Quel quadro era quasi naturale lo desse un plebeo. Plebeo dico
romanamente, con senso tutt’altro che di spregio; in quanto la plebe è,
considerata nel processo storico, il vivaio delle forze d’una nazione,
onde vengono e han da venire nei mutamenti ideali non che sociali le
attività nuove del pensiero. I piú e meglio degli scrittori italiani,
specialmente poeti, erano fin allora usciti dalla nobiltà: sino il
Frugoni, l’Anacreonte parassita de’ prosciutti farnesiani e l’Orazio
delle cioccolate borboniche, sino il Frugoni aveva nelle vene sangue di
dogi. Co ’l Metastasio, co ’l Casti, co ’l Parini è l’avvenimento della
plebe nella poesia italiana.
La plebe versò in contatti di mano in mano piú intimi con l’alto mercé
la Chiesa. Cosí gli abati furono nel secolo decimottavo quello stesso
che nella e dopo la rivoluzione gli avvocati. Venivano onde potevano,
andavano ove volevano: tutte le vie eran loro. Dubois corruttore
dell’adolescenza di Filippo d’Orléans, e poi cardinale ministro della
Reggenza: Bernis la _bouquetière_ della marchesa di Pompadour, poi
arcivescovo, cardinale e ambasciatore àrbitro di conclavi in Roma: ecco
in quella Francia, che fu il miluogo spirituale di quel secolo, ecco il
tipo e l’elevamento supremo dell’abate mondano, precettore e letterato.
In Italia gli abati non assursero a tanto (l’Alberoni espatriò), ma
nell’attività intellettuale e nella manifestazione morale espressero la
genialità e potenzialità della provenienza.
Il Metastasio dalla purezza del paesaggio umbro e dalla placidezza
di quel popolo, onde venne fuori la poesia delle laudi e la pittura
delle sacre famiglie, sembra recare un senso dell’arte eguale
riposato tranquillo, che al secolo decimottavo, non potendo altro,
diventa l’idillio anche eroico nel melodramma, e finisce con un
accontentamento, che, non potendo piú essere mistico, è virtuosamente
epicureo. Ma il Metastasio ebbe di abate non piú che il titolo.
Prete, maestro di seminario, canonico, provenne tutto intero dalla
disciplina romana, Giovan Battista Casti: disciplina, dissi, per
qualificare una maniera di educazione, e dovevo dir corruttela. Costui
fu il menestrello nomade della marcia e fetida arte del servaggio
italiano. Giullare di tutto e di tutti, di favoriti e di favorite,
che, mutati i tempi, metteva in maschera bestiale, di principi
riformatori e di autocratrici filosofesse, che poi non pagato a
bastanza metteva in burla ma prudentemente alla larga o dopo morte,
di monarchie che tradiva e di rivoluzioni che beffava cotesto prete
guasto diè segno finale del come intendesse la libertà ammorbando
delle Novelle galanti l’Europa all’ombra della Repubblica francese.
Costui, come il truffatore e spia Casanova, che vestí anch’egli per
alcun tempo da abate, portò a spasso pe ’l mondo lo spettacolo della
vergogna italiana, attestando che la vecchia Italia irrideva vendeva
e prostituiva tutto, gli eroi antichi e i santi nuovi, i monumenti
e le ville, le sue donne, i suoi ragazzi acconciati per la musica,
la gloria, l’arte, l’ingegno. Cotesta vecchia Italia è sepolta da
un pezzo; e sarebbe non so qual piú tra vigliaccheria e scempiaggine
rimpiangerne o, come dicono, riabilitarne qualche rea memoria.
A farla disparire e obliare, educando altri animi ed altri ingegni,
lavorò Giuseppe Parini: di cui l’Italia ha fin dimenticato che fosse
prete, solo riconoscendo in lui il primo ideal rappresentante di quel
popolo del nostro settentrione, forte, austero, ideale, disposto a
fare: tanto è vero che rifece l’Italia.