Spettacolo che altri potrà dir vergognoso e che a me apparisce pieno di
sacra pietà, cotesto di un popolo di filosofi di poeti di artisti, che
in mezzo ai soldati stranieri d’ogni parte irrompenti séguita accorato
e sicuro l’opera sua di civiltà. Crosciano sotto le artiglierie di
tutte le genti le mura che pur videro tante fughe di barbari: guizza
la fiamma intorno ai monumenti dell’antichità, e son messe a ruba le
case paterne: la solitudine delle guaste campagne è piena di cadaveri:
e pure le tele e le pareti non risero mai di piú allegri colori, non
mai lo scalpello disascose dal marmo piú terribili fantasie e forme piú
pure, non mai piú allegre selve di colonne sorsero a proteggere ozii
e sollazzi e pensamenti che oramai venivano meno; e il canto de’ poeti
supera il triste squillo delle trombe straniere, e i torchi di Venezia
di Firenze di Roma stridono all’opera d’illuminare il mondo. Non è
codardia: perocché dove fu popolo, ivi fu ancora resistenza e pugna
gloriosa. E né pure è spensieratezza. Oh quanta mestizia nel dolce
viso di Raffaello, che cipiglio corruccioso in quel del Buonarroti e
quanta pena nelle figure del Machiavelli e del Guicciardini! l’Ariosto
sorride, ma come triste! fino il Berni si adira. Perché oltraggiare
quei grandi intelletti del cinquecento? non vediamo noi l’arcano
dolore, il fastidio fatale che da ogni parte gl’investe? Sempre grande
il sacrifizio; ma, quando sia una nazione che si sacrifichi, è cosa
divina: e l’Italia sacrificò sé all’avvenire degli altri popoli. Cara
e santa patria! ella ricreò il mondo intellettuale degli antichi, ella
diè la forma dell’arte al mondo tumultuante e selvaggio del medio evo,
ella aprí alle menti un mondo superiore di libertà e di ragione; e di
tutto fe’ dono all’Europa: poi avvolta nel suo manto sopportò con la
decenza d’Ifigenia i colpi dell’Europa. Cosí finiva l’Italia.