II.

Certo poeta toscano, abbattendosi una volta a sentir cantare un’arietta

che principiava _Il lion che scherza e ride_, fece lí su due piedi

questi versetti:

Il vezzoso terremoto

Va ingoiando le città;

Ed il fulmine giulivo,

Non lasciando un uomo vivo,

Va scherzando in qua e in là.

Anche improvvisava, forse dopo uditi recitare qualche dozzina di

sonetti su la foggia dello Zappi, quest’altri:

Due colombine intatte,

Candide piú del latte,

Bella donna mi diede

In premio di mia fede.

Servo crudel me l’ammazzò ad un tratto.

Or voi v’indovinate

Che cosa m’abbi fatto?

Io me le son mangiate.

Tommaso Crudeli (1703-1745), perocché è questa ultima vittima

dell’inquisizione che per intanto ride, avea ragione di mettere in

parodia cosí fatte svenevolezze; egli che tentava rendere all’ode

piú liberi movimenti e spiriti piú leggeri, e che del resto par

conciliasse il sensualismo filosofico di Francia al naturalismo de’

vecchi toscani. Un po’ di belletto sí, ma nessuna arguzia sentimentale

nelle sue rime: e dirimpetto alla teorica del Balzac su la donna di

trentacinqu’anni sono innocenze da collegiale queste del Crudeli[130]:

«Da’ quattordici anni fino a’ diciassette avrete amor per amore; da’

diciassette fino a’ ventuno un miscuglio d’interesse e d’affetto. Piú

là si passa al pericolo di trovare non una donatrice, ma una venditrice

d’amore. Quindi è che le ventenarie donne riducono ogni loro occhiata

a mistero... Calcolano con somma economia le nostre entrate; fermano

nella loro mente quanti maschi e quante femmine a numero ci vogliono

partorire; quanto di dote a quelle, quanto di assegnamento a quelli: e

tanta è la loro previdenza, che dispongono della roba fin del secondo

letto... Quelle al contrario, la fresca età delle quali in vicinanza

del terzo lustro si gira, amano sinceramente lontane da ogni mistero;

vi porgono il cuor sulle labbra, semplici e naturali nei loro discorsi;

godono il presente senza pensare al futuro. Salutate una di costoro,

vi parrà che vi dica con quell’occhio brillante, con quel giocondo

sorriso: assaltami, che non sono inespugnabile; mi renderò». Che se in

qualche pagina dell’_Arte di piacere alle donne_ egli ormeggia troppo

scopertamente certi passi del IV libro di Lucrezio, gli valga per

assoluzione la moralità di qualc’altra: «Io ho conosciuto molte donne,

che hanno dalla lor compagnia allontanati coloro che esse consideravano

come poco religiosi. Giustamente lor faceva orrore vedere un uomo che

non conosce i doveri dell’umanità e in tanto gli esercita in quanto

teme le leggi». Come poeta il Crudeli trionfa nei pochi e mirabili

apologhi; nelle cosucce d’amore non ha grandi intenzioni: di piú, a

queste, tenute a mente dagli amici e da loro pubblicate dopo la morte

dell’autore, manca l’ultima mano e forse anche la seconda. E’ pare che

il Crudeli innesti la galanteria francese su ’l tronco del Chiabrera e

del Menzini; e la sua maniera ondeggia tra le costui canzonette e gli

idilli del Marino. Per la tempera dell’animo e per l’educazione toscana

dell’ingegno è l’epigono della men cattiva scuola del secolo XVII, se

bene piú giovine del Rolli e del Metastasio.

Il Rolli e il Metastasio, ecco i veri corifei della canzonetta: due

umbri, di quel paese cioè ove piú molle e quasi cascante è l’inflession

delle voci: concittadino l’uno di San Francesco, che al secolo intonava

ballate d’amore per le vie e in religione l’inno al sole dal letto di

morte; concittadino l’altro di Iacopone, che per varietà di versi e

di metri fu quasi il Chiabrera del secolo XIII: cresciuti ambedue alla

scuola del piú disgraziato verseggiatore italiano, il Gravina; ambidue

da principio improvvisatori, laboriosi compositori da ultimo; vissuti

ambidue il fior degli anni in paesi di lingua germanica.

Del Metastasio (1698-1782) produsse il secolo passato a brevissimo

intervallo una trentina circa fra biografie e apologie, in tedesco, in

inglese, in francese, in italiano: _ultimi noscent Geloni_, cantava

la medaglia coniatagli in Firenze; e gli ucraniesi di Pultava e i

mulatti di San Salvadore udivano e recitavano le opere sue. Oggigiorno

il bisogno di discorrerne ci sarebbe, ma non qui; non essendo la

sua lirica altro in somma che un riflesso della drammatica: drammi

raccorciati, le cantate; ariette allungate, le canzonette. Ma che

meraviglie! «Di tante migliaia di persone (scriveva il Baretti[131])

che possono fra l’altre sue poesie ripetere a libro chiuso tutta

la canzonetta a Nice, non ve n’ha forse cinque in ogni cento a cui

l’impararla a memoria abbia costato piú fatica che il leggerla due

o tre volte... I versi del Metastasio s’insinuano nella memoria d’un

leggitore senza ch’egli se n’accorga e sappia come; imperciocché la

sua poesia è sopra ogn’altra chiara e precisa, che tanto vale quanto

dire piú naturale che non veruna delle poesie nostre, quantunque fra di

esse l’Italia possa con ragione vantarsi d’averne delle naturalissime.

Dirò anzi di piú, che in molti inglesi mi sono io abbattuto, i quali,

comeché non estremamente versati nella lingua nostra, potevano pur

ripetere a mente tutta quella canzonetta a Nice, senza poter ripetere

una sola strofa delle tre traduzioni di essa che sono stampate nella

Scelta di poesie inglesi pubblicata a Londra in sei tomi da Roberto

Dodsley; e sí che in ognuna di quelle tre traduzioni si sono molto

fedelmente conservati ed espressi assai bene i pensieri e l’ordine di

essi tal quale è nell’originale, ma la chiara e precisa espressione di

que’ pensieri non s’è conservata, né a parer mio si poteva conservare.

E cosí in Francia molti e molti sanno a mente quella canzonetta; ma è

noto a pochissimi che lo stesso Voltaire, oltre a molt’altri, l’abbia

fatta francese, perché Voltaire come ogn’altro traduttore di essa

l’ha tratta dal Metastasio, e non dal centro del proprio cuore, come

si può dire che il Metastasio abbia fatto. E sí che ai leggitori del

Metastasio, e specialmente a quelli che sono o che furono innamorati

e che pizzicano insieme del poeta, sembra che poca fatica s’avrebbono

avuto a fare per dire i loro pensieri, e massime i loro pensieri

amorosi, come il Metastasio ha detto i suoi, e che avrebbono anch’essi

potuto con somma agevolezza esprimerli eziandio con quelle stessissime

parole di cui il Metastasio s’è servito; né si può quasi a prima vista

sospettare che il parlare in versi con la facilità del Metastasio sia

cosa difficile oltremodo: però, dalla prova che tanti e tanti n’han

fatta, tutti e poi tutti senza eccettuarne pur un solo sono stati

convinti o hanno convinto altrui che l’apparenza inganna, che il dire

facilmente anche le cose piú facili a dirsi è cosa tutt’altro che

facile, anzi pure difficilissima fra le piú difficilissime».

Ma cotesti pregi di chiarezza di precisione e facilità son nulla

rispetto a una maggior lode che i coetanei davano tutti d’accordo al

Metastasio, proclamato dall’autore della _Nuova Eloisa_ (il quale,

e non il Voltaire, come credé il Baretti, tradusse la canzonetta

a Nice) _le seul poète du coeur, le seul génie fait pour émouvoir

par le charme de l’harmonie poétique et musicale_. E il Monti piú

tardi[132]: «un’anima cosí delicata, cosí limpida, cosí tenera e

trasportata come la sua non vi è né vi sarà mai»; poi rigirando la

lode all’_accigliato ed irto orator del Contratto_: «il solo autor

della _Giulia_, se avesse aspirato al vanto di poeta piú che a quel

di filosofo, forse avria potuto rassomigliarla qualche poco ma non

eguagliarla». Il Metastasio aveva del resto imparato insieme la scienza

del cuore e quella della musica con un metodo comodo e per la piana

dalla bella moglie del Bulgarini, la Romanina, che manteneva ella

l’amico e la famiglia di lui; e le lezioni, anche di musica, s’intende,

nella quale perfezionato dal Porpora divenne autore egli stesso, poté

poi ripetere a suo bell’agio in Vienna alla vedovella d’Althann. Noi

dell’ottocento, passati nella materia del cuore per tante burrasche

d’estate, dal Lamartine per il Balzac al De Musset, e dal Goethe per

il Byron all’Heine, dobbiamo pur farci una ragione che i settecentisti

aveano bene il diritto di confezionare il _caro cuore_, come Omero lo

intitola, secondo il loro gusto.

Che se poi volessimo assolutamente tenere in picciol conto il

Metastasio poeta, potrebbe darsi che avessimo un po’ di torto.

Il gondolier ch’Erminia sol sapea

Or va cantando Arbace ed Aristea:

attestava il Bertòla[133]: e quando il popolo ti assaggia, ti vuole,

ti corre dietro da sé e ti ama spontaneamente, ciò, anche secondo il

Gozzi, è segno principale dell’immortalità de’ tuoi scritti. Trent’otto

anni, e che anni!, erano passati dalla morte del poeta, e il popolo

di Napoli nella notte dal 3 al 6 luglio del 1820 stava in grande

concitazione aspettando le notizie della reggia. Spunta l’alba; e

rumoreggia e cresce la voce che il re ha accettato la constituzione di

Spagna. Allo scoppio di coteste anime napoletane la poesia non poteva

mancare; non mancava per parte sua il poeta; perocché era tra la folla

Gabriele Rossetti improvvisante. Ma sapete voi l’intercalare obbligato

che venne imposto dal popolo all’innografo della constituzione di

Spagna? Erano due versi del Metastasio e propriamente della canzonetta

a Nice:

Non sogno questa volta,

Non sogno libertà.

Ora, quando un poeta ha saputo mantenersi tanti anni fedele il cuore

e la memoria d’un popolo, quel poeta è certamente il rappresentante

d’una gran parte della fantasia nazionale. Che se certi versificatori,

i quali _regalmente nell’atto ancor protervi_ sdraiano e voltolano

la loro vanità nel polverone di certi versi liberi e sciolti, non ne

volessero convenire; io mi contenterò che il poeta cesareo sia nelle

delizie di A. Manzoni e che _alla popolarità senza esempio e senza

emulo di cotesto ingegno mirabile_ s’inchini N. Tommaseo[134]; non

sospetti, crederei, né l’uno né l’altro di tenerezza per l’Arcadia.

Compagno ed emulo del Metastasio nei primi certami arcadici e nelle

improvvisazioni era Paolo Rolli[135] nato in Roma nel 1687 di padre

borgognone e d’una Arnaldi patrizia tudertina. Ma nel Rolli piú maturo

d’età l’emulazione fu presto gara; e la gara eccitò un sentimento

che doveva somigliare all’invidia, poiché fu nudrito per tutta la

vita e mascherato male da disprezzo: il buon Metastasio per parte sua

_ammirava_. Piacque l’ingegno del Rolli al Bolingbroke in alcuni viaggi

che questo ministro della regina Anna e precettore di scetticismo

al Voltaire faceva a Roma per sue brighe in favore della successione

cattolica degli Stuardi; e piacque a un altro inglese, il lord Steers

Sembuch, che poco dopo il 1713 lo portò seco a Londra. Ove fu maestro

di toscano alla famiglia reale; e, come lo stipendio di quattrocento

scudi all’anno riusciva scarso al vivere di Londra, ebbe la permissione

d’insegnare alle famiglie nobili.

Anche guadagnava del compor drammi per la reale academia di musica. Ne

scrisse dieci; e furono stampati a Verona nel 44, con in fronte, quasi

a concorrenza del Metastasio, il titolo di _poeta di S. M. Britannica_.

E vantavasi dello _stile non sentito ancora in Italia_; lagnandosi

che l’_abilità sua per tali componimenti, notissima nelle regioni

transalpine, nella sola Italia fosse ignorata ancora_. Ciò co ’l

Frugoni, che a lui rimpatriato offriva nel 49 per parte di non so qual

corte 40 zecchini d’un dramma. Al Rolli parevano pochi; e aggiungeva:

«So come farla conoscere [quell’abilità]; e lo porrò ad effetto dopo

il prossimo santificato anno; poiché, quando il buono si dona, lo

spaccio n’è sicuro». Con tutte queste vanterie d’avaro, i drammi del

Rolli sono detestabili; né basta a scusarlo ch’ei dovesse conformarsi

al gusto inglese, come poi volle imitare i francesi in altri due fatti

in Italia. Manca a que’ drammi lo spirito poetico, non che drammatico;

v’abbonda la stranezza prosaica, la durezza, la ineleganza. Lo doveva

tuttavia sentire egli stesso; poiché, quasi a giustificare sé e a

mordere insieme il Metastasio, diceva al Frugoni: «Benissimo voi

rispondeste alla richiesta circa il mio drammatico stile, se fosse

metastasiano. Avrebbesi forse voluto me imitativo copiatore?... Altro

stile in qualunque opera d’ingegno o di bell’arte non conobbi mai,

se non quello che sorge dal trattato soggetto. Quindi è prodotta la

maestrevole varietà de’ classici autori in ogni qualsiasi loro o lungo

o breve componimento, pennelleggiando con differenti colori, onde

risulti la quanto piú varia tanto piú perfetta armonia dell’intero.

In fatto melodrammatico io son di parere che il sostenere ben spesso

la versificazione energica sia necessario, sí perché la musica

allungatrice dell’espressioni non la snervi, e sí perché la dolcezza di

teneri affetti consecutiva alla precedente forza sia piú commovente....

_Ridetur chorda qui semper oberrat eadem._ Oh quante belle lungagnole

allettano il lettore d’un dramma, che riescono noiose allo spettatore!»

Io temo invece fosse proprio il caso della volpe e dell’uva. A ogni

modo son notevoli certe sue idee che prenunziano la riforma alfieriana:

«Quel Catone, scriveva nel 1761 a un amico, s’arrenò. Gli amori

introdotti in cotanto seria circostanza e troppo continuati me ne hanno

dato avversione». E nel 55 aveva cominciato a ridurre in isciolti un

melodramma per forma che _solo gli spettatori di fino poetico orecchio

vi riconoscessero il verso, quando fosse recitato come dovrebbesi; ma

ve lo riconoscessero con molta dilettazione_.

Altri guadagni ebbe dal procurare edizioni di classici italiani; le

_Rime_ e _Satire_ dell’Ariosto (1716), il _Lucrezio_ del Marchetti

(1717), il _Pastor Fido_ (1718), il _Berni e berneschi_ (1721-24), il

_Decameron_ (1725). Dal 29 al 42 tradusse il _Paradiso Perduto_ con

tale una fedeltà al testo che parve infedeltà alle tradizioni dello

stile poetico italiano: del poeta narrò dottamente la vita, e difese

lui e il Tasso dalla censura un po’ leggera dell’autor dell’_Enriade_.

Tradusse anche l’_Ester_ e l’_Atalia_; ed opere in prosa non da

canzoniere, gli _Avanzi di Roma antica_ dell’Owerbeke (Londra, 1731),

la _Cronologia degli antichi regni_ emendata dal Newton (Venezia,

1754), fino certe dissertazioni _Sul cibo degli antidiluviani uomini_

dal latino d’un padre Baldassarri minor conventuale. Né dello stile

pedantesco di coteste versioni c’è modo a rifarsi con quelle di poeti

classici ch’e’ pur condusse; ché la Bucolica di Virgilio (1742) è cosa

ben mezzana, peggio ancora l’Anacreonte (1741). Il Cocchi in Londra gli

aveva insegnato un po’ di greco; ma dalla prefazione all’Anacreonte

s’intende che il Rolli esemplò la sua versione su quella latina del

Barnes e del Maittaire. Ora tradurre dal tradotto (domanda lepidamente

il Coltellini; e se ’l tengano a mente certi traduttori che non son

mica il Monti) se non è quasi acquarello di vino ripassato, che cos’è?

E pure il Rolli a chi gli parlava dell’_Anacreontica vaghezza_ del

Metastasio avea cuor di rispondere: «Siami licito dir con modestia:

saría particolare, che il miglior traduttore di quel soavissimo greco

fino a oggi nella nostra, non che in ogni altra culta lingua, non

ne avesse appresa la maniera!... Oh quanti anacreontisti, o piú vero

diesillisti, affollano i torchi d’Italia!».

Degli anacreontisti aveva ragione; nella cui folla sarebbe ingiustizia

confonderlo. Ed è peccato non vedesse la luce un’opera sua annunziata

dal Giornale de’ letterati di Venezia, _Delle tre sorte di nostra

poesia appartenenti alla musica, cantate, ballate, melodrammi_;

argomento piú rilevante che a prima vista non paia: ed egli lo poteva

trattar da maestro; egli che nella varietà del ritmo avanza di certo

il Metastasio; che innestò alcuni metri felicemente, ad altri latini e

fino scozzesi diè cittadinanza.

Parrà incredibile, a chi gusti la scorrevolezza e il brio del Rolli

tra certe difficoltà, quel che affermava il Coltellini; che egli

compensasse con applicazione improba e di schiena la tardità organica

del suo cervello. Tuttavia alcune durezze, e certi segni di stento,

e certe lungaggini e impedimenti e ineleganze prosastiche rimangono

anche nelle sue cose migliori, quasi ad acquistar fede al Coltellini;

e la canzonetta su la primavera, delle piú eleganti, nelle varie

edizioni fu tormentata di ostinati conceri. I contemporanei trovavano

anche diversità molta di pregio fra le rime del Rolli, e tenevano

per iscadenti quelle composte in Inghilterra: del che il Bertòla

accagionava il _travaglio delle capricciose traduzioni_ prese a fare

dal poeta e _la bizzarria e intolleranza del suo ingegno_. Se, come

pare, son di origine romana le poesie ad Egeria e di londinese quelle a

Lesbia, la diversità sarebbe intrinseca, e indicherebbe un mutamento,

oltre che nell’aria de’ paesi, nell’animo e nel costume dell’uomo:

nelle prime spira un’auretta tibulliana, luccica nelle seconde una

favilluzza di sentimento catulliano. Del resto riman su per giú vero

il giudizio del Bertòla: «Fu nobile e affettuoso poeta lirico, e nelle

canzonette non cede forse né di grazia né di verità al Metastasio e

lo supera nell’eleganza.... Parmi che le canzonette del Rolli abbiano

maggior grazia ed affetto, e quelle del Metastasio maggior finezza e

delicatezza: la semplicità e la naturalezza è grande benché diversa

in ambedue[136]». Vuolsi aggiungere che il Rolli arricchí la nostra

poesia di due generi, comunque si vogliano giudicare; della cantata

lirica a imitazione di G. B. Rousseau; e della _chanson à boire_, che

alla nostra nazione, sobria piú che non si crede, mancava; ed egli,

nato di padre borgognone, n’ebbe dalla natura, piú che il Chiabrera

dall’imitazione classica, la scintilla.

Cosí, grammatico, critico, traduttore, poeta, passò il Rolli i piú

begli anni della vita in Inghilterra, dove il gusto per la lingua

italiana durava, massime in grazia della musica. Delle _ninfe_ di

Londra dice esso il poeta:

L’ariette cantano d’Italia bella;

E in cosí dolci labbra dolcissima

Fassi la musica e la favella.

E cantavano anche le sue rime; le quali, se in Italia si trovavano

su le tavolette delle dame e leggevansi ne’ ventagli e su le ventole

ed erano anche ristampate alla spicciolata _fino tra le canzoni

semiobolarie de’ ciechi_ (lo dice con una smorfia di sprezzo il

Coltellini), in Inghilterra venivano intonate e recitate nel _gran

mondo_; e lady e cavalieri facevano pressa intorno al poeta a

commettergliene tuttavia per qualche officio o complimento galante.

Cosí che, quando nell’agosto del 1747 rimpatriò, dopo la morte della

regina sua speciale favoreggiatrice e pe’ risparmi nelle cose di teatro

comandati dalla guerra per la successione d’Austria, non era egli un

po’ ingiusto il Rolli in questa apostrofe alle sue muse?

Troppo è già che la vostra natía

Soavissima ignota armonia

Qual rugiada in arena se n’ cade.

Aer puro di clima sereno,

Chiaro sol, cheto mar, suolo ameno

Vi richiamano a lieto ritorno;

Ove intesa è dolcezza di canto.

Ove ogni alma ne sente l’incanto,

Delle muse è il verace soggiorno.

L’Inghilterra lo aveva applaudito, avealo nominato della Società reale;

gli aveva dato per ben trent’anni denaro, tanto da vivere in Londra

con decoro egli e da mantenerne in Roma la famiglia non agiata e da

maritarne due sorelle: se ne tornava con una raccolta di libri stimata

quasi superiore alle facoltà d’uom privato, e con un avanzo di sterline

da potere il resto della vita campar del suo: e il Rolli trattava

come una Barbaria cotesta povera Inghilterra, gridando con l’ombra di

Sicheo: _Fuggii gli avari lidi_. Oh, questi poeti, con tutti i loro

ideali per la testa, sono pure alle volte la bassa e cattiva gente!

Tuttavia il _Marziale in Albion_, un quasi giornale epigrammatico delle

sue _impressioni inglesi_, è curioso a vedere per gli accenni, in versi

non belli, ai costumi degli isolani e degli _scocollati_ italiani che

vivevan nell’isola facendola da maestri di lingua e da raffazzonatori

di libretti.

Finalmente si consolò:

. . . . . . Or non respiro

Aer umido e freddo e denso fumo,

Ma di colli a cui dier l’utili piante

Bacco, Cerere, Pallade e Pomona

L’aria leggiera sotto azzurro cielo.

Questo ultimo verso, il piú bello, per avventura, che abbia mai fatto

il Rolli, il quale del resto in certe elegie e canzonette delineò il

paesaggio de’ colli romani e ritrasse la natura piú dal vivo che non

costumassero i poeti d’allora, accenna al soggiorno ch’egli elesse

in Todi. Era stato fin dal 1735 ascritto a’ nobili di quella città, e

come oriundo pe ’l lato materno dalla patrizia famiglia Arnaldi, e come

accettissimo _principibus regali etiam maiestate fulgentibus_: ed ivi

si ritrasse nel 1747 in compagnia di un giovane inglese, co’ molti suoi

libri e con la non poca superbia. Con le ghinee degli _avari lidi_ si

comprò tanto da poter cantare:

Della mia Cerere biondeggia il campo,

Miei folti grappoli ingemman l’olmo.

Avrebbe dovuto contentarsi dell’attendere in pace alle sue letture

e traduzioni, alle ristampe delle sue rime: invece desiderava un

impiego di segretario in qualche corte. In Todi trovava solo ottimo

il _semovente_, come egli diceva, e il _vegetabile_: disprezzava

quei cittadini che pur lo avevano onorato, li chiamava _automati

di stupidità e vipere nella malignità_: ed essi per ripicco lo

tormentavano con le pretensioni e i pettegolezzi delle città piccole.

Gran questione fecero perchè su la lapide del fratel suo morto a Roma

s’inscrisse il titolo di patrizio tudertino, fino a voler ripigliare

anche a lui il conferito onore. Morí al fine, indebolito delle

facoltà intellettuali forse dallo studio non geniale, il 20 marzo del

1765; lasciando nel testamento per sole tre messe di suffragio, per

poche candele al funerale e le parole _Pauli Rolli Pulvis_ per tutto

epitafio: cagione a’ bigotti di sempre piú mormorare che il favorito

degli inglesi non sentisse troppo puramente nelle cose di fede.

Parrebbe piú tosto che l’autore di tante leggiadre cosettine fosse uom

duro, avido, ingrato, fantastico, orgoglioso. I facili contemporanei lo

paragonarono ad Anacreonte a Catullo a Tibullo; ma l’amabile saggezza

del cittadino di Teo, il sentimento profondo dell’avversario di Cesare,

la tenerezza e dignità del cavaliere romano e la serenità dell’arte

antica non erano né di quell’uomo né di quei tempi.

Pure egli si acquistò il suffragio de’ poeti, di due poeti almeno che

in due diverse e vicine età della nostra letteratura si rassomigliano

assai, sentimentali e critici a un tempo ambidue, ambidue introduttori

di nuovi modi nella poesia nazionale; il Bertòla e il Carrer. L’amico

del Gessner scriveva: «Rolli è cosí appassionato, cosí naturale, cosí

delicato che non so chi de’ lirici di questo secolo possa in siffatti

pregi mettersegli a fronte, e guai in materia di linguaggio di cuore

a chi non l’ha per tale! Ciò intendasi di una ventina di componimenti

fra elegie endecasillabi e canzonette, che per onore del Rolli e della

nazione che lo ha prodotto dovrebbono unirsi in un volumetto, da cui

bandire il resto che si ostinò egli a scrivere fuori del suo carattere

originale, le cantate principalmente e i drammi ed anche le odi ed i

sonetti». E l’autore delle ballate e imitatore del Byron dando luogo

in una _scelta di poesie liriche_ a vent’una delle odicine del Rolli,

_facile, elegante ed appassionato poeta_, aggiungeva: «Confessiamo

di non aver saputo resistere alla magia de’ suoi versi. Confessiamo

che, in un secolo nel quale si ha quasi in orrore la semplicità e

la chiarezza, quella tanta soavità e scorrentezza delle canzonette

e degli endecasillabi del Rolli ci sedussero. E chi, stanco dalla

lettura di certe odi affettatamente tenebrose, ama ricrear la fantasia,

getti l’occhio su queste alcune pagine che racchiudono canzonette ed

endecasillabi che si direbbero usciti dalla penna del Metastasio,

se il Rolli, che cede nella copia al Metastasio, non l’avanzasse

nell’eleganza. _Solitario bosco ombroso_ è canzonetta che si canta

dalle donne artigiane sulla chitarra egualmente che dalle dame sul

pianoforte[137]». Noi, che raccogliamo, piú che altro, in servizio

della storia dell’arte, con l’ammettere anche l’elegie e le rime

convivali abbiamo passato il numero venti del Bertòla e il vent’uno del

Carrer. Ma sospiri e bicchieri non si contano.

Le canzonette del Rolli e del Metastasio sono il fior fiore della

delicatezza arcadica, rendono come chi dicesse l’affetto interiore:

quelle dei due preti Frugoni e Casti ritraggono piú tosto il

sensualismo spolpato e i visi impiastricciati e le testine cirrate e

incipriate dei cavalieri e delle dame del settecento; ed anche nella

trascuraggine della versificazione, nella cascaggine dello stile

e nell’affettata semibarbarie della lingua, senti l’eco di quelle

cittadinesche conversazioni. Non che manchi al Frugoni (1692-1768)

pur nelle canzonette quel po’ di fantasia coloritrice per la quale

apparve a’ settecentisti come il novatore della tradizione arcadica;

ma in fondo, ove meglio riesce, altro non è se non un continuatore

del Metastasio e del Rolli che fa una svoltata. Ha tuttavia di

nuovo l’ottonario famigliare, adoperato sveltamente e alla brava, e

l’elemento allegorico; se pur nuova può dirsi cotesta merce già solita

a riapparire di tratto in tratto dai fondacci del Romanzo della rosa,

quando gli altri generi eran bassi, su ’l mercato di Francia, o con

le ballate di Carlo d’Orléans, o coi romanzi del secolo XVII, ed ora

gabellata da un falso anacreontismo nella corte francese di Parma.

Si può dire che la _carte du pays du Tendre_ di madamigella Scudery

servisse alle tante _navigazioni d’amore_ del Frugoni. Nelle cui poesie

tuttavia, e segnatamente ne’ sonetti, qualche vestigio di fiamma, non

certo virgiliana, si scorge. E anche per questi versi gli poteva bene

il Baretti mandare la famosa ambasciata:

Dite un poco a quel vostro pretacchione,

Che, quando vuole far versi per nozze,

Non istomachi tanto le persone.

Non dico che non usi frasi sozze:

Ma non vorrei neppur ch’egli adoprasse

Certe lubriche immagini mal mozze:

Vorrei che con ritegno egli parlasse;

Vorrei che il molle seno e il casto letto

E i casti baci da un canto lasciasse.

Cosí procaccerebbe piú rispetto

Alla sua toga, e un certo soprannome

Non gli saria cosí sovente detto[138].

Piú continente, piú da bene uomo, e cantore, meglio che d’altro, delle

signore eleganti e della vita allegra, delle conversazioni o delle

passeggiate, delle villeggiature o delle veglie, ci si presenta il

_fauno procace_, tanto spiacente al Parini, il

.... prete brutto vecchio e puzzolente,

Dal mal franzese tutto quanto guasto,

E che per bizzarria dell’accidente

Dal nome del casato è detto casto[139].

Sono, queste del Casti (1721-1803) che entrano nel libretto, poesie

la maggior parte di gioventú, scritte in Toscana sotto la reggenza

lorenese; e danno un’idea di quel vivere scolorito e spensierato,

in cui il nulla bisognava fosse per forza qualche cosa. E il lezzo

delle corti straniere non aveva ancor fatto l’ultimo guasto in

quello sciaurato, che pur da natura sortí ingegno largo e quieto

all’osservazione dei difetti umani e vena non impari. Della facilità

sua fu ben detto ch’è acquosa: ma nella lirica mezzana aggiunge

talvolta a certa pulitezza, che a petto al Frugoni può parer purità; e

l’ottonario e il quinario, che pur tolse dal Frugoni, li maneggia con

tanta agevolezza e padronanza quanta non ne ebbe mai il genovese e di

rado altri; l’ottonario famigliare specialmente, nel quale è a mala

pena vinto dal Guadagnoli.

Pagine di storia letteraria · 第 107 / 157 题