[È la prima parte della Prefazione al volume _Poeti lirici del sec.
XVIII_, Barbèra, 1891 — _Opere_, XIX, 97-104 ].
Certi nomi di questo volumetto e di quel degli _Erotici_ dubito non
paiano a piú d’uno morticini dissepolti; ma so che N. Tommasèo a un
italiano il quale voleva nel Belgio dar raccolte le migliori cose
degl’italiani moderni, quanto alle liriche, suggeriva, che, fatta larga
parte all’Alfieri al Metastasio al Pindemonte al Monti al Parini al
Manzoni, scegliesse poi dal Bondi dal Cassiani dal Cerretti dal Cotta
dal Crudeli dal Fantoni dal Frugoni dal Minzoni dal Mazza dal Savioli
dal Vittorelli dallo Zappi.... Ciò feci; e se qualcun altro accolsi
e accoglierò, per meglio rappresentare le varietà e le sfumature, le
caricature anche, della famiglia poetica del secolo andato, mi giova
ricordare ch’io non propongo esempi di stile, sí documenti della vita
morale e intellettuale degli italiani di un dato tempo nell’arte.
Ma nel secolo XVIII, e segnatamente prima del 1770, vi fu egli, o
poteva esservi, poesia lirica? Secolo a cui diè l’intonazione la
Francia, dove il buon Lafontaine si faceva dell’ode questo concetto
«l’ode qui baisse un peu Veut de la patience, et nos gens ont du feu»
e quest’altro il Voltaire «L’ode est un genre facile et médiocre»,
non dovea certamente abondare di lirismo. E poi quelle guerre
d’ingordigia o di rapina senza furore; quei dispotismi piú o meno
paterni, illuminati e pettegoli, corrotti e corruttori, materiali;
quella tolleranza religiosa non per convincimento ma per lassezza;
quegli scontri a mezz’aria degli ardimenti filosofici con le riforme
che venivano dall’alto; quella leggerezza onde credeasi poter
crollare il vecchio edifizio a passi di minuetto senza pur levare
il polverío; quella società, quella conversazione, quella vita; che
aveva a far con la lirica? Né il profeta che in piedi fra la notte
del passato e l’aurora d’una legge nuova si sente rizzare i capelli
e raccapricciare le carni dinanzi alle visioni dell’infinito e al
mostruoso carro dell’Emmanuele; né il poeta piú umano, che, nel circo
d’Olimpia illuminato dal sole e affollato di popoli elleni, sorge,
tra i vincitori giovani e belli, tutti figliuoli d’eroi e nipoti di
dèi, e di quegli eroi e di quegli dèi canta le lodi e le lodi dei
fondatori di città, e ne invoca la custodia su le città e le famiglie;
né Ezechiele né Pindaro erano, o sono, frutti di stagione. Qualcuno
poté avere _divinae particulam aurae_; ma in generale i Pindari del
settecento m’hanno l’aria dello struzzo in quella favola del Lessing,
che grida — Voglio volare — e ripete — Adesso poi volo — e gli uccelli
lo accerchiano in grande aspettazione, ed egli non fa che allargare
le ali pesanti radendo la terra. E il canzoniere del medio evo che
prosegue per mezzo il suo mondo rozzo e brutto un ideale di trasumanata
bellezza, e passa fra i tumulti della forza macerandosi solitario in
quella contemplazione, e canta fra l’odio selvaggio e i grossolani
appetiti il leggiadro il profondo il gentile amore, e tra le discordie
civili schiera nelle lunghe stanze le battaglie dell’anima e della
passione, i dissidii tra il vecchio e il nuovo Adamo, tra il senso e lo
spirito, tra il mondo e Dio? Di sí fatte cose nel settecento discorrono
a crocchio gli abati co’ filosofi, attingendo l’uno dalla tabacchiera
dell’altro: il settecento incipriato non è né bello né brutto, né
vecchio né giovane; e nasce o sta per nascere il romanzo moderno. In
su lo scorcio verranno que’ poeti che sapran cogliere, come dice il
Sainte-Beuve, in mezzo alle tempeste civili, per qualche lato, il senso
profondo del turbamento, la legge sublime del rinnovamento e rispondere
con un’eco intellettiva e sonora al fatto cieco; quegli altri che in
cotesti giorni di rivoluzione si raccoglieranno in se stessi, farannosi
entro se stessi un mondo, sia poi anarchico o armonioso, torbido o
sereno, cielo, inferno o caos.
Che cosa fece dunque ne’ suoi momenti migliori il secolo XVIII? quel
che l’ape matina cui paragonavasi Orazio, _Grata carpentis thyma per
laborem Plurimum_. Se non che il sentor del timo manca nel miele del
settecento, tesoreggiato piú presto tra la polvere che ne’ boschetti
e in riva di belle acque correnti; e que’ lirici possono aggreggiarsi
ad Orazio solo per certe ragioni estrinseche; che da lui specialmente
ritraggono per la forma esterna, e che riuscirono singolarmente
nell’ode di tono mezzano, nell’ode, quasi direi, discorsiva. Al secolo
XVI erano tutte insieme rifiorite, con la esuberanza del fogliame
intralciandosi, le liriche di Pindaro e d’Anacreonte, di Callimaco e
Orazio; al secolo XVII l’esuberanza in Italia crebbe a mal’erba, in
Francia la fioritura inaridí; al secolo XVIII, l’Inghilterra co ’l
Pope e la Francia con G. B. Rousseau tornarono alle forme oraziane;
le seguí la Germania co ’l Ramler e con lo stesso Klopstock, e con
parecchi l’Italia. Il secolo del dispotismo temperato e del filosofismo
repubblicante doveva trovare il suo lirico ideale nel colonnello di
Bruto che cantava Ottaviano senza dimenticare la prisca libertà: ma
a molti, o a tutti, può estendersi quel che il Platen ha detto del
Klopstock: «Tentò, limitato come Orazio nell’inno e nell’ode, di esser
sempre sublime, ma gli mancò la cagione: perocché Orazio non viveva
come un _magister_ tedesco d’Amburgo, ma nella Roma di Cesare quando
comandava la terra. Tu (séguita ammonendo) tu cerca di supplire con lo
spirito alla mancanza della materia, e il difetto del tempo ricuopri
co ’l molteplice stile». Cotesto, a dir vero, cercarono di fare anche
quei valent’uomini; e in Germania e in Italia, dove piú potente e
piú colorita è la lingua e per le abitudini sociali piú risentite le
personalità, meglio che in Francia. Ma a dovere sempre ricoprire i
difetti della materia e del tempo con lo stile, sia pur molteplice,
si corre piú d’un risico. Nella lirica del settecento, anche dov’è piú
fina, piú spesso che lo sbatter dell’ala senti il battere del martello.
«Et male tornatos incudi reddere versus». Il Le Brun, pubblicando
l’ode su ’l caso del _Vengeur_, credeva dover avvertire i lettori, per
sua discolpa, ch’ei l’avea composta in pochissimi giorni e _quasi di
getto_: sono un settanta versi, e dei suoi migliori.
Alla scuola che ho tentato delineare appartengono tutte quasi
le liriche di questo volumetto; o, piú largamente, alla scuola
dell’imitazione latino-greca con qualche spruzzo di peregrinità. Ciò
non pertanto lo intitolo _Lirici del secolo XVIII_; perocché questi
poeti, come furono a lor tempo piú veramente moderni, cosí del lor
tempo danno oggigiorno meglio d’altri il rilievo. «Il Metastasio
(osservava fin d’allora l’Algarotti) disse un tratto, confrontando
col secento questo nostro secolo, che noi appena fuggiti di mano alla
peste siamo incappati nella carestia»: nell’etisia, diceva il Cerretti.
E l’uno e l’altro alludevano, credo, ai due espedienti di riforma
dell’Arcadia messi in opera, con la scuola propriamente arcadica che
scambiava le bambolaggini e la meschinità per naturalezza, con la
scuola neo-petrarchesca che scambiava per correzione la freddezza e
lo stento. «Con un pensieruzzo o due (séguita, e bene, l’Algarotti
nelle _Lettere varie_) ne riempiono parecchi fogli, come la povera
gente ha con tre seggiole e un tavolino ammobigliato una stanza». In
tali condizioni una poesia d’altri numeri, di tono piú alto, di color
piú montato, d’animi latini, era un passo innanzi; e fu, con qualche
modificazione, poco di poi, l’alto là del buon gusto nazionale contro
le imitazioncelluccie del Colardeau, del Young, del Gessner.
Uno che si teneva della brigata, il Rezzonico, scriveva nel ’95 a
un altro poetino di Parma: «Non posso a Napoli recitare che a due
o tre privilegiati uomini i miei versi.... Lo stile qui chiamato
_di Lombardia_ si rigetta come troppo studiato e difficile; non
si conosce la lingua, non l’artificio e il meccanismo del verso,
non l’atteggiamento greco e latino; e non si lodano che i versi da
colascione, le frasi plebee, le immagini piú triviali, e la fluidità e
la snervatezza piú nauseosa si toglie a cielo come dono inapprezzabile
delle muse. A Roma si gusta l’intonazione lombarda, e siamo riguardati
a buon titolo come i soli veri poeti che adornin l’Italia; ma Napoli
non pensa cosí. Un solo giovane siciliano, il cav. Gargallo, segue
le nostre tracce, e si argomenta di poggiare a quell’altezza di cui
Parma fu sempre l’esemplare a’ dí nostri». Ridiamo pure del _noi_
del conte Gastone e de’ _veri poeti_ di Parma; ma cerchiamo in
coteste parole un punto d’appoggio a delineare una quasi geografia
poetica, una etnografia stilistica dell’Italia nel secolo passato.
Al centro, Roma, capitale dell’Arcadia e dell’Italia, giudica e
non fa; al mezzogiorno, Napoli si sdraia nel facilismo mariniano
e metastasiano; al settentrione, in Piemonte, per allora nulla, ma
se ne spiccano, rondine che non fa primavera, il Baretti, e, aquila
che porta tempesta, l’Alfieri. Lombardia per contro è il paese della
poesia _dall’atteggiamento greco e latino_. Questa, in Bologna, ove
predomina il petrarchismo temperato del Manfredi e dello Zanotti, ha
sol un cultore, il Savioli; trova, proseguendo, una fiorita colonia
negli stati estensi; fra Modena e Parma fa un saluto alla Toscana, che
oramai spossata le manda dal suo estremo lembo un corteggiatore solo,
ma giovine e animoso, il Fantoni; fermasi in Parma, ma il fogliame
frugoniano le dà uggia, e ripara a Milano; ove compiacesi all’ombra
del lauro che il Parini _con lungo amore le educò_. Quando Milano
sarà capitale dell’Italia; dal veneto, diviso tra il francesismo
cattedratico di Padova e sociale di Venezia e il toscanesimo
cinquecentistico ed erudito del Seghezzi dello Schiavo del Gozzi, dal
veneto ove se ne sta come in disparte Verona con le sue tradizioni
catulliane e dantesche, verrà Ugo Foscolo; e dalla Romagna, che _Fra
tirannia si vive e stato franco_ anche in lettere, verrà il Monti; e
appenderanno ambedue al lauro del Parini le loro corone.