Cosí in accademie e in palazzi ben presto il Parini visse e conversò
francamente tra patrizi grandi ed eleganti. Il primo biografo, ed
anche il piú autorevole, come quegli che conobbe da presso il poeta,
Francesco Reina, esce fuori tutt’a un tratto cosí:
Da molt’anni il Parini disprezzava le maniere de’ grandi; e la
vita che conduceva nelle case loro gliele aveva rendute ancor piú
odiose. La colta spiritosissima duchessa Serbelloni-Ottoboni, della
cui conversazione usava egli famigliarmente, aveva numerosa brigata
di costoro. Fra’ quali spiccava Pietro Verri, in quella stagione
vaghissimo di primeggiare per certo suo talento mirabile; ma,
toltine pochi, il convegno era pieno di scioperati ed ignoranti.
Quivi stuzzicavasi sovente la splendida bile del Parini, e gli era
forza di sofferire que’ vizi e difetti che odiava cotanto. Parvegli
la vita loro un eccellente soggetto di satira, e vi si cimentò.
Tutto vero; ma il riserbo, del resto scusabile, di cotesta prosa, che
solleva a pena il velo per tosto abbassarlo, non ci lascia scorgerle
o almeno sorprendere le fisionomie, i casi vivi, le circostanze morali
tra cui si svolse lo spirito e germogliò la forma del poema.
Il Parini entrò in casa Serbelloni a pena prete, nel 54[179], poco piú
d’un anno dopo che mons. Fabrizio Serbelloni nunzio apostolico allora
presso l’Imperatore era stato promosso al cardinalato, per la quale
promozione il giovane chierico tra altre rime di Trasformati aveva
dato un sonetto, vaticinando, secondo il consueto del tempo, al nuovo
cardinale il papato, con versi, a dir vero, men sonori e lusingatori
d’altrettanti di Pietro Verri[180]. Ci entrò un po’ precettore un po’
abate domestico, un uso e una cosa del secolo passato: una cosa un po’
piú forse del lacchè, ma assai meno della cagnetta maltese e bolognese:
basti ricordare _La nomina del cappellano_ del gran poeta Porta. Se
non che il Parini non era da vero don Ventura; ed anche la duchessa
Vittoria Serbelloni, de’ cui figliuoli egli venía precettore, era
tutt’altro che una marchesa Paola Travasa.
Della famiglia Serbelloni, d’origine borgognona, derivatasi in Milano
nel secolo decimoquarto, fu massimo splendore nel decimosesto quel
Gabriele Serbelloni che Giovanni d’Austria chiamava padre e maestro
a Lepanto, un de’ piú valorosi e gloriosi generali tra i tanti che
onorarono il nome italiano combattendo per l’impero contro i Turchi
in Ungheria e per tutto. Gabrio, un de’ nepoti, tuttavia per meriti
di servigi militari, fu del 1684 da Carlo II di Spagna titolato duca
di San Gabrio nel regno di Sicilia e nel 1710 grande di Spagna[181].
Terzo duca era il secondo Gabrio, nella cui casa entrava il Parini,
ripeto, nel 1734. Tre anni dopo, l’altro cadetto, conte Giovanni
Battista, generale di Maria Teresa, rimanea ferito alla battaglia di
Kollin; e già alla battaglia di Parma nel 1746 caricando con rapida
bravura la cavalleria francese avea deciso della vittoria. Tócco questi
particolari, per accennare che la casa, ove il Parini poté studiare
da presso la scioperata ignavia de’ signori decadenti, era per sé
tutt’altro che d’oziosi e d’ignavi. Il conte Giovan Battista fu poi
maresciallo di campo, ed ebbe il comando generale della Lombardia;
e di lui morto nel 78 Pietro Verri scriveva: «Per il nostro paese è
una perdita. Non è sperabile che il suo successore abbia tanto amore
e tanta cura da tenere castigata ogni prepotenza militare. Egli
era il solo italiano collocato in un posto distinto nella milizia
europea, e forse passeranno molti anni prima che un altro italiano
sia feldmaresciallo»[182]. Nessun italiano fu piú feldmaresciallo,
per questo, che indi a pochi anni un italiano fu qualche cosa di piú.
De’ fratelli Serbelloni, il primogenito, duca Gabrio, fu quegli che
fece meno o non fece nulla, e per ciò naturalmente fu il piú burbero e
strano, anche con la moglie.
Donna Maria Vittoria, nata Ottoboni Boncompagni duchessa di Fiano,
moglie al Serbelloni nel 1741, meritò, quando morí nel 90, questo
ricordo da Pietro Verri, testimonianza anche osservabile di ciò che
tenevasi allora per coltura in una dama.
Si fece trasportare alla Tramezzina sul lago di Como, poiché
vide inevitabile il suo fato per un cancro al seno. Ella cosí
volle sottrarsi ai mali che la sciocchezza e insensibilità ha
moltiplicato, in corredo della morte; onde non ebbe a tollerare
che i mali della natura, e non furono né lunghi né violenti. Fu
donna di animo fermo e buono, e aveva lo spirito corredato da una
assai vasta lettura. La storia sacra, la romana, la mitologia,
queste tre classi, le possedeva. Aveva una memoria eccellente, e
rendeva buon conto di tutte le produzioni teatrali e di romanzi.
Era capace d’amicizia, d’animo disinteressato e benefico. Se non
fosse stata d’una vivacità di sentimento che talvolta la rendeva
imprudente nel parlare, se non avesse aderito con facilità a tutti
i consigli di qualche persona incautamente prescelta, sarebbe stata
donna senza difetti. Io Pietro Verri, che scrivo questa nota, vissi
frequentandola quattro anni; e fu la prima signora che frequentai,
e le debbo d’aver conosciuta la bella letteratura francese e d’aver
conservato genio ai libri[183].
Ella avea tradotto il Teatro di Destouches: e nel 54 pubblicò il
suo lavoro ma senza nome, indótta dal Verri; il quale, proemiando,
trovava la traduzione pregevolissima per buona lingua, per vivezza
di stile, per l’allontanamento delle frasi francesi; ma di ciò non
potea essere il miglior giudice Pietro Verri. A lei dedicò il Goldoni
la _Sposa persiana_, e Giovanni Gamerra, livornese, tenente allora
al servigio austriaco in Milano e poi _poeta de’ teatri imperiali_ a
Vienna, _I solitari_ «parto nato e cresciuto sotto i di lei occhi». Lo
stesso Gamerra, che scrivea drammi lacrimosi e poemi ch’egli credeva
piacevoli, in un di quei poemi trovò modo di lodare donna Vittoria che
facesse
Di virtú pompa e non di nobiltà[184].
E in nota (quintessenza di quella detestabile prosa del settecento, ma
è testimonio del tempo) anche diceva:
La società degli uomini colti che la circondano bastar puote a
caratterizzare questa donna incomparabile, che vanta un ottimo
cuore ed un’anima solo intenta a beneficare e ad interessarsi pel
merito e la virtú. La di lei affabile umiltà le fa riguardare non
senza compassione la grandezza ignorante ed orgogliosa, la quale
sdegna sovente di respirare quell’aure che respirano l’onestà ed il
sapere, da cui non si posseggono né beni né illustri natali.
La duchessa era dunque, come ho a dire?, una signora d’idee liberali,
quasi democratica, salvo ciò ch’è da salvare: tale in fine sotto i
cui auspicii piú e meglio che non l’enfasi cachetica del drammaturgo
lacrimante potea svolgersi simpaticamente la facoltà forte e l’arte
sana di Giuseppe Parini. Certo fu vantaggio al Parini, uscendo
dalla penuria che pur troppo taglia le penne ad ogni idea gentile e
dall’oscurità delle sagrestie e dalle baroccaggini delle accademie,
trovare agio agli studi classici e opportunità all’osservazione umana
sotto lo spirito incoraggiante e avanzante della duchessa Vittoria.
E il poeta, pur distaccato dalla domesticità di lei, ne serbò alta la
stima. Notevoli questi versi:
E la virtude istessa il tuo mal fea
A te gustar piú lento,
E dell’ermo tormento
Nessuno a parte col tuo cor volea:
Però che le tue pene e i danni tui
Le parean minor mal che l’onta altrui[185].
Accennano, credo, alle diversità che la duchessa ebbe col marito,
massime per interessi, diversità che finirono con transazione imposta
nel 1772 da Vienna, per la quale il duca pagò i debiti della moglie
in 40 mila fiorini e le crebbe l’annuo assegnamento da 20 mila a 22
mila lire e la duchessa rinunziò in favore di lui e de’ figli alla
dote[186]. Ma il duca vedea di mal occhio, o non voleva affatto vedere,
il Parini. «Il giorno di pasqua — scriveva donna Vittoria al figlio
Giovan Galeazzo il 4 aprile del 62 — è stato a vedermi tuo padre: s’è
fermato su la scala per mandarmi a dire di fare allontanare Cicognini
(il medico) e Parini, caso che si trovassero presso di me». E a’ 18
maggio, andata in villeggiatura a Gorgonzola: «Cicognini e Parini gli
ho lasciati a Milano, _ut adimpleantur scripturae_»[187]. Probabilmente
il duca non perdonò mai al Parini un epigramma che questi si era
permesso quando Sua Eccellenza per un capriccio si divise di stanza
dalla moglie:
Cari figli, non piangete,
Che, se nati ancor non siete,
Non potendo vostro padre,
Vostra madre vi farà[188].