VI.

Spettacolo che altri potrà dir vergognoso e che a me apparisce pieno di

sacra pietà, cotesto di un popolo di filosofi di poeti di artisti, che

in mezzo ai soldati stranieri d’ogni parte irrompenti séguita accorato

e sicuro l’opera sua di civiltà. Crosciano sotto le artiglierie di

tutte le genti le mura che pur videro tante fughe di barbari: guizza

la fiamma intorno ai monumenti dell’antichità, e son messe a ruba le

case paterne: la solitudine delle guaste campagne è piena di cadaveri:

e pure le tele e le pareti non risero mai di piú allegri colori, non

mai lo scalpello disascose dal marmo piú terribili fantasie e forme piú

pure, non mai piú allegre selve di colonne sorsero a proteggere ozii

e sollazzi e pensamenti che oramai venivano meno; e il canto de’ poeti

supera il triste squillo delle trombe straniere, e i torchi di Venezia

di Firenze di Roma stridono all’opera d’illuminare il mondo. Non è

codardia: perocché dove fu popolo, ivi fu ancora resistenza e pugna

gloriosa. E né pure è spensieratezza. Oh quanta mestizia nel dolce

viso di Raffaello, che cipiglio corruccioso in quel del Buonarroti e

quanta pena nelle figure del Machiavelli e del Guicciardini! l’Ariosto

sorride, ma come triste! fino il Berni si adira. Perché oltraggiare

quei grandi intelletti del cinquecento? non vediamo noi l’arcano

dolore, il fastidio fatale che da ogni parte gl’investe? Sempre grande

il sacrifizio; ma, quando sia una nazione che si sacrifichi, è cosa

divina: e l’Italia sacrificò sé all’avvenire degli altri popoli. Cara

e santa patria! ella ricreò il mondo intellettuale degli antichi, ella

diè la forma dell’arte al mondo tumultuante e selvaggio del medio evo,

ella aprí alle menti un mondo superiore di libertà e di ragione; e di

tutto fe’ dono all’Europa: poi avvolta nel suo manto sopportò con la

decenza d’Ifigenia i colpi dell’Europa. Cosí finiva l’Italia.

Pagine di storia letteraria · 第 90 / 157 题