III.

Il Mattino fu licenziato alla stampa a’ 24 marzo del 1763 in Milano,

e a’ 21 luglio il poeta chiedeva per tre anni la privativa[176]

dell’edizione uscente senza nome dai tipi di Antonio Agnelli. A’ 24

luglio del 65 fu permessa la stampa del Mezzogiorno, che usciva pure

senza nome indi a poco dai tipi di Giuseppe Galeazzi.

Que’ cinque anni furono per l’Italia fecondi delle opere che meglio

ritemprarono il gusto e indirizzarono gli spiriti per vie nuove.

Dal 61 al 62 usciva l’Osservatore, primo tentativo di rinfrescare in

moderne moralità la prosa piú usuale de’ classici: usciva dal 63 al

65 la Frusta letteraria, sfogo d’uom nuovo che nell’uso di piú sane

e pratiche letterature avea perduto pazienza delle vanità e grullerie

paesane, feroce sfogo che cominciò a purgar l’aria. In poesia, del 63

uscivano i Sermoni del Gozzi, graziosissimi or vivi or tristi bozzetti

della vita piccina d’allora, che fan riscontro al Giorno in un ordine

di società e d’arte inferiore; e l’Ossian del Cesarotti.

Cotesta impostura epica d’un maestro di scuola, a cui pure furono presi

Goethe e Napoleone e che influí nella formazione poetica di Byron e di

Lamartine, ora è quasi dileguata dalle memorie: e anche della versione

del Cesarotti, tanto superiore all’anfanata prosa dello scozzese, e che

lasciò degli sprazzi nel concepire e nel verseggiare dell’Alfieri del

Monti e del Foscolo, chi può sopportare oggi la lettura alla distesa?

Mentre il Giorno divenuto classico entra nell’educazione letteraria

d’ogni italiano. Perché?

Perché da una parte il falso non resiste a lungo, e il Giorno

dall’altra è qualcosa di piú che un’opera d’arte. Nel 1763 Pietro

Verri scriveva le _Considerazioni sul commercio dello stato di Milano_

e compilava il primo _Bilancio del commercio di Lombardia_: indi le

riforme finanziarie ed economiche che rinsanguarono il paese. Nel

1764 Cesare Beccaria pubblicava il trattato _Dei delitti e delle

pene_: indi le riforme giudiziarie che confortarono l’umanità. Nel

mezzo stanno i poemi di Giuseppe Parini, che furono nella poesia

culta la prima manifestazione del popolo rifacentesi, e operavano nel

costume ciò che l’immortal libretto del Beccaria nella giustizia.

«Grandissimo — ben disse con quella sua concettosità elegante il

Giordani[177] — ed utilissimo dopo Dante tra tutti i poeti mi pare

il Parini; che si creò la materia, si creò lo stile; fece in poche

pagine la piú bella gesta che far si possa in poesia, vendicando

la virtú dalla fortuna, trasportando il ridicolo dalla povertà alla

ricchezza». E Luigi Settembrini, con intuizione storica che piú volte

altrove si desidera da lui ma qui gli abonda: «La poesia del Parini ci

annunzia il piú grande avvenimento della rivoluzione latina, il cadere

dell’aristocrazia.... La satira del Parini ha tanta importanza quanta

ne ha quell’avvenimento sociale: ed io non conosco tra gli antichi e

i moderni una satira cosí tutta d’un pezzo che rappresenti una grande

idea, una satira poema. Tutti gli altri satirici rappresentano come

a pezzi il loro tempo, e quale piú quale meno riescono efficaci e

terribili nelle loro rappresentazioni; ma nessuno ha dato al mondo

il quadro d’una grande corruzione di un ordine civile che indi a poco

muore»[178].

Pagine di storia letteraria · 第 115 / 157 题