Il Rolli e il Metastasio appartengono alla seconda generazione
dell’Arcadia; il Frugoni e il Casti, per lo stile, alla terza. Ora a
mezzo il secolo, pur ne’ serbatoi ci furono le riforme: e, come ne’
principati, mossero dall’alto. Parevano all’aura de’ tempi nuovi voler
rinverzicare le piante ingiallite del Parrasio e le ninfe palliducce
riprender colore. Anche la poesia melica se ne risentí; e il Savioli
le infuse dell’animo e del fasto romano, le insegnò il Bertòla un po’
dell’andamento transalpino, e il De Rossi e il Vittorelli con un piè
nell’archeologia e l’altro nella moda l’addestrarono a certa arguta
decenza tra grecanica e francese.
Se il Voltaire avesse potuto gustare gli _Amori_ di Ludovico Savioli e
voluto darne giudizio piú equo che non facesse del Rolli (il quale per
avergli contraddetto su ’l Milton se ne buscò titolo di _poetastro_),
il dittatore del gusto, a quel modo che salutava per _Abbé Virgile_
il Delille e per _Chevalier Tibulle_ il Parny, avrebbe detto addio
al senator bolognese con un _comte Properce_ o _comte Ovide_. Che V.
Monti nella Mascheroniana lo chiamasse _felsineo Anacreonte_, passi
per la rima; e passi che i contemporanei chiamassero anacreontiche
coteste sue poesie, perchè composte di brevi strofette, e che in quella
denominazione si ostinino certi facitori di storie letterarie, a cui
tante altre cose bisogna permettere. Ma è strano che il Sismondi, il
quale del resto giudicò bene il Savioli, cominci dall’instaurare un
paragone fra lui e Anacreonte in questa forma: «Aucun poète de notre
âge ne rappelle plus complètement Anacréon; c’est la même grâce dans
les images, la même mollesse dans la versification, la même ivresse
d’un amour qui semble toujours heureux.... Il ne semble pas fait pour
éprouver jamais ou les tourments de la jalousie, ou l’impétuosité de la
colère, ou la souffrance sous aucune de ses formes»[140].
Nulla, al contrario, di meno anacreontico delle canzonette del Savioli:
n’è una prova anche l’origine loro. Il contino Savioli (n. in Bologna
a 22 agosto 1729) aveva maestro in casa il dottor Angelo Rota, medico e
poeta. Or avvenne che questi componesse nel 46 certi versi per nozze, i
quali furono applauditissimi. Piacque in essi il metro, la strofetta di
4 versi settenari con desinenza alternata di due sdruccioli e due rime;
piacque, e in quel metro agli avvezzi alle lungaggini della canzone
parve novità, la imitazione della poesia latina. Sembrò che con quelle
strofe e con quei modi si potesse fare miglior prova a tradurre gli
elegiaci romani. E súbito esso Rota e i giovanetti Casali e Savioli
si misero all’opera, eleggendo gli Amori di Ovidio. Delle traduzioni
del Casali e del Rota rimangono saggi; nulla di quelle del Savioli,
il quale tuttavia (lo attesta il Rota[141]) fece italiane gran parte
delle elegie amorose d’Ovidio ed anche dell’Arte d’amare; e da queste
traduzioni _trasse il primo eccitamento a comporre nel metro stesso
quelle sue eccellenti ed originali canzonette che fanno tanto onore
all’italiana poesia_: cosí il conte Casali[142] coetaneo ed amico del
Savioli. Un nobile giovanetto di 17 anni, di fresco uscito dal collegio
de’ gesuiti, che traduce gli Amori a concorrenza co ’l maestro; e un
libro di galanteria che esce fuora da una gara di versi e versioni;
ecco un fattarello che rende bene in piccolo l’imagine del secolo
passato.
Pubblicate da prima nel numero di dodici in una stampa senza data,
ma probabilmente del 63 o 64, cresciute a ventiquattro nella stampa
lucchese del 65, le canzonette del Savioli ebbero fino al 1830 una
quarantina di edizioni; ebbero piú versioni in lingue straniere,
quattro traduttori latini, il Laghi arciprete e il Giovannardi abate,
faentini, l’abate Filippi veneto, e il padre di Antonio Guadagnoli.
Tutti si ammiravano di _quella moderna galanteria sparsa di fiori
mitologici e condita di sapore antico_ (come diceva il primo editore
degli _Amori_, Gius. Ant. Taruffi, altro abate). Si dettero ad imitarle
i poeti già in fama; cominciarono dall’imitarle i giovani che dovevano
essere splendore d’una nuova generazione, il Monti il Mazza il Foscolo;
sino l’Alfieri deponeva _il terribile odiator di tiranni pugnale_, per
invocare su l’innanzi del Savioli il sonno, che finisse di chiuder
gli occhi, gravi dalla crapula, a quel povero Stuardo, il quale fu
pure ai suoi be’ giorni il valoroso e romanzesco principe Odoardo,
mentre esso conte amoreggiava la bella tedesca, _regina de’ cuori_
se non delle isole del regno unito. «Negli anni addietro (attesta
uno storico letterario de’ primi del secolo) sono state anche troppo
idolatrate, perchè la moda corrente cosí voleva; e sarebbe stato
tacciato di pedanteria e di stupidità di gusto chi avesse ardito di
censurarle»[143]. Gli Amori, saputi a mente dagli uomini alla moda,
somministravano testi di citazioni galanti; amavano _inter sericos
jacere pulvillos_, e _le belle gli leggevano_ (dice un imitatore del
Savioli[144]) _con trasporto_. E appunto per le belle fu fatto quel
dizionarietto mitologico, che dalla seconda edizione in poi accompagnò
le canzonette: autentica e ingenua censura. Ma né pure il dizionarietto
par che bastasse. Il medesimo imitatore séguita a raccontare com’egli
_fece il piú delle volte arrossire le signore domandandole d’una o
d’altra strofa mitologica_. Arrossire per cosí poco! _Mutatis mutandis_
avrebbero potuto rispondere quel che un critico maligno suggeriva
all’Eucharis e alla Catilia del Bertin: «Mon ami, nous sommes de Paris
et non de Rome; faites nous l’amour en français»[145].
E pure la mitologia è nelle poesie del Savioli bella e necessaria. «On
dirait (nota al proposito nostro il Sismondi) que Savioli est un poète
païen; il ne sort jamais de la mythologie classique: elle semble, pour
lui, faire partie du culte de l’amour; elle est si bien en harmonie
avec ses sentiments habituels, elle lui est devenue si naturelle, qu’on
le juge comme un latin ou un grec, et qu’on n’est point refroidi par
ce qui, chez lui, est un culte, et, chez d’autres, une allégorie».
Provatevi di fatti a spogliar gli Amori delle dotte allusioni e delle
digressioni mitologiche: rimarrà in fondo al cratere sbocconcellato
un liquido viscoso e dolciastro, che non sarà piú né pur la feccia
del falerno di prima. E la prova fu fatta da un concittadino del
Savioli, l’imitatore nominato piú sopra: ma, da’ cercatori di stampe
bodoniane in fuori, chi sa che esistano le _Odi all’amica_ del cav. G.
B. Giusti? Che il Savioli _ponesse a sacco il volume della mitologia_
è una frase che può piacere a certi giudicatori all’ingrosso, come
piacque a un raffazzonator di libri[146]. Il fatto sta che il Savioli,
come lirico, aveva (lo chiameremo cosí) un ideale suo, il quale non
era e non poteva né doveva essere quello del tale o del tale altro
critico; che a cotesto ideale doveva trovare una forma determinata
bene, nella quale prendesse persona e si movesse; che cotesta forma
doveva attagliarsi a tutte le complicazioni di quell’ideale in modo da
suggellare, altrimenti l’ideale zoppica come chi calzi una scarpa non
fatta al suo piede. Ora il Savioli si era provato a petrarcheggiare, ma
quella forma troppo usata slabbrava; avea cominciato anch’egli dalle
pastorellerie, ma quelle non erano né pure una forma, come una forma
non è né il romanticismo medioevale né il realismo per se stesso, ma
sono o convenzioni o teoriche. Alfine lavorando sopra Ovidio trovò la
forma a cui poter dire con l’autor suo: _Tu mihi sola places_. E tanto
si affaceva al suo peculiar modo di sentire ed ai tempi, che riuscendo
nel senso artistico della parola il piú vero elegiaco italiano, il
Savioli non imitò mai di proposito né pure un passo de’ tre elegiaci di
Roma.
Il Savioli è poeta originale, perché ha trovato una forma.
Sapete chi ve lo dice? Nientemeno che P. Maroncelli, colui dal
_cormentalismo_[147]: «Savioli profilista (ma ottimo profilista),
è l’ultimo cigno di Grecia. Si sa che i cigni morivano cantando,
per risorgere, come la fenice, di secolo in secolo; e in una di
queste beate apparizioni Savioli toccò in sorte a Italia. Tutta
la voluttà, tutti i profumi della scuola ellenica, conservano appo
lui la freschezza delle rose di primavera; e sono rose originali».
E, salvo l’enfasi e la menzione della Grecia, dice vero. Per veder
chiara l’originalità del Savioli bisognerebbe avere spazio e tempo di
paragonare gli _Amori_ alle poesie erotiche del Bertin, suo coetaneo e
quel dei lirici francesi che ha piú saccheggiato il campo rivale degli
elegiaci romani, con un po’ di _gaillardise_ soldatesca, ma anche co
’l gusto d’un capitano di cavalleria prediletto a Maria Antonietta. Un
altro curioso raffronto rimarrebbe da fare, co ’l Goethe, che vent’anni
circa dopo il Savioli componeva in Italia le _elegie romane_; nelle
quali Properzio resuscitato barcollerà talvolta per una tale ebrietà
nuvolosa dei sensi, come gli accadeva da vivo per vino, ma non mette
mai cipria.
Gli Amori, tutti _idee pagane_, possono bene dispiacere a certa scuola:
ma che vuol dire il Cantú, quando afferma che il Savioli _non è di
veruna età_?[148]. Anzi tutto l’illustre storiografo sa benissimo
che il Savioli è proprio di quella età nella quale il Winckelmann
resuscitava la teorica dell’arte pagana; di quella età che lo Schiller
scriveva gli Dei della Grecia e la Cassandra, e il Goethe la Sposa
di Corinto e l’Ifigenia, che lo Chénier ricomponeva in una poesia
squisitissima tutt’i frammenti della lirica antica, che fiorivano
già o crescevano l’autore del Prometeo e della Feroniade e quel delle
Grazie. Era l’età che il popolo francese moriva uccideva e leggificava
in nome delle memorie d’Atene e di Roma, perocché la rinascenza avesse
preso la sua rivincita contro la gran reazione cattolica degli ultimi
duecento anni e si assommasse nella rivoluzione francese. Era dunque
proprio l’età delle idee pagane. E non fosse stata: un gendarme può
forse persuadere venti filosofi d’andare alla messa; ma tutt’insieme
i critici del mondo non potrebbero costringere un lirico a cantare
il Pange lingua invece del Pervigilium Veneris. Come si spinge
nell’avvenire, cosí può il lirico rigettarsi nel passato: e può, se
vuole, essere anche di nessuna età, purché trovi a’ suoi concetti forme
palpabili e materiate.
Ma il Cantú non perdona né pure al metro degli Amori; il Savioli _belò
in metro monotono come i pensieri_[149]. Passeremo su la metafora,
che torna bene all’arcadia e ad ovili piú santi, e non opporremo noi
allo storico degli italiani lo storico delle repubbliche italiane, il
quale pensa tutto il contrario: «Le mouvement de ces petits vers est
singulièrement musical et agréable à l’oreille; il fait partager à
l’auditeur l’espèce d’ivresse à laquelle Savioli s’abandonne». Ma il
poeta d’Adalgiso e degli inni sacri comporterà che ricordiamo il Parini
il Mazza ed il Monti, i quali di versi s’intesero, spero, se altri mai,
e che a punto tolsero in prestito dal Savioli quel suo metro per alcune
loro odi che vanno fra le piú belle e piú rapidamente liriche dei loro
canzonieri e della poesia italiana. Quel metro del resto divenne alla
moda nel secolo passato: taluno potrebbe credere, perché rassomigliasse
all’alessandrino dei francesi, la cui letteratura signoreggiava allora
l’Europa. Ma il fatto sta che esso è de’ metri piú antichi della poesia
italiana, come quello che si rinviene nel sirventese di Ciullo e in
altre tenzoni popolari siciliane e bolognesi del secolo XIII[150];
è insomma, con poche imitazioni, il metro _politico_ che fu di tutta
l’Europa latina nei secoli XII e XIII. E per ciò forse suona gradito
all’orecchio italiano.
Se non che a farlo piacere conferí molto lo stile del Savioli, il quale
per colorito ed efficacia è certo il miglior lirico di questa raccolta.
Egli appartiene alla scuola latina di buona lega; e per la sobrietà e
la concisione elegante, pe ’l rigore onde condensa le imagini, per la
eguaglianza (salvo qualche improprietà e qualche erroruzzo di lingua)
lo collocherei con assai d’intervallo ma pur súbito dopo il Parini;
né so quale fra i lirici dinanzi al 1780 potrebbe contendergli cotesto
posto. Se n’era accorto anche il Sismondi (amo citare dal repubblicano
di Ginevra non molto condiscendente a’ poeti erotici): «Sa poésie est
hautement pittoresque; chaque petit couplet fait un tableau gracieux,
qu’on se plait à voir passer, mais qui vous échappe aussitôt qu’ il a
été formé. On ne peut rendre, par des traductions en prose, les grâces
d’un poète dont le charme est tout entier dans le style; celles en
vers seraient difficiles sans doute, mais c’est un exercice que je
conseillerais volontiers à celui qui voudrait se former dans l’art
poètique. Les odes à Vénus, au Destin, à la Félicité donneraient
l’idée de cette richesse de poèsie, de cette peinture animée des vrais
lyriques, qui est trop étrangère à la langue française».
Dopo tanta poesia passiamo a un po’ di prosa, alla _vil prosa_
della vita. Due lettere ho veduto indirizzate al Savioli, e che si
riferiscono agli amori di lui già vecchio[151]. L’una è di un marchese,
amico suo ed uom grave; e parrebbe volesse moverlo a raccomodarsi con
l’amata, una _pudica d’altrui sposa a lui cara_, con la quale si era
rotto, ed erasi, per isfuggire le tentazioni, allontanato da Bologna:
fra le altre cose gli rappresenta come la donna sia disperata, pensando
a che dirà o farà il marito quando non vegga piú per la casa il conte
Savioli. L’altra lettera è della moglie e della figliuola del conte:
e si consolano e si rallegrano co ’l marito e padre che abbia rotto
quella pratica, e gli dicono che tutta la città non fa che discorrerne
in bene, che i servitori di casa ne han fatto festa e baldoria, che
esse, le donne, han fatto celebrare non so che funzioni alla madonna
perché lo mantenga perseverante. E la moglie gli parla presso a poco
cosí: — Bravo Quaranta! (era in Bologna la denominazione piú usuale
de’ senatori; e la contessa l’usa con avvedimento femminile, quasi a
ricordare che ella gli ha portato cotesta dignità in casa insieme con
l’eredità Bolognetti) non ci mancava che questa a tutte le altre vostre
virtú. Ma bisogna perseverare, e di ciò si teme. — E la figliuola mette
in un poscritto come anch’ella altro non fa che pregare per la _santa
perseveranza_ del padre. Uscendo dalla poesia degli _Amori_, queste
povere donne che scrivono alla buona, molto alla buona, dirimpetto
a tanto fasto di frasi latine, questa moglie e questa figliuola che
soffrono e pregano a canto a quelle imagini seduttrici, questa madonna
dopo quella Venere, danno un po’ da pensare. Ma in altre lettere il
Savioli parla con affetto della malattia della sua _povera moglie_;
e fu buon fratello e buon padre e uom caritativo e soccorrevole. Le
canzonette furono come uno sfogo della gioventú: attempato, compose,
con pazienza d’indagini diplomatiche incredibile in poeta e con critica
molta, gli Annali di Bologna, e serví onestamente la patria in tempi
difficili. Morí il 1º di settembre 1804.
«Leggendo le poesie del Savioli ne pare di leggere quasi altrettante
traduzioni dal latino: leggendo le poesie del Bertòla, ci sembra
ch’egli, anziché inventare col proprio cervello, traducesse i versi
di qualche poeta alemanno od olandese. Questa stessa straordinarietà
di maniere, di passaggi, di entrate, di conchiusioni, e fin anco di
soggetti, rendono la lettura de’ suoi versi assai dilettevole. Ma chi
vuole trovare ad ogni passo in un libro la massima esattezza nell’uso
de’ vocaboli, la massima diligenza nella struttura dei versi; chi non
sa perdonare un pensiero un po’ comunale, una strofa troppo scorrevole;
chiuda il libro, e dimentichi per sempre il nome e le poesie di Aurelio
Bertòla». Cosí il Carrer[152].
Certamente, per poeta del secolo XVIII, A. De Giorgi Bertòla ebbe
stile e vita assai nuovi[153]. Nato in Rimini il 4 agosto 1753, di 16
anni dové proferire i voti religiosi nella congregazione olivetana:
suo padre aveva la vocazione per lui. Scappò di convento a farsi
soldato in Ungheria: ma gracile com’era non resse alla vita militare;
e un officiale milanese che lo assisté infermo lo persuase anche a
rendersi tra’ suoi monaci. I quali non gli fecero carico del passato;
tanto la mollezza del secolo XVIII si accostava alla tolleranza: e
lo mandarono lettore, credo di belle lettere, a Siena. Ivi corresse e
compí una traduzione poetica delle odi di Orazio lasciata imperfetta
e inedita dal Corsetti, e la diè a stampa insieme con le satire e
l’epistole già finite dal senese; senza indicare, con riserbo grazioso
in principiante, le cose da lui o rifatte o tradotte di pianta: il
Vanetti giudice acuto se ne spicciava riconoscendo il Bertòla nelle
versioni piú felici[154]. Pur traducendo Orazio, trovava tempo a
imitare il Young, in sestine e per l’occasione della morte d’un papa,
piangendo, egli monaco, nelle _Notti clementine_ (1775) l’abolitore
dei monaci della compagnia di Gesú. Allora venne invitato a insegnare
geografia e storia nella r. academia di marina a Napoli; e vi stette
fino all’83: frutto dell’insegnamento furono le _Lezioni di storia_
(Napoli, 1782); del soggiorno in riva a quel mare, _Sacro per ogni età
All’aurea Voluttà Sacro alle muse_, le _Poesie campestri e marittime_
(Genova, 1779: Cremona, 1782). Nel 79 aveva anche pubblicato l’_Idea
della poesia alemanna_, saggio storico e critico con versioni fatte da
lui. Ora cotesta opera gli dové essere come occasione e commendatizia
per ire nell’83 a Vienna, ove mantenevasi quasi una piccola colonia di
lettere italiane. Ed ivi, ottenuta facoltà di vivere fuori del chiostro
e spogliar l’abito, stette co ’l nunzio Garampi suo concittadino e
accompagnò in Ungheria il cardinale arcivescovo Migazzi. Tornò in
patria con maggior conoscenza della Germania letteraria (n’è prova
il nuovo saggio _sulla bella letteratura alemanna_, Lucca, 1784) e
con la nomina di professore di storia all’università di Pavia. Nel
nuovo ufficio compose i tre libri _Della filosofia della storia_; e
l’insegnamento alternò con pubblicazioni di altre prose e poesie, delle
quali rimasero in fama le Favole, con viaggi su ’l Reno e in Svizzera.
Descrisse con novità amena quello su ’l Reno (Rimini, 1795): in
Svizzera andò per inchinare da presso il suo idolo, Gessner; del quale
compose un elogio (Pavia, 1789). Malato, nel 93 riducevasi in patria, e
vi morí di consunzione il 30 giugno del 98.
Tutt’insieme il Bertòla fra’ poeti del 700 è dei piú notevoli per
certa larghezza di studi e varietà d’attitudini; ed anche per certo
non so che di cachettico e spasmodico nell’animo e nell’ingegno che
si riflette nello stile, prenunziando la scuola che fu nuova circa il
1820. Del resto, autore del primo libro che in Italia portasse titolo
di filosofia della storia; autore del primo viaggio romantico e da
_touriste_; primo introduttore fra noi della letteratura alemanna;
critico non degli ordinari, con un po’ di miglior garbo francese,
massime nei saggi su l’idillio e su la favola, nell’elogio del Gessner
e nelle Osservazioni su ’l Metastasio; per un poeta erotico è assai.
Vero è che, quando il Bertòla cominciò a tradurre dal tedesco, la
Germania non avea cose da giovarsene e rafforzarsene gran fatto il
poeta riminese e la poesia nostra in generale; che il dedurre di
nuovo in Italia la colonietta pastorale di Zurigo, il dar cittadinanza
alle Filli dell’Hagedorn e alle Belinde del Jacobi ed onore ai poemi
descrittivi del Zaccaria, era proprio un portar, non dirò nottole
ad Atene, ma cavoli a Legnaia, e cavoli riscaldati. Né l’odor di
pipa della caserma prussiana poteva aggiungere novità o grazia alle
anacreonticuzze del Kleist; e anche l’autore della Messiade, quando fa
versi su ’l tenore del Dorat alla sua futura amante, non isfugge (me
lo perdonino tutti i serafini e gli dèi della Scandinavia) a un po’
di ridicolo. Che cosa poi avesse da imparare l’Italia dalla _canzone
di un moro_ del Gerstenberg lo giudichi il lettore: «Negra è la mia
amante al par dell’uva... Io sto qui attendendo che la sabbia consumi
le piante de’ miei piedi; e i miei sospiri sveglian le tigri di questa
selva. Misero me! le tigri accese di rabbia, leccan da lungi il mio
sangue. Oh sole! la morte minaccia anche Daracna dalle caverne o da’
boschi: può un serpente avvolgersi intorno a lei; può un coccodrillo
afferrarla, pungerla uno scorpione. Oh mostri, il fulmine vi colpisca!
Non ardite di offenderla. Ma se l’offendeste! mio cuore vola, vola, mio
cuore, incontro a lei. Io vo’ posar su ’l suo seno, spiare il menomo
de’ suoi sospiri, sentir come palpiti il suo cuore, esaminare in qual
parte di lei si muova la morte. Io vo’ beverti, morte, a lunghi sorsi
dalle sue vene, siccome odor d’ambra; vo’ cader su ’l suo languido seno
e morir con lei; morte soave!». Fra noi, almeno allora, cosí parlava
Truffaldino in certe fiabe del Gozzi. Né era, parmi, affatto pedante il
Vannetti[155], se trovava da ridere su queste fantasie del Gleim circa
le gote delle ragazze:
Oh! se possibil fosse
Schierar mille di queste
Sí amabilmente rosse
Gote là a mezzo cielo,
In bell’ordin curvandole
Sotto l’arco celeste!
Ratto ei dovria per l’aere
Le strisce sue disperdere
D’ogni bellezza vuote,
Ei ratto dovria cedere
All’arco delle gote,
Siccome appunto suole
Ceder la luna al sole.
In tutto ciò, e specialmente nelle poesie del Gessner che con piú
amore tradusse, portava il Bertòla il fanatismo d’uno iniziatore;
tutto trovava sublime, nota il Cantú[156], fin _le descrizioncelle e
gl’idilli piú piani e famigliari_; ciò non ostante _tradusse talvolta
con invidiabile felicità_. Ma il Vannetti[157], tra il Gessner
italianizzato dal nostro e quel del Soave aggiudica la palma al
secondo, _almeno per la leggiadria_: che è tutto dire.
Il traduttore dei tedeschi dinanzi il 1770, di quei tedeschi il cui
gusto poetico era personificato dal Vannetti[158], in un _giovine
d’idea alquanto mesta, d’occhio grave, cogli abiti assettati e colla
parrucca, che misura il passo e fa ogni cosa a battuta_, aiuta nelle
opere del Bertòla ad intendere il poeta originale. Al che tuttavia ci
bisogna aggiungere che il padre Aurelio ammirava il Young insieme e
il Frugoni, traduceva il Gerstenberg e Orazio, adorava il Gessner e
il Metastasio; e che si imaginava di riuscire a fare una coltivazion
nuova, innaffiando il verde dell’idillio zurighese con l’acqua salsa
delle egloghe pescatorie del Sannazaro. Con tutto ciò nei versi erotici
c’è per quei tempi del nuovo; egli è un poeta sentimentale come in
Francia dopo il Rousseau ne venne su parecchi; e, come il Rousseau e
la sua scuola, amava la campagna, e la dipinse non senza affettazione;
come il Rousseau e la sua scuola, dal sentimento andò a sdrucciolare
nell’oscenità, velata od aperta, ma sempre sazievole; cosí che delle
_Prose e Rime_ amorose (stampate prima con la data di _Citera_ in
Milano e poi a Genova nel 97) solo un sonetto potei eleggere per
questa raccolta. Del suo stile, anche in poesia, senza ricorrere
a’ luoghi comuni de’ puristi, torna vero quel che di lui prosatore
scriveva il Vannetti a C. Rosmini[159]: «Nel medesimo tempo è raffinato
e scorretto. Io gli ho scritto che v’ha _del magico_, accennando
copertamente a quel falso che voi notate sí bene; da che le magie
contraffanno la verità, ma non sono essa».
Né co ’l Bertòla, né co ’l Savioli ha che fare Giovan Gherardo De’
Rossi romano (1754-1827)[160]; si accosta in vece per certa arguta
gentilezza al Vittorelli. Cominciò improvvisatore e finí censore
dell’Arcadia: e pur da giovane dové provvedere alla casa lasciata a
mal partito dal padre; e sí ben seppe farlo, che crebbe di molto la
roba e tenne una ragion bancaria a suo conto. Allora poté soddisfare
a’ suoi gusti pe ’l bello; e i modi che tenne dimostrano il gentile e
largo animo suo. Mise insieme libri e stampe di ogni maniera; anche
adornò la casa delle piú preziose reliquie etrusche e d’ogni sorta
bronzi, medaglie, intagli antichi; e d’antichità scrisse dottamente e
dissertò con il Fea. Ma non per questo disprezzò il moderno; volle anzi
avere una raccolta di quadri della scuola fiamminga, che nelle gallerie
di Roma mancava; e con gli artisti viventi non si tenne a’ consigli,
ma dava lavori; e descrisse con nettezza e proprietà le opere del
Canova del Camuccini del Landi; e raccolse con amore le memorie della
Kauffmann e del Pickler. Nominato direttore dell’Academia di Portogallo
in Roma, rinnovò o meglio fondò di pianta, quella instituzione: fu, per
quel che si attenesse a studio di belle arti, provveditore delle corti
di Napoli e di Lucca. E n’ebbe onori. Ma, per onori di corti straniere
e per gusti di artista, non mancò al debito di cittadino: conoscitore e
giudice intelligente dei sistemi economici, fu gran parte delle riforme
operate in Roma ne’ primi anni del secolo e fondò la cassa di sconto.
Con tutto ciò ebbe tempo di comporre, oltre le menzionate scritture
artistiche e archeologiche, quattro volumi di commedie, una storia del
teatro italiano, un volume di favole, e non poche poesie; delle quali
crediamo aver colto il miglior fiore in questo volumetto.
De’ poeti quivi compresi il De’ Rossi è quello per avventura a cui
meglio conviene per una parte la denominazione d’anacreontico. La
sua canzonetta, non divisa a strofe, ma svolgentesi in serie di
ottonari rimati a coppia o tal rara volta alternatamente, ritorna
alle tradizioni metriche del Chiabrera, e rappresenta piú da vicino
l’ode d’Anacreonte. Del quale, o almeno dell’Anacreonte alessandrino,
tiene il De’ Rossi anche la breve e arguta invenzione: ogni ode è un
quadretto a puri tratti, un piccolo bassorilievo. Ciò si vede meglio
negli _Scherzi pittorici, e poetici_, bel libro nel quale _riuní_ (dice
un suo elogista) _il fiore piú delicato e piú bello delle due arti_,
decorando le poesie con altrettante vignette da se stesso imaginate e
delineate a contorni. Sembrò tuttavia al Sismondi[161] che nei versi
del De’ Rossi sentasi piú l’intenzione che l’ispirazione del poeta;
e agli Arcadi romani di dopo il 15 parve che la finezza sia a scapito
della natura. È troppo; sebbene sia vero che l’autore degli epigrammi
(e ne fece d’acutissimi e delicatissimi) si riconosce talora in certe
anacreontiche. Ad ogni modo, fra quei timidi e fangosi torrenti della
fine del settecento cotesto rivoletto ristora l’occhio e l’orecchio.
E credo che anche ai lettori di questo libretto, dopo il fasto del
Savioli e le squisitezze sentimentali del Bertòla, parrà come di
riposarsi nei facili e pacati ottonari del poeta romano.
Come nella soavità metrica del Rolli e del Metastasio puoi credere
talvolta di raccogliere un’eco della molle parlata umbra e di
riconoscere nella placida serie delle strofette un’imagine della vita
oscura e sicura tra quelle pure linee di monti, come l’abbandono e
anche la sciattezza del Crudeli e del Casti ti ricorda il _lasciar
andare_ della Toscana medicea e lorenese, e la versificazione
lussuriosa del Frugoni la grassezza del ducato lombardo dove il poeta
scriveva; come l’elegia settenaria del Savioli s’attaglia alla gravità
attillata dell’aristocratica Bologna, e la inegual lestezza del Bertòla
alla vivacità de’ romagnoli, e la purità ambiziosa del De’ Rossi
risponde all’archeologia artistica di Roma; cosí, letto che tu abbi il
Vittorelli, intendi com’egli dovesse fiorire nell’ultima generazione
rappiccinita e infiacchita, ma solazzevole e buona e spiritosa, della
repubblica di Venezia. Nato di nobil gente in Bassano a’ 10 novembre
del 1749, educato nel collegio de’ nobili in Brescia da’ gesuiti,
Giacomo Vittorelli[162] visse la gioventú in Venezia. Cessò con la
repubblica da un officio che ne teneva, e passò a Padova. Spero non gli
reggesse il cuore a veder la piazza di san Marco violata la prima volta
da soldati stranieri; sebbene egli trovasse poi modo di fare entrare
gli austriaci anche ne’ sonetti nuziali:
Salva è l’Ausonia intanto, è salvo il dritto,
Salve le patrie torri e i sacri marmi,
E Imene è un nume ancor, non è un delitto:
Anzi ei move dal ciel fra i plausi e i carmi,
Ond’abbia nuovi eroi Francesco invitto,
Se nuova Gallia lo sfidasse all’armi.
Ma pe’ nuovi repubblicanti e gl’imperanti nuovi non ebbe versi,
salvo un complimento alla principessa Amalia bagnante a Recoaro. Pure
nel regno italico fu ispettore degli studi. Dopo il 14 si ritirò in
Bassano; e nominatovi dall’Austria censore su le stampe vi morì il 12
luglio 1835.
«Fu, scrive il Carrer, l’ultimo de’ poeti che rappresentassero l’indole
letteraria del secolo scorso.... Immutabile tra i cangiamenti del
gusto, le ultime poesie ch’ei compose hanno la stessa fisonomia e il
colorito medesimo delle prime. Per questo conto fu piú tenace nel suo
proposito, che non sieno stati il Monti il Foscolo ed il Pindemonte;
i quali, tenendosi pure, qual piú qual meno, abbracciati alle vecchie
dottrine, non mancarono di piegarle o contemperarle alle tendenze
dell’età propria.... Il Vittorelli non avrebbe forse alterati i suoi
principii, anche dopo esaminati attentamente i principii opposti; ma
crediamo non gli venisse mai voglia di porsi a siffatto esame. Che che
ne sia, visse e morì poeta d’Irene e di Dori». Né sí fatta ostinazione
pregiudicò alla sua fama. Poteva prima di morire annoverare oltre le
trenta ristampe delle sue anacreontiche, e ben sei di tutte le rime;
ed era tuttavia sollecitato da nuovi editori. Modestissimo fra’ poeti
nostri, ebbe lodi insigni dal Pindemonte, versioni in latino fatte
dai migliori del Seminario di Padova, il Trivellato e il Filippi, e
l’onore di veder tradotto in inglese dal Byron un de’ suoi sonetti. Ne’
quali, sempre ingegnoso, arguto spesso, egli il _testore degli amorosi
detti_ cercava a posta le difficoltà delle _rime aspre e chiocce_, e
alle volte pur fra la trivialità de’ soggetti trovava modo a esprimere
novamente gli affetti della famiglia, della religione, del bello;
in alcun de’ sonetti forse piú che nelle anacreontiche. Pur queste
rimasero il suo maggior titolo alla fama: ed egli vecchio potea vantare
le
.... dolci note
Ai fili non ignote
Del cembalo vocal,
mentre le fresche giovinette gli ricantavano su ’l pianoforte i versi
che avevano già lusingato la galanteria delle madri. Quella strofetta
Ah, guarda, che se il core
Al labbro non risponde,
L’aria, la terra e l’onde
Vendicheranno Amor;
e l’altra
A che d’inutil pianto
Assordi la foresta?
Rispetta un’ombra mesta,
E lasciala dormir;
intonate da una voce ben nota o nelle sale lucenti o sotto il balcone
oscuro, chi sa come fecero palpitare o impallidire una volta le belle
novizie! Oggigiorno una leggitrice della _Madama Bovary_ o dell’_Affar
Clémenceau_ degnerebbe a pena sorridere a fior di labbra d’un poeta
il quale usava _protestare che tutti i versi di argomento amoroso da
lui composti erano semplice giuoco di fantasia e non aver avuto alcuna
realtà la passione con tanta industria cantata_, il quale confessava
tre verbi _essergli costati tre anni di fatica_ e voleva disgiunte
nella stampa due anacreontiche per ragion della voce _core_ ripetutavi
tre volte distintamente. Figuratevi poi se sapesse che quel medesimo
poeta facea versi, specialmente brindisi briosi, per parrochi nuovi, e
che era devoto. Benché la devozione, segnatamente a Maria, leghi bene
nei popoli cattolici con l’amore; che anzi da San Bonaventura in poi,
il teologo innamorato della Vergine, ella ne è un condimento piccante.
Ma il Cavalcanti e Dante nobilitavano la natura umana deducendo su le
fronti delle loro madonne l’aureola della vergine jessea, e il Petrarca
confondeva in un sospiro di stupenda elegia l’ardore e il tremore del
cuore amante e pentito. Il Vittorelli, educato al lassismo de’ Gesuiti,
trovava modo e tempo a intrattenere insieme Maria Vergine e Irene; a
questa le strofette con le rose di Anacreonte, a quella i sonetti co’
profumi inebrianti della Cantica. E glie ne faceva, a dir vero, di
belli:
Io t’amo; e il giuro per que’ tuoi sí begli
Di tortora idumea purissim’occhi,
I quai mi stan dinanzi o che si svegli
O che nell’onda esperia il sol trabocchi.
Oh, fossi un angel tuo, fossi un di quegli
Che coll’ondoso manto inombri e tocchi
O destini a velare i tuoi capegli
Lucidi piú che della lana i fiocchi!
La _dolce Maria_ di Dante, il _bel fiore_ che il superbo ghibellino
_invocava sempre e mane e sera_, s’è fatta anche piú accostevole:
questi versi paiono come ispirati da una madonna della pittura
veneziana in una chiesa del Sacro Cuore, e vi si sente scorrer per
entro il fremito dei sensi dell’amante molto piú che in tutte le
anacreontiche a Irene. Nelle quali il poeta aveva un bel ricordare
le _rose che gli diede Anacreonte in dono_: non v’era pericolo che la
fronte infiammata facesse apparire, ardere quasi, le corone di quelle
rose, come avveniva al vecchio di Teo ne’ conviti. Il Vittorelli
scambiava per rose di Anacreonte quelle _ordite di propria mano dalla
sua dolce amica_, fiori finti insomma; e Amore in casa il Vittorelli ci
campava, non del vino di Chio o di Lesbo, ma a chicche:
La saporita pasta,
Che di gustar fui degno,
È un infallibil pegno
Di cortesia, di fè.
Il Carrer osservò già non potersi dire che le poesie vittorelliane
«siano propriamente voluttuose od appassionate.... Sono spiritose,
ornate, eleganti: hanno tutte, o presso che tutte, la dolcezze del
mele, e nella chiusa non mancano del pungiglione. Grande sceltezza di
frasi congiunta con somma evidenza; la brevità stessa dei componimenti,
e particolarmente una rara spontaneità da competere colla metastasiana,
contribuirono a quella grande popolarità di cui abbiamo parlato. Chi
poi persistesse a crederle ispirate dal genio di Anacreonte, non ha che
confrontarle con quelle del Chiabrera; e chi volesse trovarvi l’affetto
tibulliano, le metta a riscontro con le brevi odi del Rolli. Ma il
Chiabrera rimase vinto dal bassanese nella metrica tessitura e nella
fluidità del verso; e il Rolli vi perde, quanto a continuata perfezione
di stile».
Conchiudendo: quelle fra le canzonette del Vittorelli che non han
_pungiglione_ o lo san nascondere tra i fiori, quelle dove non entrano
rose finte o paste saporite, quelle in somma nelle quali la convenienza
mirabile delle parole e de’ suoni risponde alla elezione delle imagini
alla gentilezza naturale dei concetti lungi dallo stil tradizionale del
settecento, quelle, lette e rilette sempre piú volentieri, lasciano
nell’anima un sentimento di mitezza e di quiete, ben diverso dagli
effetti disgustosi di certe poesie amatorie recenti, che fa dir con
esso poeta:
Tergimi il seno, Amore,
Col tuo celeste mèle:
Disdice esser crudele
A un fanciullin qual tu.
E allora s’intende perchè il Tommaseo fosse specialmente benigno a
questo ultimo cultore della _maniera anacreontica_. «Finisce (scriveva
egli)[163] in un uomo che l’ha con la gentilezza dell’animo suo
ringentilita e condotta alquanto sulle orme dell’antica castità: Iacopo
Vittorelli. E siccome (notiamo anche questo riscontro alla maniera
che poneva nella sonorità la poesia) l’ultimo suo cultore, Labindo, fu
riformatore sagace; cosí la maniera che il pregio dell’arte pone nella
dolcezza, trovò chi la mandasse al sepolcro con tutte le funerarie
onoranze. Qualche anacreontica del Vittorelli e qualche ode di Labindo
sopravviverà al Cesarotti e allo Zappi; e dimostrerà come l’impulso del
secolo fosse tanto potente da assegnare anche alle speciali maniere
poetiche una via diversa dall’antica, la quale tendesse un poco al
perfezionamento dell’arte».