IL VERSO DEL «GIORNO»

[_Opere_, XIV, 278-294].

Nella dedicatoria del Mattino alla Moda il Parini scriveva:

Per esserti piú caro egli ha scosso il giogo della servile rima

e se ne va libero in versi sciolti, sapendo che tu di questi

specialmente ora godi e ti compiaci.

E il suo biografo confermava:

Ogni sorta di poesia scrivevasi allora per moda in versi sciolti; e

tutti gli sfaccendati facevansela da verseggiatori per la soverchia

facilità di accozzare pessimi versi liberi di rima e metro

obbligato[197].

Quando uscí il Mattino, tenevano il campo i _Versi sciolti di tre

celebri autori_ pubblicati in Venezia nel 1758. I tre celebri erano,

come tutti sanno, l’ab. Carlo Frugoni che incominciò a scrivere su

l’innanzi del Chiabrera in quel metro epistole e poemetti lirici poco

prima del 1720; il conte Francesco Algarotti, che seguitò intarsiando

epistole d’oraziano colore circa il 1740; il gesuita Saverio

Bettinelli, procedente dall’uno e dall’altro nel 1750. Dai quali anche

per la verseggiatura si diversificò in tutto e per tutto Giuseppe

Parini; e d’un dei modi di quella diversità toccò bene l’Ugoni:

Per meglio servire alla imitazione poetica e alla varietà,

ridendosi del giudizio del volgo, il quale reputa fatto a stento

ogni verso che non tuoni, ardí spargerne per entro al suo poema

alcuni apparentemente negletti, imitando in ciò l’accorgimento de’

latini, i quali e piú specie di cesure usavano e frapponevano alla

scorrevole facilità dall’esametro il grave spondaico. Questa felice

innovazione fece deserta in breve la scuola romorosa del Frugoni e

degli altri due pessimi eccellenti[198].

Altrove piú breve e meglio disse che il Parini tornò e rimandò alla

scuola di Virgilio, sovrano esempio a’ versi sciolti italiani[199].

Il cosí detto verso sciolto era già vecchio, e il Parini prese a

ringiovanirlo. Avevalo introdotto ospite muto e non badato tra gli

allegri cori delle canzoni e ballate sicule e toscane, poco dopo il

1230, il primo retore fiorentino, traduttore di Cicerone, Brunetto

Latini, se è sua un’epistola d’amore infarcita di comparazioni

scolastiche e cavalleresche[200]. Un secolo di poi, epistole pur

d’amore, e pur infarcite, ma di rimembranze mitologiche ed ovidiane,

componeva in endecasillabi sciolti un veneziano, autore d’un _Vago

Filogeo_, epigono del Petrarca e del Boccaccio in ciò che ebbero di

piú latino[201], chiedendo a madonna se ella dall’eterno padre fosse

mandata a mostrar meraviglia

O vero per indurmi a novi metri.

Il nuovo metro cosí nacque classico, e i suoi primi passi furono a

secoli. Endecasillabi senza rima introdusse Galeotto del Carretto

nei cori della sua _Sofonisba_ dedicata del 1502 a Isabella Gonzaga:

ma il verso sciolto fu levato agli onori dell’arte nel colmo del

rinascimento, in un’altra _Sofonisba_ e nella _Rosmonda_ in fraterna

gara composte dal Trissino e dal Rucellai del 1515. Da prima dunque

serví alla drammatica, per cui parea meglio adatto, rappresentando il

giambico: ma inanimato dalla prova il Rucellai lo distese alla ventura

molto piú graziosamente, del 1524, nella didascalica virgiliana delle

_Api_: a cui seguí poi, del 46, con piú larghezza e meno ingenua

freschezza e disinvoltura la _Coltivazione_ di Luigi Alamanni.

L’Alamanni stesso ed il Trissino, e il Firenzuola e il Grazzini,

e Bernardo Tasso e il Dolce e il Muzio e il Baldi, sciolsero via

piú sempre il nuovo metro lungo il cinquecento a piú o meno lirica

andatura, nell’elegia, nell’ecloga, nell’idillio, nell’epistola, nel

sermone, nella selva descrittiva. Il Trissino, audace perché alla sua

dottrina mancava la conscienza dell’arte, credé averlo fatto epico

nell’_Italia liberata_ [1547-48]; ma non mandò persuaso veruno del

fatto suo. Di rado epico, non mai virgiliano, lo fece nell’Eneide il

Caro; in elegante snellezza toscana, veloce, nervoso, drammatico.

Un po’ prima che il Caro verseggiasse in toscano l’Eneide, un

accademico fiorentino, Carlo Lenzoni, mostrò aver sentito il valore

e presentito il vigore del nuovo metro, interpretandone le esigenze e

fermandone le qualità cosí:

Non si potendo ricoprire questo verso con la dolcezza delle rime o

scusarsi con la legge de’ periodi terminati, come sono i terzetti

e le stanze; per essere sciolto da le servitú predette e non poter

piú godersi il privilegio di quelle licenzie che sono in sé vere

licenzie; non patisce errori, né di parole né di costruzioni; non

accetta durezza di contesto né debolezza di piedi; non sopporta

concetti o deboli o ventosi: et in somma non gli basta satisfar

solamente al necessario, ma non vuole pure cosa alcuna che non

abbia in sé del grande o che non si possa aggrandire da l’arte per

forza de gli ornamenti e del decoro[202].

Alle esigenze cosí nettamente segnate dal Lenzoni non so come e quanto

soddisfacessero i verseggiatori del tempo suo, pur fiorentini, a’

quali l’accademico vorrebbe recare il vanto anche dello sciolto. Salvo

il Rucellai in tutto e piú luoghi del Firenzuola e dell’Alamanni,

l’endecasillabo non rimato di que’ rimatori dà malinconia. Qualche

volta può contraffare il giambico, ma in vano il poveretto è messo per

le vie dell’esametro. Annibal Caro, che non si diè pensiero di ciò,

riuscí a qualcosa di vivacemente nuovo: Virgilio in farsetto.

L’accademico intanto séguita, quasi profeta delle future glorie:

Anzi, come capacissimo d’ogni gravità e grandezza, e se dir si può,

desiderosissimo d’apparire maraviglioso a chiunque t’ascolta, e con

quella differenzia da gli altri versi che si dice essere da l’uomo

dotto a lo eloquente; ricerca quello appunto e quella perfezione di

eccellenzia che ha in sé la idea della poesia eroica e perfetta.

La maravigliosa bellezza della quale, benché da l’animo piú tosto

che da l’orecchio possa essere intieramente compresa, per il vero

non abbiamo noi alcuna maniera di versi che ce la possa mostrare,

colorata, come si dice, non di liscio artifiziato ma del suo

natural sangue, né piú né meglio di questa.

Per allora no. E né anche nel seicento. Nel quale, troppo insaldato

per tal verseggiatura, solo in principio il Chiabrera dié allo sciolto

lirico piú accese tinte e modi nuovi al famigliare; su la fine, lo

trattò con varietà e spontaneità degnamente lodate dagl’intelligenti

nella versione di Lucrezio il Marchetti, prenunzio, in piú parti, de’

moderni buoni.

L’età del Parini ebbe lo sciolto drammatico nella _Merope_ del Maffei

[1714], epico nella _Tebaide_ tradotta dal Bentivoglio [1729],

didascalico nel _Riso_ dello Spolverini [1758]; ma la moda era al

Frugoni. Né di questi né d’altri tiene il Parini: che, fermatosi già

con gli studi su l’Alamanni e su ’l Caro e probabilmente anche su

’l Marchetti, dietro accenni, che già vedemmo, del Martelli, risalí

diritto a Virgilio.

Fu disgrazia, non colpa del Parini, ch’egli non poté valersi del

verso esametro; e, parte per difetto della lingua, parte forse

per reale inferiorità, non seppe adornare ogni figura di quelle

imagini né prestare ad ogni parola quell’armonia che costituiscono

l’eccellenza di Virgilio[203].

Cosí il Foscolo: vero fino a un certo punto. Altri, ben diverso dal

Foscolo, un arcade frugoneggiante che leggeva con miglior gusto

di quello scrivesse, il marchese Gargallo, disse in brutto stile

benissimo:

Nel Giorno, come nel suo miglior seggio, l’italiano endecasillabo

tutte sue bellezze dispiega, or fluido e soave, or aspro e

stridente, languido o vibrato, celere o tardo; per la sola

magia dell’accento, che su questa o quella sillaba, ove arte il

richiegga, preme pesantemente o sdrucciola rapido e vola.

Proprio cosí: all’endecasillabo sciolto il Parini seppe far prendere

tutte quasi le pose dell’esametro, seppe farlo nella tenuità sua

limitata allungare, allargare, snodare, fargli simulare, direi, il

passo del gran verso antico: ciò che il Caro, stilista meglio che

artista, non aveva, non che osato, ma né anche pensato. Tanto ottenne

il Parini, alternando, mischiando, variando di continuo i sei modi

dell’endecasillabo. Nell’intiero Meriggio, credo, non si dà caso che

otto versi di séguito abbiano l’accento su la medesima sillaba; salvo

la comparazione del mago Atlante, dove otto con l’accento su la quarta

l’un dopo l’altro paion messi lí a posta per ricordare l’ottava de’

poemi romanzeschi da cui proviene la favola, e la preghiera dell’amante

a Mercurio nel tric-trac, dove sei o sette portan di séguito l’accento

su la sesta per ricordare la monotonia solenne della preghiera. Poco

usò il Parini versi con finale sdrucciola (proparossitona), trentasei

ne’ quattro poemetti; e quando, a mo’ del Caro, ne fa nella descrizione

della notte signorile un gruppo di continui, non sono de’ piú insigni:

ma le parole proparossitone alloga in fine e distribuisce in mezzo

al verso con abilità meravigliosa a movere co ’l suono l’imagine. Il

lettore rammenta, credo, le borghesi al corso; oda anche, di grazia, i

giovinetti conte e marchese,

come insieme

Passeggino elevando il molle mento

E volgendolo in guisa di colomba

E palpinsi e sorridansi e rispondansi

Con un vezzoso _tu_

[Vesp. 98].

Altrove due voci sdrucciole seguite da una parossitona rendono effetti

d’armonia imitativa reali e, direi, elegantissimi. Lo strascico:

su la via l’estrema veste

Per la polvere sibila strisciando

[Not. 201].

Il sú e giú delle secchie:

Con tenore ostinato al pari di sécchj

Che scendano e ritornino piangenti

[Not. 649].

Parole e versi alternandosi ne’ due toni danno figurazioni mobili:

Ecco le snelle

E le gravi per molto adipe dame,

Che a passi velocissimi s’affrettano

Nel gran consesso

[Not. 266],

intorno

A la sedia maggior vortice fatto

Di sé medesme, con sommessa voce

Brevi note bisbigliano e dileguansi

Dissimulando fra le sedie umíli

[Not. 270],

Giá Como e Dïonisio al desco intorno

Rapidissimamente in danza girano

Con la libera gioia

[Merig. 814].

Simulano comicamente una quasi solennità morale:

da l’alto

La lamentabil favola comincia

[Merig. 798].

Solo un verso tronco è nel Giorno; novissimo per due proparossitone

innanzi la ossitona finale, che segnano mutamento d’intensità:

Al súbito spettacolo risté

[Merig. 806].

Talvolta parrebbe che il poeta, quasi per fuggire l’unisono

disaggradevole dei versi anche temperati con la piú abile varietà,

cercasse di farne dei trascurati e cascanti che poi i frugoniani gli

andassero appuntando. Versi come questi — _Ma già il ben pettinato

entrar di nuovo — Gridar tentasse e non però potesse_, — tolti

ciascun per sé, paiono deboli. Ma che? — fu bene osservato — vedeteli

fiancheggiati, e sentirete mutazione[204].

Ma già il ben pettinato entrar di nuovo

Tuo damigel vegg’io. Sommesso ei chiede,

Quale oggi piú de le bevande usate

Sorbir ti piaccia in prezïosa tazza

[Matt. 125],

Onde agitata in ansïoso affanno

Gridar tentasse e non però potesse

Aprire ai gridi tra le fauci il varco

[Matt. 449].

In altri versi la tardezza degli accenti gravi fra gli iati dipinge co

’l suono:

Va col bue lento innanzi al campo e scuote

[Matt. 42].

In altri la prosodia congiura amicamente con la elocuzione a nervosa

novità:

giacque,

Affamato, assetato, estenuato,

Dal venenoso aere stagnante oppresso,

Fra le inutili ciurme al suol languendo

[Merig. 123].

Tumultuosa, ignuda, atroce folla

Di tronche membra e di squallide facce

E di bare e di grucce

[Merig. 1046].

Finalmente l’allitterazione, uso cosí nuovo agli orecchianti italiani

che la scambiano per ciò che nelle reverende scuole chiamavasi, con

vocabolo non aborrito abbastanza mai dalle purgatissime orecchie,

_cacofonia_, l’allitterazione, dico, nei versi del nuovo Virgilio

lombardo trionfa come in quei dell’antico:

Lieve lieve per l’aere labendo

[Merig. 277].

Altro mezzo a mutare il passo de’ versi, a fermare l’attenzione su

l’imagine e su l’atto, ad eccitare il sentimento, sono le spezzature

con le quali il Parini finisce un periodo logico e metrico, e anche una

proposizione, e ne comincia un altro a mezzo il verso dopo la terza o

la quinta, dopo la sesta o la ottava. Nei 1131 versi del Mattino le

spezzature dopo la sesta sono 127, dopo la quinta 45, dopo la terza

e l’ottava 9. Nei meno che quaranta versi della Vergine cuccia le

spezzature sono venti. Pochi esempi.

la spada;

Corta e lieve non già, ma, qual richiede

La stagion bellicosa, al suol cadente,

E di triplice taglio armata e d’elso

Immane

[Matt. 1145]:

qualora,

Pollo o fagian con la forcina in alto

Sospeso, a un colpo il priverai dell’anca

Mirabilmente

[Matt. 994]:

Pari a le stille tremule brillanti,

Che a la nova stagion gemendo vanno

Da i palmiti di Bacco entro commossi

Al tiepido spirar de le prim’aure

Fecondatrici

[Merig. 660]:

Ma che? Tu inorridisci e mostri in fronte,

Qual istrice pungente, irti i capelli

Al suon di mie parole? Ah il tuo mattino

Questo, signor, non è

[Matt. 53]:

I convitati

Vengan dopo di voi, quindi il marito

Ultimo segua

[Merig. 240]:

Ciò che scioglie i desiri e ciò che nudre

La libertà magnanima

[Merig. 1000].

Alle spezzature, per simili effetti, il Parini accompagna le

interruzioni, che sono esclamazioni interposte alla proposizione, in

mezzo al verso, con voce proparossitona od ossitona:

il suol di lunga striscia

Spettacol miserabile, segnaro

[Matt. 1230],

le molli

Lingue lambenti flessuosamente

La man che il loro fato, aimé, stringea

[Merig. 654],

con le proprie mani

A sé le care luci da la testa,

Con le man proprie, misero, strapposse

[Merig. 810].

Ma gli effetti altamente estetici dell’arte di verseggiare, congiunta

che sia, come nel Parini, alla sapienza del distribuire e disporre

nella parola sensazioni imagini idee secondo l’intuito logico sensuale

della fantasia, bisogna vederli nell’insieme. Nella favola del Piacere

la comparazione del temporale estivo tiene otto versi in un periodo

solo, poetico a un’ora e musicale, di due parti: maggiore la prima,

crescendo di verso in verso nella raffigurazione che s’avvicina, con

gli accenti, con la mista larghezza e cupezza nel suono delle vocali,

co ’l súbito impeto delle consonanti stridenti, assorge al verso quinto

nello scoppio del tuono: minore la seconda, decresce di grado in grado

co’ tre ultimi versi all’allegro crepitare della pioggia in quella

scoppiettatura finale di nomi e di verbi.

Come nell’arsa state il tuono s’ode

Che di lontano mormorando viene,

E col profondo suon di monte in monte

Sorge; e la valle, e la foresta intorno

Muggon del fragoroso alto rimbombo;

Finché poi scroscia la feconda pioggia

Che gli uomini e le fere e i fiori e l’erbe

Ravviva, riconforta, allegra e abbella.

[Merig. 295].

Né meno mirabile, per efficacia tutta diversa, è la visione tra

comica e tragica delle ombre astinenti avare degli avi, quando un

gran divoratore si accosta alle mense dei nepoti. È un periodo solo

di tredici versi, in tre membri che rientrano incastrandosi co ’l

sentimento e con l’espressione l’uno nell’altro, mediante suoni e

termini rispondentisi. Primo, visione fantastica:

Qualor s’accosta al desco altrui, paventano

Suo gusto inesorabile le smilze

Ombre de gli avi che per l’aria lievi

Aggiransi vegliando ancor d’intorno

A i ceduti tesori:

secondo, rappresentazione viva e saliente nei particolari fino

all’assordante impressione del verso nono:

e piangon lasse

Le mal spese vigilie, i sobri pasti,

Le in preda a l’aquilon case, le antique

Digiune ròzze, gli scommessi cocchi

Forte assordanti per stridente ferro

Le piazze e i tetti:

terzo, lenta e pensosa impressione morale con solennità di costruzione

e intonazione nell’ultimo:

e lamentando vanno

Gl’invan nudati rustici, le fami

Mal desïate e de le sacre toghe

L’armata in vano autorità sul volgo.

[Merig. 612].

Ma, per effetto poetico immediato, la descrizione della notte resta

unica. È un vero presentimento del romanticismo: ha quel non so che,

che non è proprio, come disse vagamente il Foscolo, un contrasto di

chiaroscuri e colori, ma che, e qui disse bene, i tedeschi poi si

appropriarono e furono per ciò tenuti creatori d’una nuova e nazionale

scuola di finzione poetica[205]. Onde attinse tale presentimento il

Parini? Non da letture, certo; ma dall’intuizione accesa del reale, da

ricordi de’ primi anni in Brianza e nella medieval montagna di Como.

Certo, la verità viva e palpitante di cotesta descrizione colpisce

piú che non tutte le ballate romantiche: è indimenticabile. Cosí il

romanticismo fu preannunziato nella classica terra d’Italia dal piú

classico poeta del secolo meno imaginoso. Misteriose anella onde

intrecciasi la poesia nella storia dello spirito umano.

Primo momento: impressione dalle linee generali, austera, concisa,

desolante:

Già di tenebre involta e di perigli,

Sola, squallida, mesta, alto sedevi

Su la timida terra.

Secondo momento: dall’alto al basso. La quiete solitaria e muta,

sentita e resa in due versi che han del divino, si va perdendo

nell’avvicinare la terra:

Il debil raggio

De le stelle remote e de’ pianeti

Che nel silenzio camminando vanno

Rompea gli orrori tuoi sol quando è d’uopo

A sentirli vie piú.

Terzo momento: dal basso in alto. Passaggio e trasformazione del vero

fantastico nel fantastico pauroso. Come lungo il verso ottavo con

l’emistichio avanti! come determinato il nono! come pieno de’ germi

della paura il decimo!

Terribil ombra

Giganteggiando si vedea salire

Su per la case e su per l’alte torri

Di teschi antiqui seminate al piede.

Quarto momento: la paura; in tre particelle. Motivi della paura,

all’udito; motivi della paura, alla vista; due versi rispondenti

a due versi, incerti i primi, mobili i secondi; il tredicesimo e

il sedicesimo di grand’estensione e comprensione sí di suoni sí di

termini. La terza è degli effetti morali: versi di suoni incerti e

interrotti, poi tardi e gravi:

E úpupe e gufi e mostri avversi al sole

Svolazzavan per essa, e con ferali

Stridi portavan miserandi augurii:

E lievi dal terreno e smorte fiamme

Di sú di giú vagavano per l’aere

Orribilmente tacito ed opaco;

E al sospettoso adultero, che lento

Col cappel su le ciglia e tutto avvolto

Nel mantel se ne gía con l’armi ascose,

Colpieno il core e lo strignean d’affanno.

Quinto momento. Il fantastico pauroso piglia al fine nelle menti

sbigottite parvenze soprannaturali, in versi d’armonia prima ondulante

poi acuta e feriente:

E fama è ancor che pallide fantasime

Lungo le mura dei deserti tetti

Spargean lungo acutissimo lamento.

Si ritorna al naturale con la sensazione del buio e della lontananza.

Cui di lontan per entro al vasto buio

I cani rispondevano ululando.

[Not. 4].

La fine della visione risponde al principio, semplice, indeterminata, e

concisa piú anche d’idee che di parole.

*

* *

Dopo ciò tutto, non parrà superbo giudizio questo del Foscolo:

Se lo stile del Parini non può gareggiare con quello di Virgilio,

è di qualche conforto per gl’italiani pensare che il loro poeta

si è avvicinato a quel grande maestro piú che alcun altro de’

suoi seguaci. Gl’italiani hanno oltre ciò l’ardimento di credere

che nell’invenzione, nell’aggruppamento, nella connessione delle

parti con l’intero, le pitture del Giorno siano superiori alle

Georgiche[206].

Del verso l’Ugoni disse cosí:

Alcuni conservarono a tal metro i miglioramenti recativi dal

Parini; altri, spingendosi oltre nella via da lui aperta e temendo

di dar nel leccato, aggiunsero al resto facilità e snellezza

maggiore. Lunga e minuta riuscirebbe la storia de’ passi successivi

dati in tale arringo, ma si ordisce pur sempre dal Parini, e il

Parini si trova sempre il capo della riforma[207].

Chi è che temendo dar nel leccato aggiunse al resto facilità e

snellezza maggiore? Non, credo, il Monti; che nell’arte dello sciolto

non proviene dal Parini, e, se mai, su l’esempio di lui tornò a

Virgilio nella Feroniade, ma nell’Iliade è solo eguale a se stesso. Il

Mascheroni piacque anche al Parini, ma la poesia didascalica doveva in

Italia finire con L’invito. Troppa ne fece fuor di stagione l’Arici,

artefice poco piú che di frasi e di suoni.

Tre veri maestri furono dopo il Parini, che alla forma da lui fatta

viva e moderna commisero la veramente poetica per varie guise anima

loro: Ugo Foscolo, come lirico: Alessandro Manzoni, come drammatico:

Giacomo Leopardi, come elegiaco: tre maestri co’ quali visse la nostra

gioventú e a’ quali fu ne’ dolorosi anni disposata la passione del

secolo. E per ciò piacquero su tutti. Ma nell’arte dello sciolto

cotesti poeti avanzarono da vero il vecchio Parini?

Nessuno rese epico lo sciolto meglio del Monti. A dir vero, i romantici

crederono d’averlo fatto nuovamente epico-lirico loro con varietà di

mosse byroniane. Ma il verso sciolto, passando per la panna montata de’

romantici, non si è egli esausto o non è svaporato?

Pagine di storia letteraria · 第 123 / 157 题