Quando pubblicò il Mattino, Giuseppe Parini, nato il 23 maggio del
1729, aveva trentaquattr’anni, era da undici anni poeta, da nove prete
e accademico dei Trasformati.
A quell’accademia, allora unica e illustre in Milano, la quale
adunavasi in casa il conte Giuseppe Imbonati, appartenevano signori dai
nomi storici; e anche il conte di Firmian ministro plenipotenziario
dell’imperatrice Maria Teresa in Lombardia, e fino amatore di libri;
anche il cardinale arcivescovo Pozzobonelli, che aveva a’ suoi be’
giorni toccato la cetra latina; e monsignori e predicatori e teologi, e
abati grandi e abatini di primo canto; e dame, come la padrona di casa,
che avean composto fin canzoni pindariche, e damine, come le figliuole,
spiritosissime nel lor _meneghino_; e anche Pietro Verri, Cesare
Beccaria e Giuseppe Parini. Convenivano in dati giorni e si divertivano
a declamarsi in faccia l’uno all’altro di molte prose e poesie, anche
greche e latine, magari ebraiche, come pure milanesi e veneziane,
o cruschevoli, su argomenti assegnati, di carnevale le maschere,
nella settimana santa la passione, e poi gli studi, l’impostura e
Sant’Ambrogio. Ma anche si divertivano in pranzi e villeggiature co ’l
buon conte Imbonati; e, meglio, accoglievano i forestieri letterati di
passaggio in Milano; e, meglio ancora, prendevan notizia delle novità
scientifiche e letterarie che uscissero alla giornata e ne discutevano
tra loro.
Fu detto che i Trasformati avessero in principio stentato ad ammettere
nella lor compagnia il Parini: chi sa se per la rusticità sua troppo
recente o per la causticità de’ primi suoi versi soverchia? Ma
presto fu ben veduto e de’ piú operosi; lesse di argomenti serii e
da burla: combatté le battaglie della parte giovane e cittadinesca,
un po’ turbolenta. La polemica ch’egli ebbe nel 56 col padre
Alessandro Bandiera fu un’avvisaglia del buon giudizio contro la
prosa sesquipedale agghindata e spropositata de’ conventuali (ahimé)
boccaccevoli: l’altra col padre Onofrio Branda, nel 60, fu un
combattimento per il genio paesano e popolare, libero, vivo, brioso,
contro la burbanza pedantesca imponentesi con un falso toscanesimo
di maniera: riazione ambedue contro la letteratura e l’istruzione
fratesca, che troppo omai pesava ai lombardi liberatisi dall’etichetta
spagnola.
E già l’abate brianzolo s’era sfranchito da vero anche tra quelle
eccellenze e quei monsignori. Tre certamente delle odi furono composte
prima del Mattino: _La libertà campestre_, nel 58: _La salubrità
dell’aria_, nel 59: _La impostura_, nel 61. Ora quei titolati si
possono imaginare, quanto si voglia, alla mano: ma per un abatino
sbircio, che dimani se non oggi avrà bisogno di pane, era anche un bel
declamare:
Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà ma libero
Il regno de la morte.
No, ricchezza né onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Mercar non mi vedrà.
E su quelle facce piú o meno rubiconde passò, è da credere, qualche
smorfia a sentire tra le altre strofe alla _venerabile impostura_ anche
questa:
Mente pronta e ognor ferace
D’opportune utili fole
Have il tuo degno seguace;
Ha pieghevoli parole,
Ma tenace e quasi monte
Incrollabile la fronte.
Gli accademici rimatori poi, che credeano far novità col Frugoni e col
Bettinelli, come doverono rimanere udendo lo stesso abate mettere in
un’ode le marcite i letamai e peggio, e conchiudere,
Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasia,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.