«Alcuni poeti, d’età già maturi quando Metastasio era ancor giovinetto,
ritentato aveano le grazie e la metrica leggerezza di cui Chiabrera
sulle tracce di pochi abbozzi avea felicemente arricchito il nostro
parnaso». Cosí il Bertòla[123] determina nell’arcadia i principii
alla raccolta di questo volumetto. E il Tommaseo[124]: «È la maniera
de’ madrigalucci, delle anacreonticucce, delle ariette, de’ sonettini
ermafroditi; la maniera sdolcinata, imbellettata, puerilmente
ingegnosa, fiaccamente tenera, che il cinquecento quasi ignorava,
che incomincia a prender piede in sul principio del secolo seguente,
e della quale il Rosario del Lemene è modello. Il secento, assorto
nell’ampolloso e nel goffo, parve insensibile alle grazie di questa
sguaiateria piú modesta, che pure era legittima figlia del secolo; e
solo il settecento parve volesse inebriarsene e pascersene».
Benché è vero che il cinquecento _ignorò_ quasi cotesta maniera, pure,
a coglier di essa le origini, bisogna rimontarlo fino alla seconda
metà, che tutto in Italia rassettò, smussò, rinverniciò. Cominciarono
allora a sentirsi certe novità nella versificazione e nei metri, le
quali finirono co ’l mutare quasi affatto il tono della poesia, e che
a punto rispondono al mutarsi e al rinnovar della musica. La vecchia
canzone toscana non era piú per il canto; e il madrigale e la ballata,
sue appendici addette alla poesia galante, musicabili e musicate a
uso delle brigate gentili e festive, ubbidirono alle nuove esigenze
del gusto. Dalle note dei musici fraticelli del trecento a quelle
dei musici cavalieri delle corti estense e toscane ci correva; e il
madrigale dové essere ingentilito dallo Strozzi dal Guarini dal Tasso,
e la ballata raccorciarsi di mano in mano fino a capire nei termini
dell’arietta, che ella conteneva già virtualmente nel ritornello. E
alla vecchia ballata (ballata propriamente per ragion di metro anche
se intitolata canzonetta) successe la canzonetta nuova, di sapor
peregrino, la _chanson_ dei francesi in somma; la cui generazione
in Italia io per me credo non fosse senza l’influsso degli esempi di
Francia.
Non vorrei già negare al cinquecento qualche raro saggio melico
arieggiante alla canzonetta: ma rimarrà pur vero che questa nella
sua forma letteraria cominciò ad apparire fra le rime di Ottavio
Rinuccini e specialmente per entro i suoi drammi. Ora da Caterina a
Maria de’ Medici si sa che tra Francia e Italia ci fu per lo scambio
letterario quasi un trattato di commercio, essendo nostri consoli
a Parigi sotto Francesco I ed Enrico II l’Alamanni, Bartolommeo del
Bene sotto Carlo IX ed Enrico III, e in fine Ottavio Rinuccini nel
regno del primo Borbone e della bella Maria. Importammo da principio,
e di molto; da ultimo esportammo qualcosa. Perocché in quel mezzo
Anacreonte dissepolto da Arrigo Stefano (1354) aveva con un tócco
del suo _ramo di giacinto_ stimolato e sollecitato il passo troppo
pesante della musa francese; l’avea, sventolando le molli ali della
sua poesia, rinfrescata e ricreata dell’arrampicarsi affannoso per una
ronchiosa versificazione. Il Ronsard, che salutò con tanto ardore lo
scoprimento del vecchio di Teo, fu anche il primo a tradurlo (155);
e gli tenne dietro Remy Belleau (1556), alla cui versione faceva gli
onori della musica il Renvorsy (1559). E fu súbito un germogliare di
canzoni, nelle quali il liquore sottile della ironica delicatezza si
mescolò per tal guisa alla natía polpa gallese, che ne vennero frutti
di strano e gradito sapore: e tale fu la sveltezza la leggerezza il
soffio di quella piccola poesia, che la Francia per avventura non ha
piú avuto altro di simile. Ma di ciò han parlato abbastanza gli odierni
critici francesi, e sopra tutti, da critico e da poeta, l’illustre
Sainte-Beuve[125].
A noi basti notare che nulla per allora si fece in Italia di
somigliante: e che una delle piú graziose strofe anacreontiche, la
strofetta di sei versi intrecciata di ottonari e quadernari co ’l
tronco o senza, perfezionata poi dal Chiabrera, comparí la prima
volta nell’_Euridice_ del Rinuccini (1600), molti anni dopo da che
in Francia era stata trovata variata e rivariata dal Ronsard dal
Du Bellay dal Belleau. Che se quando il Rinuccini andò a Parigi,
la dittatura grammaticale del Malherbe avea cominciato a cacciar
di nido la Pleiade, tuttavia la poesia anacreontica fioriva ancora
su le bocche de’ cortigiani e fioriva il Desportes. Reduce in
patria il cavalier fiorentino dové e con l’esempio e co’ discorsi
sollecitare il Chiabrera, frequentatore della corte di Firenze e suo
amico, per quella via. Il fatto sta che il Chiabrera, rassomigliante
al Ronsard anche nella smania del grecheggiare e del far epopee
classico-nazionali-genealogiche, gli rassomiglia specialmente nel
bene; per la miglior prova ch’ei fece nella poesia leggera, pe ’l
ringiovanimento metrico ch’ei diede alla nostra poesia. Ma parecchi
dei metri adoperati dal Chiabrera sono gli stessi del Ronsard; e
volerli raccapezzare nei vecchi canzonieri fu piú che altro un’ubbia
del Quadrio e dell’Affò: se qualche vestigio vi se ne rinviene, se
qualche suono spezzato ne giunge agli orecchi, è un caso originato dal
capriccio di quegli antichi nel comporre quei loro discordi e frottole.
E il verso tronco, rarissimo, anzi quasi un’eccezione, nelle vecchie
rime, dov’è constituito solamente dalla vocale pura, il tronco, che
dopo il Rinuccini e il Chiabrera domina nella poesia breve italiana,
non sarebbe stato per avventura suggerito dalla cadenza della rima
mascolina francese, che si trovò essere d’un gran servizio alla musica
per i finali? Ha un bel dire il Cerretti[126], che il Tebaldeo per
primo scrivesse canzonette e imitasse Anacreonte: le canzonette come
le componeva il Tebaldeo, cioè le ballate, contavano ormai tre secoli
di vita, erano decrepite a quel tempo; né d’Anacreonte leggevasi altro
che un frammento quasi smarrito nelle _Notti_ di Gellio. Cosí poco
da alcuni classicisti del settecento conoscevasi la storia elementare
della classica letteratura.
Del resto, come quel che v’era di buono nella poesia della Pleiade
affogò tra il _phoebus_ del regno di Enrico IV e Luigi XIII, cosí tra
le ampolle del seicento il fiore della poesia melica industriosamente
coltivato dal Chiabrera. Chi può giovarsi di quelle scempiaggini
sguaiate di concetti con tante fiorettature svolazzi trilli e gorgheggi
di parole e di rime, che sono le canzonette dei secentisti? chi legge
oramai il Lemene, che pure è il classico del genere? Ma il dramma
per musica, nel suo periodo ascendente, tenea vivo anzi esagerava
quell’amore pe ’l ritmo melodico, che divenne allora universale tra
noi. Erano i tempi che un papa, Clemente XI, faceva a’ suoi be’ giorni
di simili ariette:
Vaghi fiori, già sparsi di gelo.
Fanno pompa di rara beltà;
E di perle cadute dal cielo
Ogni rosa conchiglia si fa.
E uno scienziato, il Magalotti, che pur compose delle canzonette, ne
andava in visibilio: «Poter del mondo! vaghi fiori, sparsi, pompa,
gelo, raro, beltà, perle, cielo, rosa, conchiglia! Si può egli
imaginare specie piú graziose e suoni piú delicati?»[127].
Da tutto ciò gli stranieri si fecero un concetto che la nostra poesia
altro in somma non fosse che un suono; e pur lodando ci svergognavano:
testimone la signora Staël, dove fa dire a Corinna[128]: «On se laisse
charmer peu nos douces paroles de _ruisseau limpide_, de _campagne
riante_, d’_ombrage frais_, comme par le murmure des eaux et la
variété des couleurs; qu’exigez-vous de plus de la poésie? pourquoi
demander au rossignol ce que signifie son chant?.... La mesure des
vers, les rimes harmonieuses, ces terminaisons rapides, composées
de deux syllabes brèves, dont les sons glissent en effet, comme
l’indique leur nom (_sdruccioli_), imitent quelquefois les pas légers
de la danse; quelquefois des tons plus graves rappellent le bruit de
l’orage ou l’éclat des armes; enfin notre poésie est une merveille de
l’imagination, il ne faut y chercher que ses plaisirs sous toutes les
formes». Nelle quali parole tuttavia qualcosa di vero c’è, né la lingua
nostra ha da vergognarsene affatto. Ma quando un illustre poeta recente
di Francia, pur lodando il Leopardi, trova il modo di farci entrare i
_langueurs du parler d’Ausonie_, parrebbe da vero che fosse la lingua
di Dante e del Davanzati la quale si lasciasse smozzicare su le labbra
dei cortigiani per amor di moda e per il buon piacere della marchesa
di Pompadour. Di nessun dei nostri fu detto ciò che il Vinet disse del
Quinault[129], aver egli _disossato_ la lingua di Pier Cornelio. Del
resto, un altro e piú vero guaio provenne all’Italia dal melodramma,
il vezzo della grazia sgraziata da per tutto: potendo, sarebbesi
voluto tosare e ritondare la Selva nera e le foreste d’America come le
spalliere di bosso dei giardinetti e i meli nani dei _potagers_.