Il secolo che noi vediamo finire ascenderà nelle storie d’Italia
alto senza pari per la gloria del pensiero e dell’azione civile.
Sarà lo stesso per l’arte, in specie della poesia? A castigo di certi
orgogli e di certi spregi, riguardiamo un poco, spregiudicatamente e
sopra tutto con informata coscienza, nel secolo passato, al Goldoni,
al Parini, all’Alfieri. Quanta, in tanta bassezza di condizioni
politiche, in tanta miseria d’idee d’opinioni di costumi, quanta,
nelle opere di quei tre, larghezza, continuità, intensità, efficacia
immediata e rinnovante! Il Goldoni, borghese, fotografa, artisticamente
indifferente, la borghesia qual era: il Parini, popolano, incide con
bulino arroventato la nobiltà quale non doveva essere: l’Alfieri,
gentiluomo, sogna fremendo il popolo e la nazione quale sarà. Realità,
moralità, idealità: tre modi e tre termini che congiunti fanno l’arte
sovrana. La realità nelle quindici o venti commedie migliori del
Goldoni è sorpresa e resa e con vero e caldo intuito di vita; ma come è
abbietta e spregevole! Perché di quegli Ottavi possano uscire i màrtiri
dello Spielberg e di Mantova, perchè di quei Lelii e di quei Fiorindi
possano prorompere i volontari di Giuseppe Garibaldi e i legionari di
Vittorio Emanuele, perché di quegli Arlecchini e Brighelli, di quei
Tita e Nane, possano insorgere i combattenti di Milano e di Brescia,
i difensori di Roma e di Venezia; perchè quelle Beatrici, quelle
Livie, quelle Rosaure possano trasumanarsi ai sacrifizi di Teresa
Confalonieri, della madre de’ Cairoli, della Colomba Antonietti; che
ci voleva? La moralità irritata del popolano lombardo, la idealità
sdegnosa del gentiluomo piemontese.