A pochissimi de’ poeti italiani, a niuno forse, tranne Dante, avvenne
ciò che a Giuseppe Parini, essere súbito dopo morte idealizzato. Era
il triste anno 1799, e l’invasione austriaca e russa contristava
Milano e l’Italia: pur súbito una parola oscura, ma testimone del
giudizio pubblico, con le forme della mitologia decorativa di quei
giorni, ma col sentimento dei gradi storici della poesia nazionale,
dialogizzava dello spirito del Parini accolto negli Elisii dal
Metastasio e da questo presentato al Tasso e all’Ariosto, al Petrarca
e all’Allighieri[166]. Venne il primo anno del secolo nuovo; e in
quell’aurora di libertà che parve spuntare dal campo di Marengo il nome
del Parini si rilevò dalla bruma dell’invasione straniera co ’l nome
d’Italia rinnovellato. A Bonaparte console era intitolato il primo
volume delle opere di lui[167]: lui in versi e prose ardenti della
vita nuova esaltavano a gara i due principi della nuova letteratura,
Vincenzo Monti e Ugo Foscolo. Lo poneva il Monti trasfigurato nella
Mascheroniana su le platoniche cime del suo paradiso teistico a
ragionare di patria e libertà con le grandi ombre contemporanee[168]:
lo risuscitava il Foscolo sotto i tigli di Porta orientale, fremente
«e per le antichi tirannidi e per la nuova licenza»[169]; lo celebrava
poi ne’ Sepolcri[170] con purissima figurazione cultore dell’arte
civile in sua modestia animosa; alla gioventú affollata nelle aule di
Pavia incuorava quella sua sentenza memorabile in ogni tempo ad ogni
scrittore onesto, «A me par d’essere liberissimo perchè non sono né
avido né ambizioso»[171].
Né passò men venerato nelle ricordanze de’ due maggiori poeti che
succederono alla generazione di poi: il Manzoni lo salutava «scuola e
palestra di virtú»[172]; il Leopardi, «uno dei pochissimi italiani che
alla eccellenza nelle lettere congiunsero la profondità dei pensieri
e molta notizia ed uso della filosofia presente», e il Giorno poneva
tra le opere dei sommi, tra quelle che «a voler conoscere la poesia
nostra è necessario si leggano tutte intiere, e il dire _Questo è il
meglio che hanno_ è un profanarle»[173]. E gli storici glorificarono
l’azione di lui nelle mutazioni della civiltà. «Grande e robusto fu
costui — scriveva magnifico il Botta[174] —; piú che poeta, piú che
sacerdote d’Apolline, maestro di virtú; ed i molli costumi ad una
virile robustezza ridusse, l’eunuca età a piú maschi spiriti eresse». E
con verità meglio particolareggiata il Cantú[175]: «Fu forse il primo
da Dante in poi, che non per incidenza, ma di proposito, assumesse di
toglier la poesia dalle corruttrici futilità, per renderla coadiutrice
all’incivilimento, espressione della società, banditrice degli oracoli
del tempo».
Le citazioni abondano: ma io non potevo rinunziare ad accogliere prima
da sí eloquenti testimonianze la caratteristica ideale che del Parini
rimase ai nostri padri, per poi ricercare la personalità sua viva e
moventesi nell’andamento de’ concetti e dei fatti dell’arte.