[Dal saggio su _La gioventú di Ludovico Ariosto — Opere_, XV, 222-224].
Se l’anno 1503 chiude la adolescenza dell’ingegno di Ludovico Ariosto,
la età del suo poetare latino; considerati insieme quei primi
cinque anni del secolo sono come il passaggio della età prima del
rinascimento, tutta scolastica ed erudita, tutta classica e latina,
alla seconda, piú viva, piú elegante, piú moderna, in cui l’arte nuova
si veste e adorna delle spoglie dell’antichità rivendicate su i barbari
della generazione passata, a quel modo che già le chiese di Venezia e
di Pisa coprironsi delle colonne e dei marmi del trionfato oriente.
Non che il latino e la erudizione cedan del campo, che questa anzi
diventa a mano a mano piú ordinata, piú razionale, piú estesa, quello
è trattato nel verso e nella prosa con eleganza non mai udita dopo i
grandi secoli di Roma; ma lasciano anche l’adito al volgare fino allora
disprezzato, alla fantasia tenuta fino allora sotto gravi pesi; e la
fantasia dando la mano all’erudizione non piú polverosa, e il volgare
dando la mano al latino non piú burbero e rozzo, comporranno d’ora
innanzi d’amore e d’accordo quei portenti d’arte composita per i quali
il cinquecento italiano è un de’ piú grandi secoli della letteratura
europea.
Sarebbe inutile, quando anche non fosse disconoscente ed iniquo, negare
la grande parte che Pietro Bembo ebbe in cotesta trasformazione moderna
del Rinascimento in Italia. Non ci volle altro che la costanza del suo
ingegno e giudizio elegante, la forza di gentile persuasione che egli
attingeva dall’amor suo intelligente e vario del bello, la zelante
fede della sua predicazione in favore della lingua toscana, per dare a
intendere a quelle menti tutte inzuppate di latino che il toscano era
una favella da servirsene e pregiarla, che il Petrarca era poeta da
quanto Tibullo e che il Boccaccio valeva per parecchi prosatori romani.
Egli, per le abitudini prese da fanciullo in Firenze e per una felice
inclinazione del suo genio, aveva studiato il toscano nel Petrarca
e nel Boccaccio con quelle stesse norme e avvertenze con le quali
studiavasi il latino in Virgilio e in Cicerone. E poi da per tutto, ove
andava o fermavasi, a Venezia, a Ferrara, a Urbino, a Padova, egli, che
di greco sapeva quanto chiunque allora in Italia, egli, scrittor latino
dei piú solenni, richiamava con le parole e con l’esempio gl’italiani
allo studio del Petrarca e del Boccaccio, alle glorie del volgare, o,
meglio, del nuovo latino. Quando venne in Ferrara la eleganza delle
sue rime, dové suonare veramente peregrina alla città che ammirava il
Tebaldeo; e la meraviglia crebbe quando Pietro in que’ primi anni del
soggiorno ferrarese ebbe composto gli Asolani. Dicono che il Tebaldeo,
vedute le rime del Bembo e quelle del Sannazaro, lasciasse del tutto la
poesia volgare per darsi alla latina: la vecchia generazione rendeva
le armi. I giovani invece ne presero animo a coltivar con piú amore
e garbo la lingua e la poesia dei loro prossimi padri: ma non cosí di
súbito.