Sotto gli auspicii di tale dama, in una casa di duchi di cardinali
e feldmarescialli, ove confluiva tutta la nobiltà e la letteratura
milanese, il Parini nel fior dell’età e dell’ingegno, verso il 1760,
in posizion comoda per l’osservazione, alta per l’animo suo, potè
studiar da presso, come da un palchetto al teatro, lo spettacolo
dell’aristocrazia decadente.
Circa un secolo prima il La Bruyère a Parigi, precettore in casa dei
Condé, aveva allo stesso modo studiato dal vero gli originali de’
suoi _Caratteri_. Ma quella dello scrittore francese rimase una calma
osservazione di verità particolari, su la ridicolezza di qualche
moda, su l’ingiustizia di qualche opinione, su l’odiosità di qualche
vizio. La poesia del lombardo procede, appassionata e appassionando
tuttavia piú di passo in passo, ad una procellosa ricognizione morale.
Questo plebeo, venutosene dalla sua aria montanina con quella rigida
nutrizion fisica che dispensa l’energia alle fibre per fin nell’aspetto
esteriore, quell’energia che fa la forza dell’intelligenza e l’ardire
dell’immaginazione, cresciuto tra le angustie le irritazioni i
contrasti, con un ingegno superbo e talora dispettoso, con una facoltà
artistica tra d’animo ardente e di temperamento sensuale, con sicura
coscienza del bene e del retto, con inflessibile antipatia del brutto e
del falso, con isquisito senso di proporzioni eleganti, con la estetica
in somma etica, ora, in quella sua condizione tra il precettore e il
domestico, tra il pretino di casa e il poetino di sala, a fronte di
gente che o non lo considerava o lo tollerava o l’aizzava, sentendosi,
nel pieno possesso delle sue forze, di tanto superiore, divenne uno
scrutatore sarcastico, un ribelle morale, un inquirente e giudice
inesorabile. Spiriti come quello del Parini l’educazione classica
intimamente operando gli raddirizza, gli solleva, gli agguaglia a tutti
ed a tutto. Orazio non era il figliuolo d’un riscotitor delle tasse? e
un nipote di lucumoni si onorava di trattarlo da pari. Virgilio non era
un contadino? e il nipote di Cesare gli confidava le affermazioni e le
idee dell’impero. La dirittura dell’animo sostenuta dall’idealità della
coltura induceva il Parini a non pur rigettare nell’arte le falsità del
Frugoni e del Bettinelli, ma a odiare, ed aborrire le iniquità nella
vita, i torti nel consorzio sociale, la corruzione e il vizio. E poi,
che aria spirava allora? Ricordiamo la duchessa Serbelloni che legge e
dà a conoscere al figliuolo il Rousseau.
Il Parini non era allora, qual poi lo dipinse il Torti, tardo discepolo,
quel vecchio che i dorati scanni
Premea de’ grandi taciturno, e intanto
Notava i riti e gli ozïosi affanni,
E gli orgogli e le noie, e i gaudi e il pianto
Dei par mentiti; indi ne fea precetto
In quel sublime suo ridevol canto.
Tal poté parere l’autore della Notte. Ma dal 60 al 65 il poeta del
Mezzogiorno era sí fatto:
Statura alta, fronte bella e spaziosa, vivacissimo grand’occhio
nero, aperti lineamenti rilevati e grandeggianti, muscoli del volto
mobilissimi e fortemente scolpiti, mano maestra di bei moti, labbra
modificate ed ogni effetto speziale, voce gagliarda pieghevole
e sonora, discorso energico e risoluto, ed austerità di aspetto
raddolcita spesso da un grazioso sorriso, indicavano in lui l’uomo
di animo straordinariamente elevato e conciliavagli una riverenza
singolare[192].
La riverenza un po’ piú tardi; per allora il Parini non poteva mica
essere in gran buona vista a quei _giovani signori_; i due Verri, per
esempio, allora non lo potevan soffrire.
Con la duchessa Serbelloni il Parini anche passava i bei mesi a
Gorgonzola, e su ’l lago di Como, nella ridente Tremezzina, alla
_Quiete_, o nell’altra villa, già Sfondrati, che splendidamente
incorona il magico promontorio di Bellagio. Nei giardini di cotesta
villa dicono ch’ei componesse gran parte del Mattino. E anche ricordano
(perché non lo ridirei? È il poeta a cui il genio cantò,
Ma di natura i liberi
Doni ed affetti e il grato
De la beltà spettacolo
Ti renderan beato),
e anche ricordano di padre in figlio come sovente ei lasciasse i
nobili convegni dei Serbelloni per ire ad ammirare le bellezze d’una
locandiera, Caterina Magatti. Certo in casa Serbelloni, se proprio non
faceva, come fu detto[193], il comodo suo, il Parini viveva con quella
libertà che una dama quale la Serbelloni poteva concedere ad un uomo
quale il Parini. Ma come non per nulla una è duchessa, cosí né anche
per nulla uno è poeta: poeta, s’intende, i cui versi non risentano,
come diceva quel francese, della bassezza del cuore. Nell’autunno del
62 intervenne un caso che, se fa un po’ torto alla duchessa, fa per
converso molto onore al poeta. Il Parini aveva seguitato donna Vittoria
a Gorgonzola. Era nella compagnia una giovane, figliuola d’un maestro
di cappella, il cui nome vive _all’ombra di fama oscura e bruna_ nella
storia dell’arte, Giovan Battista Sammartini. Di cotesto fecondissimo
compositore di musica strumentale, un primo lavoro eseguito a
grand’orchestra in Vienna l’anno 1734 svegliò l’entusiasmo e sparse i
germi della classica sinfonia tedesca: il Boemo [Mysliweczech], udendo
a Milano le vecchie sinfonie del Sammartini, disse — Ho ritrovato
il padre dello stile di Haydn — [194]. La giovine Sammartini voleva
tornare a Milano: la duchessa non voleva: per ciò, o per altro, le
diè due schiaffi. Il poeta prese le parti della ragazza: lasciò in
asso la duchessa, e accompagnò a Milano la Sammartini. Vi fu un certo
scandalo, e donna Vittoria scriveva indi a poco al figliuolo Galeazzo:
«Non ho altra consolazione che nei libri. Ho dovuto disfarmi dell’abate
Parini, a cagione d’una scenata che mi fece a Gorgonzola». Bello quel
_disfarmi_ (me défaire), come si trattasse d’uno staffiere o d’un
can barbone o d’un arnese! Ma l’arnese questa volta era il poeta del
Giorno; il quale, sentendosi ribollire il sangue suo plebeo dinanzi a
quel sopruso feudale, lasciava gli utili e i comodi di casa Serbelloni,
e se ne andava con la sola soddisfazione di esser lui questa volta il
cavaliere; se ne andava a Milano ad affrontare la miseria, la madre
ammalata e la stampa del Mattino[195].