IX.

Sotto gli auspicii di tale dama, in una casa di duchi di cardinali

e feldmarescialli, ove confluiva tutta la nobiltà e la letteratura

milanese, il Parini nel fior dell’età e dell’ingegno, verso il 1760,

in posizion comoda per l’osservazione, alta per l’animo suo, potè

studiar da presso, come da un palchetto al teatro, lo spettacolo

dell’aristocrazia decadente.

Circa un secolo prima il La Bruyère a Parigi, precettore in casa dei

Condé, aveva allo stesso modo studiato dal vero gli originali de’

suoi _Caratteri_. Ma quella dello scrittore francese rimase una calma

osservazione di verità particolari, su la ridicolezza di qualche

moda, su l’ingiustizia di qualche opinione, su l’odiosità di qualche

vizio. La poesia del lombardo procede, appassionata e appassionando

tuttavia piú di passo in passo, ad una procellosa ricognizione morale.

Questo plebeo, venutosene dalla sua aria montanina con quella rigida

nutrizion fisica che dispensa l’energia alle fibre per fin nell’aspetto

esteriore, quell’energia che fa la forza dell’intelligenza e l’ardire

dell’immaginazione, cresciuto tra le angustie le irritazioni i

contrasti, con un ingegno superbo e talora dispettoso, con una facoltà

artistica tra d’animo ardente e di temperamento sensuale, con sicura

coscienza del bene e del retto, con inflessibile antipatia del brutto e

del falso, con isquisito senso di proporzioni eleganti, con la estetica

in somma etica, ora, in quella sua condizione tra il precettore e il

domestico, tra il pretino di casa e il poetino di sala, a fronte di

gente che o non lo considerava o lo tollerava o l’aizzava, sentendosi,

nel pieno possesso delle sue forze, di tanto superiore, divenne uno

scrutatore sarcastico, un ribelle morale, un inquirente e giudice

inesorabile. Spiriti come quello del Parini l’educazione classica

intimamente operando gli raddirizza, gli solleva, gli agguaglia a tutti

ed a tutto. Orazio non era il figliuolo d’un riscotitor delle tasse? e

un nipote di lucumoni si onorava di trattarlo da pari. Virgilio non era

un contadino? e il nipote di Cesare gli confidava le affermazioni e le

idee dell’impero. La dirittura dell’animo sostenuta dall’idealità della

coltura induceva il Parini a non pur rigettare nell’arte le falsità del

Frugoni e del Bettinelli, ma a odiare, ed aborrire le iniquità nella

vita, i torti nel consorzio sociale, la corruzione e il vizio. E poi,

che aria spirava allora? Ricordiamo la duchessa Serbelloni che legge e

dà a conoscere al figliuolo il Rousseau.

Il Parini non era allora, qual poi lo dipinse il Torti, tardo discepolo,

quel vecchio che i dorati scanni

Premea de’ grandi taciturno, e intanto

Notava i riti e gli ozïosi affanni,

E gli orgogli e le noie, e i gaudi e il pianto

Dei par mentiti; indi ne fea precetto

In quel sublime suo ridevol canto.

Tal poté parere l’autore della Notte. Ma dal 60 al 65 il poeta del

Mezzogiorno era sí fatto:

Statura alta, fronte bella e spaziosa, vivacissimo grand’occhio

nero, aperti lineamenti rilevati e grandeggianti, muscoli del volto

mobilissimi e fortemente scolpiti, mano maestra di bei moti, labbra

modificate ed ogni effetto speziale, voce gagliarda pieghevole

e sonora, discorso energico e risoluto, ed austerità di aspetto

raddolcita spesso da un grazioso sorriso, indicavano in lui l’uomo

di animo straordinariamente elevato e conciliavagli una riverenza

singolare[192].

La riverenza un po’ piú tardi; per allora il Parini non poteva mica

essere in gran buona vista a quei _giovani signori_; i due Verri, per

esempio, allora non lo potevan soffrire.

Con la duchessa Serbelloni il Parini anche passava i bei mesi a

Gorgonzola, e su ’l lago di Como, nella ridente Tremezzina, alla

_Quiete_, o nell’altra villa, già Sfondrati, che splendidamente

incorona il magico promontorio di Bellagio. Nei giardini di cotesta

villa dicono ch’ei componesse gran parte del Mattino. E anche ricordano

(perché non lo ridirei? È il poeta a cui il genio cantò,

Ma di natura i liberi

Doni ed affetti e il grato

De la beltà spettacolo

Ti renderan beato),

e anche ricordano di padre in figlio come sovente ei lasciasse i

nobili convegni dei Serbelloni per ire ad ammirare le bellezze d’una

locandiera, Caterina Magatti. Certo in casa Serbelloni, se proprio non

faceva, come fu detto[193], il comodo suo, il Parini viveva con quella

libertà che una dama quale la Serbelloni poteva concedere ad un uomo

quale il Parini. Ma come non per nulla una è duchessa, cosí né anche

per nulla uno è poeta: poeta, s’intende, i cui versi non risentano,

come diceva quel francese, della bassezza del cuore. Nell’autunno del

62 intervenne un caso che, se fa un po’ torto alla duchessa, fa per

converso molto onore al poeta. Il Parini aveva seguitato donna Vittoria

a Gorgonzola. Era nella compagnia una giovane, figliuola d’un maestro

di cappella, il cui nome vive _all’ombra di fama oscura e bruna_ nella

storia dell’arte, Giovan Battista Sammartini. Di cotesto fecondissimo

compositore di musica strumentale, un primo lavoro eseguito a

grand’orchestra in Vienna l’anno 1734 svegliò l’entusiasmo e sparse i

germi della classica sinfonia tedesca: il Boemo [Mysliweczech], udendo

a Milano le vecchie sinfonie del Sammartini, disse — Ho ritrovato

il padre dello stile di Haydn — [194]. La giovine Sammartini voleva

tornare a Milano: la duchessa non voleva: per ciò, o per altro, le

diè due schiaffi. Il poeta prese le parti della ragazza: lasciò in

asso la duchessa, e accompagnò a Milano la Sammartini. Vi fu un certo

scandalo, e donna Vittoria scriveva indi a poco al figliuolo Galeazzo:

«Non ho altra consolazione che nei libri. Ho dovuto disfarmi dell’abate

Parini, a cagione d’una scenata che mi fece a Gorgonzola». Bello quel

_disfarmi_ (me défaire), come si trattasse d’uno staffiere o d’un

can barbone o d’un arnese! Ma l’arnese questa volta era il poeta del

Giorno; il quale, sentendosi ribollire il sangue suo plebeo dinanzi a

quel sopruso feudale, lasciava gli utili e i comodi di casa Serbelloni,

e se ne andava con la sola soddisfazione di esser lui questa volta il

cavaliere; se ne andava a Milano ad affrontare la miseria, la madre

ammalata e la stampa del Mattino[195].

Pagine di storia letteraria · 第 121 / 157 题