mattino corsero

al poeta mesi difficili; e a punto in quel mezzo fu scritto il capitolo

al canonico Agudio, del quale va famosa nelle citazioni una terzina.

Non è un bel lavoro, è un tristo documento. Leggiamone.

Canonico, voi siete il padre mio:

Voi siete quegli in cui unicamente

Mi resta a confidare dopo Dio:

Voi siete quegli che pietosamente

M’avete fino adesso mantenuto

E non m’avete mai negato niente.

L’Agudio era canonico del domo, letterato e uom da bene; de’

Trasformati; scriveva, s’intende, in versi, anche latini, anche

dialettali. Aveva sempre ben visto il Parini, sin da quando lo scelse,

ancora scolaro, a ripetitore de’ suoi nepoti. e gli fece, quando fu

promosso prete, garanzia non so per che benefizio.

Io mi rimasi ieri sera muto

Per la vergogna del dovervi dire

Il tristo stato in cui sono caduto.

Dicolvi adesso: ch’io possa morire

Se ora trovomi avere al mio comando

Un par di soldi sol non che due lire.

Limosina di mésse Dio sa quando

Io ne potrò toccare, e non c’è un cane

Che mi tolga al mio stato miserando.

La mia povera madre non ha pane

Se non da me, ed io non ho danaro

Da mantenerla almeno per domane.

Se voi non move il mio tormento amaro,

Non so dove mi volga; onde costretto

Sarò dimani a vendere un caldaro.

Qui l’accenno al provento della messa col termine già evangelico e ora

sol di sagrestia e insieme al caldaro da vendere, la frase accademica,

anzi melodrammatica, del _tormento amaro_, insieme alla mossa volgare

_non c’è un cane_, e, in mezzo, la verità straziante della pietà

materna, sono testimonianze che sanguinano.

Mai la mia bocca non sarà piú ardita

Di nulla domandarvi da qui avanti,

Se andar me ne dovesse anco la vita;

Ma per ora movetevi a’ miei pianti.

Abbiate or sol di me compassione,

Dieci zecchini datemi in contanti.

La casa vi darò per cauzione:

Io ve l’obbligherò per istromento

E ve ne cederò ogni ragione....

(la casetta rimastagli a Bosisio, nella quale era nato; un’altra avea

dovuto venderla tre anni a dietro dopo mortogli il padre). Séguita,

dopo, con addolorata verecondia, che fa sentire quanto dovea scottargli

il chiedere.

Voi me li fate avere in casa Riso

Prima di questa sera, se potete,

Ch’io non oso venirvi innanzi al viso;

Entro ad un libro voi li riponete

Perché nessuno se n’avvegga, e quello

In una carta poi lo ravvolgete;

Anzi lo assicurate col suggello

O pur con un spago, e dite poi

Che consegnino a me questo fardello.

Se voi mi fate questa grazia ancoi,

Non me la fate in altro modo, ch’io

Non oso presentarmi innanzi a voi.

S’io gli abbia di bisogno lo sa Dio;

Ma ho vergogna di venir l’eccesso

A predicarvi del bisogno mio.

Tra le carte pariniane conservate in Milano dal dottor Cristoforo

Bellotti in eredità dal traduttore illustre dei tragici greci,

all’autografo di questo capitolo v’è un poscritto in prosa, e dice

cosí: «Canonico carissimo, non lasciate di farmi oggi questa grazia

per amor di Dio, perché sono senza un quattrino e ho mille cose da

pagare. Verso le 20 e mezzo io andrò in casa Riso, e spero che m’avrete

consolato. Non mostrate a nessuno la mia miseria descritta in questo

foglio. Il vostro P. che vi è debitore di quanto ha»[196]. Povero

poeta, non voleva che la sua miseria fosse mostrata; e ora, mercé

gli editori, tutto il mondo la sa, e divenne tema da sfruttare agli

estetici declamatori. Fa pena a pensare che per impietosire un amico si

avesse a scrivere in versi, si avesse a sciorinare le proprie miserie

nelle terzine di un capitolo; ma vien fatto di domandarsi se il vecchio

capitolo famigliare e giocoso, per il quale eran passate tante bugie e

vanità, il quale avea patito e recato attorno tante sozzurre e infamie,

non fosse fatale che ricevesse al fine un’onda di dolore purificatrice.

_Ahi dal dolor comincia e nasce L’italo canto_, esclamò delle querele

amorose di Francesco Petrarca il Leopardi, piú forse con vaghezza

di poeta che altro. Ma è vero che dal dolore si fece il risorgimento

italiano. Nel suo capitolo il Parini prosegue dicendo al suo canonico

avergli chiesto altra volta diciotto zecchini, e averne ottenuti otto,

per la stampa del poema, che certo era il Mattino: gli dia ora i dieci,

ché il bisogno è maggiore.

Bisogna bene che non abbia pari

La mia necessità ch’oggi m’inspira

Questi versi che sono singolari,

Poi che nessun poeta mai fu in ira

Talmente a la fortuna che cantasse

I casi suoi con sí dolente lira.

I’ ho tutte le membra e stanche e lasse

Poi che stanotte non dormii per fare

Che al fin questo capitolo arrivasse.

Versi veramente singolari, e strano contrasto. Nel contrasto a punto

tra i versi cosí tristamente miserevoli di questo capitolo e i versi

sarcasticamente sí splendidi e sí ferocemente eleganti del Mattino è

lo spirito e la ragione del poema. Del poema, le cui imagini furono

còlte e i fili raccolti su i tappeti e tra i doppieri delle sale

Serbelloni e la verseggiatura fu distesa fresco e limpido riso del

bel lago lombardo, lo spirito, dopo lo schiaffo ducale alla ragazza

Sammartini, vampeggia, e la ragione s’illumina mestamente al bagliore

della lucerna, sotto i cui ultimi guizzi questo giovine prete senza

vocazione, questo figliuolo d’un sensale di seta e già classico,

scrive i dolorosi versi presso il letto della madre per chiedere dieci

zecchini a un canonico del domo. È uno spirito nuovo, che, prima di

rivoluzionario, fu cristiano, uno spirito, anzi che di vendetta, di

rivendicazione sociale.

Pagine di storia letteraria · 第 122 / 157 题