Se non che temo non alcuno mormori, scorrendo questo volumetto: Perchè
rivestire a nuovo cotesta poesia smascolinata, che non ricorda nulla,
o, se pure, ricorda le miserie della patria e le piccinerie de’ nostri
avi?
Badisi tuttavia a non recare a colpa della sola Italia, a non
spacciare come un segno specialissimo del suo scadimento, i troppi
erotici del secolo XVIII, quando l’idillio e l’anacreontica erano la
poesia prediletta di tutta l’Europa. Che se noi avemmo il Frugoni, la
Francia ebbe il Dorat il Bernard e mille altri, la Germania l’Hagedorn
e la scuola degli anacreontici; e se in Roma in Venezia in Firenze
giuocavasi alle pastorellerie, che altro facevasi a Schönbrun a
Trianon e nella Prussia guerriera e nella libera Elvezia? Né l’Italia
conta forse in tutti i secoli della sua letteratura tante versioni e
imitazioni dell’Arte di amare quante ne produsse allora la Francia. Si
potea dire co ’l poeta:
Et l’univers n’est qu’ un bocage
Peuplé de fortunés amans.
E pure la canzonetta _Grazie agli sdegni tuoi_ era composta fra i
rumori della guerra per la successione austriaca, l’anno stesso che
Genova faceva la gloriosa cacciata; e le poesie del Parny e del Bertin
in Francia, quelle del Bertòla e del Vittorelli in Italia uscivano
negli anni che intercessero fra la guerra dell’indipendenza americana
e la gran rivoluzione. La vecchia società europea tornava ella al
tenerume per decrepitezza o voleva far la fine di Sibari e affogare tra
le rose?
Parrebbe quasi che la poesia erotica del secolo XVIII, fiorendo tra la
libera disamina della filosofia naturale e il lassismo della Chiesa,
segni l’avvenimento del terzo stato al viver godereccio, bandita sin
allora de’ nobili, e che precesse l’entrata ne’ diritti politici.
Un’imagine non è una ragione: ma pure la bella Théroigne di Méricourt,
che, dopo aver dispensato facili gioie a’ beati della monarchia, il
5 ottobre dell’89 co ’l portamento di dea e il folgorare degli occhi
rapisce al re i reggimenti fedeli e uccide nel 10 agosto 92 a colpi
di pistola i devoti del re, mi pare che renda imagine della poesia
erotica o libertina di quel secolo. E anche nella tempesta caotica
della rivoluzione, osservate: il velite della Gironda assalitore di
Robespierre, il nobile e generoso Louvet non è altri che l’autore delle
_Liaisons dangereuses_; ma anche il bello e freddo Ippolito della
_Montagna_, Saint-Just che doveva abbandonare di venticinqu’anni la
sua bionda e marmorea testa alla guigliottina già tante volte messa
in moto dal fioccar lento e grave de’ suoi periodi, aveva composto a
vent’anni l’_Organton_, poema di _volupté sombre_ (è la parola di un
sommo critico[164]), variato d’assai leggiadre pitture. E Massimiliano
Robespierre, che non mancava mai di mettere una rosa alla bottoniera
dell’elegante abito turchino, non aveva composto delle quartine vezzose
per madamigella di Sainte-Amaranthe che indi a poco il tribunale
rivoluzionario mandava al patibolo? E Bertrando Barère, relatore
del Comitato di sicurezza pubblica, non era salutato l’_Anacreonte
della guigliottina_? egli che, difendendo le _misure rivoluzionarie_
dell’orribil proconsole di Lione, era capace di dire: La libertà è una
vergine a cui non è lecito sollevare il velo.
La letteratura galante e _petit-maître_ fu adunque di tutta l’Europa
e di tutto il secolo. In Italia ebbe questo di speciale; ch’ella
apparisce come un compromesso fra il platonismo petrarchesco de’
monsignori del 500 e il sensualismo classico de’ cavalieri plebei
del 600. E poi v’eran di mezzo troppi abati: onde gli amorini del
Frugoni mostrano l’aria paffutella e le rotondità grassoccine di quegli
angioletti di stucco che si vedevano e vedonsi nelle _glorie_ di certe
chiese de’ gesuiti. E le laudi sacre di quel tempo fatte nello stile
e ne’ metri del Metastasio mi conducono a un profano paragone tra le
Filli e le madonne di legno di fico, dalla faccia candidissima di
gesso, in guardinfante e in tuppè, con la corona in capo e in mano
il fazzoletto di tela battista a merletti. Questo il male: il bene
l’abbiamo detto. Pure all’Italia mancò quel che la Francia ebbe nel
Parny, chi su ’l finire del secolo portasse in cotesta poesia un po’
piú di verità e di natura. Il Monti, che pur nel _Consiglio_ fece
prova del miglior garbo francese e nella _Violetta_ del miglior gusto
sentimentale, tentò negli _Sciolti_ al principe Chigi e ne’ _Pensieri
d’amore_ la gran passione; ma v’è troppo del Werther. Perocchè il
Goethe, aggregato agli arcadi quando fu in Roma, pare che lasciasse
all’Italia gli spogli del suo romantismo ossianico. E se ne giovò
Jacopo Ortis, co ’l quale e per il quale trasformossi fra noi la
letteratura dell’amore.
Ma la vecchia poesia aveva lasciato le sue tradizioni. Nice non pur
diè l’intonazione all’_epinicio_ napolitano del 1820, ma ha fatto le
spese di metri e di frasi ad altri inni nazionali parecchi. E con lei
e con Fille principiò il Rossetti, che né pur da _veggente_ dimenticò
a fatto il pastorello. Il direttore della prima _Antologia_, Montani,
altro non era in letteratura che un canzonettista di terzo ordine; su
’l cui _mazzetto di fiorellini_ Vincenzo Monti stuzzicato sorrideva di
compassione. Un de’ piú bei versi della romanza di _Antonio Foscarini_
è del Metastasio. E quei pietosissimi delle _Ricordanze_:
.... Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, in fra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci piú, tu piú non muovi,
ricordano questi altri meno gloriosi del Rolli:
Bei conviti, dolci canti
Che mi val cercar talor?
Tu non vieni, tu non canti;
Non han forza sul mio cor.
E Angelo Brofferio si presentò principiante all’Italia con una raccolta
di anacreontiche a imitazione del Vittorelli; imitazione che si ravvisa
talvolta anche in alcuna di quelle canzoni piemontesi per le quali il
tribuno subalpino è forse il piú naturale e il piú vero poeta erotico
del nostro secolo:
Guarda che bianca luna,
Guarda che ciel seren:
Duna, mia cara, duna;
Ven, Carolina, ven.
Una tranquilla arietta,
Sent, a consoula ’l coeur:
Ven, ven su la barchetta
Dl’amour e del boneur.
I genii da le sponde,
Al mar a fan la strà:
La terra, i vent e j’ onde
Per noui a smio creà.
Nossgnour am’ lo permetta,
Me cel a l’è to coeur:
A voga la barchetta
Dl’amour e del boneur.
Per tutte queste ragioni ho creduto che i _Poeti erotici del
settecento_ dovessero far parte della _Biblioteca diamante_.