L’ORLANDO FURIOSO

[È il passo piú bello ed espressivo del mirabile saggio _Su l’Orlando

Furioso — Opere_, XV, 267-304].

Quando un’età è ancora poetica, cioè quando la poesia già arte

di individui è per altro in contatto ancora co ’l sentimento

dell’universale e in iscambio di cooperazione con la fantasia e la

leggenda popolare, allora la epopea non è né può esser mai individuale

affatto. La materia epica resta in comune per un pezzo fra tutta una

razza, ma disposta a prendere nel continuo rimaneggiamento dal genio

delle nazioni vario, nelle vicende opposte dei tempi, sotto le forze

dei singoli artisti, spiriti, atteggiamenti e forme diverse. Al secolo

decimoquinto materia epica erano tuttavia le leggende cavalleresche in

specie carolingie, nelle quali la imaginazione del popolo e l’arte de’

poeti pur rinnovandosi si dilettavano per antica abitudine, come già,

per altro con men d’efficacia, la poesia alessandrina rilavorava nelle

intelaiature omeriche e su’ miti argonautici. La poesia carolingia

francese, trasportata in Italia dai trovieri e giullari feudali dei

secoli XII e XIII, ci divenne ben presto popolare, e, quando in Francia

l’antica pianta spogliavasi, i nuovi rampolli avevano messo qui foglie

e fiori. Il popolo italiano, come aveva tredici e piú secoli prima

tolto in prestito dalla Grecia non pure il mito iliaco ad innestarci i

miti suoi ma l’epos omerico sol di poco e nel men vivo rimaneggiandolo,

cosí allora pigliava dalla Francia la leggenda carolingia, in attenenza

anche maggiore con la sua storia recente con le piú fresche idealità,

apprestandosi per altro ad animarla e atteggiarla di spiriti e di

forme singolarmente nuove. A quelle francesi scaturigini di epopea si

abbeveravano volentieri sí la plebe sí i grandi e letterati: questi

per amore al ristorato nome dell’impero raffigurato in Carlomagno,

quella pe ’l sentimento religioso che l’accendeva a venerare in

Orlando un glorioso martire della fede. E come ispiratrice e arbitra

e giudice dell’epopea, quando spontanea e quasi fatale, è la plebe o

vero la moltitudine, e come nella plebe prevalgono con l’istinto del

soprannaturale e co ’l sentimento religioso il culto della forza e

l’entusiasmo per il valore, cosí il carattere epico che signoreggiò

tutti gli altri e intorno o sotto al quale si coordinarono gli altri

fu Orlando. La imagine di Ruodlando, prefetto della marca di Britannia

ucciso con altri officiali del palazzo imperiale in una imboscata di

Guasconi fra le gole de’ Pirenei l’anno 777, rozzamente scolpita con

tradizione e arte monastica su la facciata della cattedrale di Verona,

fu da prima venerata come d’un santo dal popolo italiano. Il quale

poi, imparando a piú genialmente conoscerlo nella marziale ardenza

delle canzoni di gesta recitate e cantate su i teatri mobili e in

piazza, se ne innamorò, se lo prese, lo fece nascere poveramente in

Imola, pargoleggiare eroico mendicante in Sutri, abbattere miracoloso

giovinetto un esercito infedele co ’l suo re in Aspromonte, lo creò

senatore romano, lo vide assistere alla sacra delle vecchie chiese in

Firenze, scoprí nell’etrusche rovine di Fiesole l’antro delle fate onde

egli uscí tutto incantato, lo ritrovò a Spello gigante e peccatore,

ammirò su i campi delle battaglie nazionali i macigni che il paladino

aveva lanciati, intitolò dal nome di lui il bel promontorio presso

Castellamare e molte torri fin nell’isola di Lampedusa.

La leggenda carolingia s’allargò dunque assai presto in tutta

Italia, ma la prima confermazione letteraria l’ebbe nelle contrade

settentrionali; ella s’acclimò e si svolse in quel movimento che dal

secolo XIII al cominciare del XIV, avanti la egemonia toscana, tendeva

a costituire nella Lombardia nella Venezia nelle regioni circumpadane

una lingua e letteratura che dal francese attingeva e derivava assai

degli argomenti e non poco di forme e di colori alla elocuzione. Le

poesie carolingie che corsero i castelli e le piazze dell’alta Italia

furono di piú maniere. Pe ’l contenuto: canzoni di gesta francesi,

con alterazioni poche e di sole parole: poemi di argomenti simili a

canzoni di gesta, ma discostantisi dalla configurazione epica francese

e con introduzione di racconti, favole e personaggi nuovi: poemi la

cui contenenza è affatto nuova, o fra le canzoni di gesta fin qui

conosciute non se ne trova che ad essi corrispondano. Per la forma:

canzoni di gesta in lingua e verseggiatura francese: poemi di lingua

e verseggiatura ibrida, nei quali il fondo francese è tutto invaso

e guasto da forme del dialetto veneto o, meglio, di quella lingua

letteraria che mal provò d’impiantarsi nel territorio veneto e nel

lombardo, e il modello della verseggiatura francese è alterato negli

accenti nelle sillabe nelle rime: cantari in dialetto veneto con

verseggiatura del modello epico francese a serie monoritme.

Della prima famiglia è la _Chanson de Roland_, che fu anche in Italia

il nòcciolo eroico di tutto il ciclo; della seconda sono sei poemi

(_Beuve d’Hanstone, Berte, Karleto, Berte et Milon, Ogier le Danois,

Macaire_) di mani diverse ma raccolti insieme con evidente intenzione

ciclica, come quelli che contengono le storie della famiglia carolingia

e de’ suoi principali eroi. Importantissima la storia degli amori di

Berta e Milone e della fanciullezza d’Orlando nato da loro, sí perché

la invenzione non pure non ha riscontro in veruna canzone francese ma

è anzi alla leggenda francese del tutto contraria, sí perché l’azione

è posta in Italia e Orlando fatto italiano, e piú ancora perché negli

amori occulti e perseguitati di Milone e di Berta, nelle avventure

della loro fuga e dell’esiglio, sin che l’imperatore riconosce

nel fanciullo mendicante di Sutri e nella madre di lui nascosta in

una grotta il nipote e la sorella, vediamo annunziarsi l’elemento

romanzesco che è per essere l’anima della poesia con la quale gli

italiani ricomporranno la materia epica carolingia.

Questi poemi si conservano nella Biblioteca Marciana di Venezia insieme

con altri due, della terza famiglia, ma scritti ancora in francese

ibrido, _Entrée en Espagne_ e _Prise de Pampelune_, che vorrebbero piú

lungo discorso. Autore del primo è un Nicolò, che annunzia, con esempio

nuovo nell’epica, la sua persona e la patria, ricordando gloriosamente

il mito iliaco fra le leggende carolingie. Son padovano, egli dice,

_della città che il troiano Antenore fece nella gioiosa marca del

Trevigian cortese_. Si è messo a _trovare_, egli afferma, _del miglior

cristiano che fosse mai cantato da giullare_, perché _vuole castigare i

codardi e vani, far ritornare i villani a cortesia e crescere i rettori

di terre in sano consiglio_. La sua istoria l’ha composta _acciò sia

intesa e cantata_; e _Tutto questo vi so dire_, aggiunge, _perché io

ne sono stato l’autore_. Nulla qui dunque manca del poema propriamente

letterario, né l’affermazione della personalità, né la rivendicazione

dell’invenzion propria, né il fine civile, né l’intenzione popolare.

Aggiungasi, che il padovano non condusse su modelli francesi il suo

racconto di ben ventimila versi; che ricorre a fonti nuove, certo

anche alla sua fantasia, forse a tradizioni indigene; che tratta con

abilità molta il dialogo e sfoggia vera eloquenza nei discorsi dei

personaggi; che è il primo a narrare e forse a immaginare le avventure

di Orlando peregrino per isdegno in oriente; che è il primo a citare

testimone e mallevadore di avventure anche da sé inventate Turpino.

All’_Entrata in Ispagna_ séguita nella materia la _Presa di Pamplona_,

anch’essa d’un italiano di Lombardia. Egli non solo fa partecipare alla

guerra di Spagna Desiderio re dei lombardi, in nessuna delle canzoni

francesi degnato mai di tanto, ma anche narra come, avendo i tedeschi

dell’esercito di Carlo voluto rubare ai lombardi il pregio e il premio

d’una loro vittoria, questi ne fecero strage; di che adiratosi Carlo

riprese e condannò i lombardi, ma Orlando gli giustificò e difese

presso l’imperatore; il quale per ammenda concesse a Desiderio tre

privilegi: che quelli di Lombardia fossero sempre e tutti franchi, che

tutti senza distinzione di natali potessero divenir cavalieri, che

tutti potessero portare la spada a fianco anche in cospetto dei re.

La democrazia dei comuni entrò cosí trionfante nell’epopea feudale.

Che se a ciò che già notammo intorno l’_Entrata in Ispagna_ aggiungasi

ora come e in questa e nella _Presa di Pamplona_ le favole di piú

poemi e canzoni sono raggruppate e svolte in un racconto molteplice

e continuato a cui è come guida e lume il fatto dell’antagonismo

dei prodi e dei traditori, della casa di Chiaramonte e della casa di

Maganza (che era la nota caratteristica e il nesso logico della futura

epopea romanzesca italiana), dovremo confessare che di essa epopea

l’idea tipica la forma organica e il procedimento tecnico sono già piú

che in germe ne’ due poemi franco-italiani della Venezia. Anello tra

questi e la futura epopea romanzesca in ottava rima furono i cantàri in

dialetto veneto e in verseggiatura di modello francese: dei quali ci

avanza un Buovo d’Antona in 2525 versi, che deriva dall’omonimo poema

della Marciana, ed annunzia il poema toscano su lo stesso argomento. E

con essi si chiude il primo periodo della poesia romanzesca italiana,

il periodo lombardo veneto, nel quale Orlando e Oliviero erano recitati

su teatri mobili in Milano e i cantastorie delle cose di Francia

disturbavano gli anziani di Bologna nel loro palazzo, che li bandivano

dalla piazza del Comune (1278).

Di su tali cantàri e di su gli anteriori poemi, dopo che Firenze

ebbe ottenuto il primato della lingua e della poesia e l’ottava rima

da lirica diventò narrativa, i cantastorie toscani e specialmente

fiorentini ripresero la materia epica. La nuova letteratura era

riuscita, proprio come Dante voleva, aristocratica (egli diceva

_aulica_): per una gran parte di popolo la Commedia anche co’ i

commenti rimaneva maestosamente oscura, e il Decameron era troppo

artistico; del Canzoniere non è a dire. I dantisti, gli ammiratori

del Petrarca e gli amici del Boccaccio disprezzavano coteste storie di

paladini udite lombardamente o venezievolmente strillare da rauche voci

pe’ trivii. I ciompi invece, che bruciavano i palazzi dei cittadini

grassi per poi far cavalieri i padroni su le macerie, ammiravano i

colpi d’Orlando, forse piangevano su la gran rotta di Roncisvalle,

certo applaudivano ferocemente al supplizio di Gano; mentre i

mercantucci dagli ozi delle oscure botteghe proseguivano l’ideale delle

avventure per le plaghe d’oriente, gli amori delle fanciulle reali per

lo stalliere, e il trionfo e le vendette dello stalliere tornato re. Ma

l’abbandono alla plebe di cosí nobil materia cristiana e cavalleresca

dové dispiacere ai popolani serii, che pur compiacendosi dell’arte

nuova erano rimasti fedeli alle tradizioni romane ecclesiastiche

del medioevo. In servizio dei quali e per lettura nelle camere e

nelle sale, Andrea da Barberino, notaro ed uomo di studi, ricompilò

da molti testi molte prose di romanzi, fra le quali piú conosciuti

e diffusi i _Reali di Francia_ e il _Guerrin meschino_: ricompilò

con intenzioni critiche di riordinamento cronologico e genealogico,

con intendimenti storici e religiosi, con pretensioni di stilistica:

ricongiunse i franchi ai romani, Carlomagno a Costantino, Orlando a

Scipione, e al racconto disceso a saltelloni dalla _lassa_ monoritmica

francese sostituí la flessuosa dicitura della novella italiana colorata

morbidamente qua e là di qualche lume ovidiano. Le compilazioni del

Barberino certamente furono lette anche allora, rimasero poi lettura

prediletta al popolo specialmente di campagna, che nei grossi libri

in ottave non ci raccapezzava di molto mentre in quelle prose credeva

seriamente leggere la storia della chiesa e dell’impero; ma nulla di

nuovo e d’importante conferirono al lavorio plebeo toscano su l’epopea

carolingia, alle cui prime e caratteristiche produzioni pare che

seguissero anziché precedessero.

Lo spazio a cotesto lavoro, che tanto piú crebbe quanto l’uso della

letteratura volgare veniva scemando negli alti ordini tutti invasati

di greco e latino, può essere posto dal 1350 al 1480. Da prima erano

cantàri staccati, poi storie in due o in quattro cantàri, poemi in

fine di quaranta o piú canti, recitati questi un per giorno o a due

sessioni per giorno, con un cenno in fin di ciascuno alla contenenza

del seguente. Piú famosi, e stampati e ristampati in edizioni di carta

straccia fin quasi al nostro secolo, il _Buovo d’Antona_ in ventidue

canti, la _Spagna_ in quaranta, la _Regina Ancroia_ in trenta, tutti

tre di autori fiorentini, tutti tre del secolo XIV finiente, o al piú

del XV cominciante. Nel primo l’argomento è anteriore all’impero di

Carlo, e si raccontano le avventure di un lontano avo di Orlando; il

secondo contiene la parte eroica e religiosa della leggenda carolingia,

la piú gran guerra contro i Saracini e la rotta di Roncisvalle con

la morte di Orlando; il terzo i fatti di Rinaldo che tien fronte a

una regina infedele venuta ad assalire il regno di Carlo. In tutti

tre il legame ciclico è cercato e proseguito nell’antagonismo fra

maganzesi e chiaramontesi. Nel secondo e nel terzo, Orlando, che per

isdegno con Carlo va peregrino venturoso per l’Oriente, comincia a

divenir romanzesco. Nel _Buovo_ cominciano i segni della mistura comica

non senza intenzione satirica nella caricatura di gente di chiesa.

L’_Ancroia_ è il tipo già esagerato della donna guerriera. Nella

_Spagna_ c’è qualche cosa di piú singolare. Carlomagno, che ritornando

incognito in Parigi si presenta alla moglie ed è riconosciuto non da

lei ma da un cane di lei, assomiglia all’eroe dell’Odissea in modo

che non par caso. Tutto ciò in Firenze su la fine del secolo XIV

annunzia la fusione degli elementi e degli spiriti che in questa forma

dell’epica andrà a compiersi nel XV e meglio nel XVI. Del resto nella

_Spagna_ le forme esteriori del genere sono già tutte fissate dalle

necessità quotidiane della recitazione: ne’ principii de’ canti le

preghiere o invocazioni cristiane che il Pulci imiterà e l’Ariosto

cambierà in esordi eleganti: nel fine, le licenze o congedi agli

uditori: di piú, la interruzione e la ripresa delle diverse fila della

favola. L’autore del _Buovo_ comincia ogni canto con ricordare ciò

che fu detto o a che fu lasciato il racconto nell’anteriore; come poi

fece il Boiardo. Ma il fiorentino chiude una volta il canto avvertendo

gli uditori ch’egli ha sete e va a bere, intanto si riposino. L’autore

della _Spagna_ su ’l fine del quinto li ammonisce che si ricordino di

por mano alla tasca e far dono.

Luigi Pulci, raccogliendo e trasformando spiritosamente la costoro

eredità, chiude il secondo periodo, fiorentino e plebeo, della epopea

romanzesca, e introduce al terzo e ultimo, lombardo, nel quale ella

diventa classica. Anche nella seconda età dell’arte italiana, dal 1480

in poi, il movimento rincomincia da Firenze intorno la materia popolare

e con spiriti popolari. Dopo tanto greco e latino, dopo tanto ricercare

le isole fortunate della gloriosa antichità, si sentí il bisogno di

ritornare un po’ in famiglia, se non altro per assettare a onesta

pompa fra le dovizie paterne le ritrovate preziosità degli avi, per

lavorare con l’arte nuovamente imparata le materie gregge domestiche.

Come Lorenzo de’ Medici e Angelo Poliziano avean preso a rinnovare la

ballata lo strambotto la lauda il canto carnescialesco, cosí il Pulci

volse l’orecchio e l’animo alle storie che si cantavano in piazza. Fu

l’ultimo dei cantastorie; ma salí le belle scale del palazzo Medici,

e lesse, non cantò, alla tavola di Lorenzo e di sua madre Lucrezia,

avendo ascoltatori e consiglieri il Poliziano il Ficino il Landino,

genio o demonio suggeritore quel suo bizzarrissimo ingegno non mai

stanco di far capriole e rilevarsi giovenilmente ridendo. Però, con

tutto il rispetto ch’egli serba a tutte le monotone forme organiche

dell’epica popolare, manca al suo poema la proporzione, massimamente

fra la prima e la seconda parte; né ciò fa male, come non stanno male

le finestre fuor di squadra nei palazzi di quel tempo. Egli sèguita

fedele nel grosso della favola i canti de’ suoi antecessori, senza

darsi briga piú volte di pur mutare i versi; e con tutto ciò il

Morgante è fra tutti i poemi italiani quello nel quale la individualità

del poeta si affaccia piú ostinata piú curiosa piú impertinente.

Non fece né poté fare scuola: accennò al periodo classico, mostrando

coll’esempio che anche di storie cavalleresche si potea fare un poema

lungo, leggibile ai signori ed ai letterati, e sprigionando tra quella

fuga di fantasmi giganteschi e grotteschi un gruppo elettrico di

scintille di buon umore.

Passando dai colli toscani alle pianure del Po, dalla piazza della

Signoria di Firenze al castello di Nicolò III e di Borso, dalla

famiglia de’ Pisistrati banchieri alla dinastia dei discendenti di

Adalberto e Matelda e dei guelfi vincitori d’Ezzelino, dalla camera di

un gentiluomo fiorentino scaduto di nome e d’averi alle stanze merlate

d’un governatore e ambasciatore ducale, dal Pulci dico al Boiardo

l’epopea romanzesca ritrovava il luogo e l’uom suo. Nella biblioteca

del duca Borso c’erano molti romanzi d’avventura del ciclo bretone e

della tavola rotonda. Matteo Maria Boiardo scriveva ecloghe latine,

aveva tradotto Erodoto ed Apuleio. Intanto l’elemento romanzesco erasi

già compenetrato alla epopea carolingia non sí tosto ella fu migrata in

Italia; ma nessuno ancora aveva avuto il coraggio di fare innamorare

Orlando. Anche il Pulci non scherza con l’eroe di Roncisvalle: lo fa

combattere e morire con un vero sentimento epico che ricorda la canzone

di gesta, lo fa miracoleggiare con fede infantile e grossa che ricorda

la cronaca di Turpino. Ma il Boiardo al ciclo guerriero carolingio

che piaceva alla plebe intrecciò il cielo galante d’Artú che piaceva

alle corti; e nell’opera sua il terribile guercio che tagliava con

Durandal i graniti de’ Pirenei, lo sposo di Alda, della quale solo il

nome occorre due volte nella _Canzone di Rolando_, s’innamora di una

principessa della China. Ciò non per tanto, le avventure piú strane, le

fantasie piú bizzarre, le forme piú grottesche pigliano nell’opera del

Boiardo proporzione e decenza classica. Circe e Medea non erano state

fate e maghe? I dragoni non custodivano gli orti delle Esperidi e il

vello d’oro? Vulcano fabbricò armi incantate ad Achille e ad Enea, e

Achille è il primo degl’invulnerabili. Piú, il Boiardo aveva tradotto

l’_Asino d’oro_, ove la novella sensuale e la divina storia di Psiche

s’incontrano fra gl’incanti e le stregonerie piú sconce e paurose. Cosí

la nuova forma classica dell’epopea romanzesca usciva gloriosamente

composita dalle mani dello scandianese, ammirato lui stesso del suo

lavoro.

La calata di Carlo VIII distrasse e ruppe il cerchio degli uditori; la

morte ghiacciò la mano del poeta su ’l principio della terza parte,

che gli rimaneva a cantare la disfatta e la morte del re Agramante

invasore del regno di Francia, con la fine degli amori di Orlando,

di Rinaldo, di Ruggero: morendo, egli lasciava i saracini vittoriosi

intorno Parigi. Per la curiosità volgare potea bastare la continuazione

affrettata dell’Agostini. Ma la miglior generazione del miglior

tempo del Rinascimento, la generazione a cui il Bembo e il Sannazaro

insegnavano la lingua e la poesia, e dava precetti di cavalleria il

Castiglione, di politica il Machiavelli, di filosofia il Pomponazzo, la

generazione per cui il Bramante costruiva palazzi che il Primaticcio

ornava e Giulio Romano affrescava, la generazione per cui Leonardo e

Raffaello dipingevano, Michelangelo scolpiva, il Cellini cesellava,

quella generazione voleva qualche cosa di meglio.

Ecco perché Ludovico Ariosto continuò l’_Innamorato_ del Boiardo

componendo il _Furioso_.

*

* *

L’Ariosto compose il _Furioso_ negli anni che passò al servizio del

cardinale Ippolito d’Este, come gentiluomo di fiducia adoperato negli

offici solenni o nei casi ed affari di maggior momento e piú rischiosi.

Il cardinale credeva, o almeno affermava, avergli dato d’entrata presso

a trecento scudi; ma il poeta, interponendo un suo cugino a raggiustare

le partite co ’l padrone, lagnavasi di non avere piú di 150 lire, e

queste pagategli a sbalzi ed a sgoccioli. La provvisione ordinaria da

una lettera del cardinale (21 gennaio 1511) parrebbe determinata in

240 lire marchesane (1200 fr. circa) su’ proventi della cancelleria

arcivescovile di Milano: c’erano di piú i frutti di certi benefizi

ecclesiastici che l’Ariosto godé per qualche tempo e avrebbe fors’anche

potuto accrescere e conservare se avesse patito la chierica: il

pagamento gli era fatto ogni tre mesi, ritenendosi il costo dei panni

e vestiarii che erano, pare, forniti dalla guardaroba del cardinale.

Il poeta aveva anche, da due o tre anni all’infuora, anni di guerra,

le spese del vivere; nel 1516 vino e frumento per due bocche, paglia

e fieno per due cavalli. In tali condizioni di vita fu scritto il

_Furioso_, che del resto fu tutt’altro che l’unico pensiero e lavoro

dell’Ariosto in quei tredici anni. Per feste del cardinale, compose

nel marzo del 1508 la _Cassaria_, nel febbraio dell’anno seguente _I

Suppositi_, e tradusse e riadattò per le scene qualche commedia di

Terenzio.

Veniva intanto la lega di Cambray ad avvolgere gli Estensi nella guerra

contro Venezia e nelle furie di Giulio secondo. Due volte nel nove

l’Ariosto fu spedito a Roma; la seconda, di decembre, in gran fretta

e fra pericoli grandi a sollecitare soccorsi contro l’armata che i

veneziani spingevano su per Po. Ebbe notizia in Roma, ai 25, della

battaglia vinta da Ippolito su l’armata veneta alla Policella tre

giorni innanzi, nella quale avean combattuto tre Ariosti; e scriveva

subito al cardinale rallegrandosi «di avere istoria da dipingere nel

padiglione del mio Ruggero a laude di Vostra Signoria». Su la fine

dunque del nove era di certo tutta ordita e già bene avviata la favola

del poema, poiché sol nell’ultimo canto figura il padiglione nuziale

di Bradamante e Ruggero: non però che il poeta fosse allora, come talun

suppose, a scrivere l’ultimo canto: anche nei canti terzo, quindicesimo

e vigesimoquarto è menzione della vittoria di Policella. Nel 1510 il

papa voltatosi co’ i veneziani contro i francesi bandiva scomunicato

e scaduto d’ogni diritto il duca di Ferrara tenutosi fedele alla lega

di Francia, e intimava al cardinale fratello di ridursi tosto a Roma.

Ippolito non la intendeva, e si moveva di mala gamba; e l’Ariosto nel

maggio e dal giugno all’agosto fu in Roma a _placargli la grand’ira di

Secondo_, che una volta in Castel Sant’Angelo minacciò di farlo buttare

in fiume se non gli si toglieva davanti. Stretto poi il duca e Ferrara

dai veneziani e dai papali, il poeta partecipò i pericoli della patria.

Egli stesso, come ne lo lodò il fratel Gabriele nell’epicedio latino,

«tutto armato fu in campo, non per istudio di veder la battaglia e

cantare della battaglia li eventi, ma preparato a morire di onesta

morte per la patria e aggiungere onore agli onori del nome suo». Ciò

fu sotto i comandi di Enea Pio da Carpi in una seconda battaglia della

Policella, che il duca anche vinse su’ veneziani il 24 settembre del

dieci, e nella quale è fama che il poeta assalisse e conquistasse

egli una nave dei nemici. Subito dopo la battaglia di Ravenna (11

aprile 1512), ove il duca Alfonso fece miracoli con la sua artiglieria

distruggendo la fanteria spagnola senza molti riguardi agli alleati

francesi ( — Tirate, tirate, — gridava a’ suoi, — son tutti barbari a

un modo e nostri nemici — ), egli vide il campo:

Io venni dove le campagne rosse

Eran del sangue barbaro e latino.

Che fiera stella dianzi a furor mosse;

E vidi un morto all’altro sí vicino,

Che, senza prender lor, quasi il terreno

A molte miglia non dava il cammino.

Ma la vittoria di Ravenna fiaccò e disciolse l’esercito francese;

e il duca dovè nel luglio andare a Roma, con salvacondotto, alla

sottomissione. Se non che Giulio troppo incalzava con le pretese,

e poco cedeva Alfonso; che finalmente non ostante il salvacondotto,

ebbe di catti a scampar dalla _grand’ira di Secondo_, tra le armi dei

Colonna, che lo tenner celato tre mesi nel loro castello di Marino,

onde sotto piú travestimenti di cacciatore, di famiglio, di frate,

si salvò per la Toscana a Ferrara nell’ottobre. L’Ariosto accompagnò

fra que’ pericoli e in quelle fughe e travestimenti il signore; e il

primo d’ottobre in riparo a Firenze scriveva a un Gonzaga: «Sono uscito

delle latebre e de’ lustri delle fiere e passato alla conversazion

degli uomini. De’ nostri pericoli non posso ancora parlare: _animus

meminisse horret luctuque refugit_. Da parte mia non è quieta ancora

la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da levrieri, da’ quali

Domine ne scampi. Ho passata la notte in una casetta da soccorso, vicin

di Firenze, co ’l nobile mascherato, l’orecchio all’erta ed il cuore

in soprassalto». Nel marzo del ’13, con la elezione di Leon decimo,

rinacquero o crebbero le speranze di meglio nel duca e piú forse in

Ludovico, che era stato dei famigliari del cardinal de’ Medici, e

che subito mandato a Roma per _faccende ducali_ vedeva intorno al

nuovo papa i suoi vecchi amici, il Divizio, il Sadoleto, il Bembo.

Se non che ben presto (7 aprile) scriveva con la sua ironia bonaria

a Ferrara: «È vero che ho baciato il pié al papa, e m’ha mostrato di

odir volentera: veduto non credo che m’abbia, ché dopo che è papa non

porta piú l’occhiale. Offerta alcuna né da Sua Santità né da li amici

miei divenuti grandi novamente mi è stata fatta: li quali mi pare che

tutti imitino il papa in veder poco». Di Bernardo Divizi aggiungeva:

«È troppo gran maestro, ed è gran fatica a potersegli accostare; sí

perché ha sempre intorno un sí grosso cerchio di gente che mal si può

penetrare, sí perché si convien combattere a dieci usci prima che si

arrivi dove sia: la qual cosa è a me tanto odiosa, che non so quando

lo vedessi; né anco tento di vederlo, né lui né uomo che sia in quel

palazzo». E conchiudeva: «Io intendo che a Ferrara si estima che io

sia un gran maestro qui: io vi prego che voi li caviate di questo

errore». Meglio che la fortuna gli arrise l’amore: di ritorno da Roma,

in Firenze, per le feste di San Giovanni, s’innamorò fermamente della

fiorentina Alessandra Benucci, per la quale scrisse rime bellissime, e

la cui leggiadra imagine egli vagheggiava tra le favoleggiate battaglie

e dinanzi alle ferite del piú gentile dei suoi cavalieri (nel c. XXIV):

Cosí talora un bel purpureo nastro

Ho veduto partir tela d’argento

Da quella bianca man piú ch’alabastro

Da cui partire il cor spesso mi sento.

Su ’l finire del tredici si raccolse in Ferrara, dove il suo cardinale,

esperimentato Leone di volontà non migliore che Giulio, s’era ridotto,

e dove anche Alessandra venne, vedova com’era d’un Tito Strozzi

gentiluomo ferrarese.

Per un anno e mezzo attese a fornire e limare il poema, del quale nel

luglio del ’12 alle dimande del marchese di Mantova avea risposto non

essere _limato né fornito ancora come quello che è grande ed ha bisogno

di grande opera_. Amore la agevolò. Dicono che la Benucci esigesse,

per aprire al poeta, compiuto un canto ogni mese. Al 25 ottobre del ’15

l’Ariosto supplicava al doge di Venezia, che, avendo egli «con lunghe

vigilie e fatiche, per spasso e ricreazione de’ signori e persone di

animo gentile e madonne, composta un’opera in la quale si tratta di

cose piacevoli e dilettabili d’armi e di amori, e desiderando ponerla

in luce per sollazzo e piacere di qualunque vorrà e che si diletterà

di leggerla», volesse il doge dar privilegio nel suo dominio alla

stampa che l’autore preparava. Piú d’un mese innanzi (17 settembre)

il cardinal d’Este aveva scritto al suo cognato marchese di Mantova,

come, _essendo per far stampare un libro di messer Ludovico Ariosto

suo servitore ed a questo bisognandogli estrarre da Salò mille risme

di carta_, lo pregava per esenzione dal dazio al porgitor della

lettera. Il _Furioso_ era dunque finito nella seconda metà del ’15,

che l’Ariosto aveva quarantun anno, età giusta, pensa un francese del

giusto mezzo, per l’epica: troppo presto il Tasso, troppo tardi il

Milton. E a’ 22 aprile del ’16 era finito anche di stampare da Giovanni

Mazzocchi dal Bondeno in Ferrara.

Nella seconda carta di cotesta prima edizione si può leggere una

bolla di Leon X del 26 marzo contrassegnata dal Sadoleto, con

la quale il pontefice, lodando la singolare e antica osservanza

dell’Ariosto a sé e alla sua casa, la egregia dottrina in lui delle

lettere e arti buone, l’elegante e chiarissimo ingegno nei piú miti

studi e specialmente nella poesia, risolve che tutti questi e meriti

e pregi paiono quasi per diritto esigere che il pontefice conceda

liberalmente e graziosamente al poeta ogni cosa che possa tornargli

in vantaggio, specialmente dimandando egli cose giuste ed oneste:

séguita anche lodando i libri dell’_Orlando furioso_ scritti in volgar

lingua ed in verso, scherzevolmente (_ludicro more_), pur con lungo

studio e meditazione e con molte veglie: dopo che viene alle solite

comminazioni di multe e pene, compresa la scomunica, a chi riprodurrà

o venderà senza il permesso dell’autore il _Furioso_. Per un poema dove

l’apostolo san Giovanni figura per dimostratore di certe cose nel mondo

della luna non c’è male da parte d’un papa; ma fu la sola larghezza

che il patrono di Baraballo facesse al maggior poeta del secolo; se pur

larghezza s’ha a dire, dando retta al poeta nella satira quarta:

Di mezza quella bolla anco cortese

Mi fu, della quale ora il mio Bibbiena

Espedito m’ha il resto alle mie spese.

Il Machiavelli a’ 17 decembre del ’17 scriveva a Luigi Alamanni

in Roma «Io ho letto a questi di Orlando furioso dell’Ariosto; e

veramente il poema è bello tutto, e in dimolti luoghi mirabile. Se si

trova costí, raccomandatemi a lui; e ditegli che io mi dolgo solo,

che, avendo ricordato tanti poeti, mi abbia lasciato indietro come

un...». Il paragone è sboccato, come il termine della qualificazione

che il cardinale avrebbe data alle fantasie del suo cortigiano, se

fosse vera la dimanda sarcastica che tutti sanno. Ma è poi credibile

che il _Furioso_ riescisse cosí nuovo al cardinale, se il poeta

glie ne scriveva sin dal nove certi particolari di lodi sue, se

egli stesso l’avea fatto stampare? Che del resto Ippolito volesse

dall’Ariosto altri servigi che di versi e che ciò all’Ariosto apparisse

ingratitudine schifa, troppo chiaro lo disse il poeta nelle satire, e

glielo fe’ ripetere in un dialogo intitolato _Equitatio_ un cortigiano

vero del cardinale, Celio Calcagnini, dove induce l’Ariosto a parlar

cosí: «Se ne vada pur quel mio libro che mi trasse fuori dal petto

quasi ogni mio sapere, poiché, sforzandomi di gradire ad Ippolito sommo

principe nostro, in quello le notti e i giorni tutti impiegai, e il

miglior mio tempo malamente perdei». Dalla lettera del cardinale al

marchese di Mantova citata piú sopra apparirebbe che egli facesse le

spese della stampa; e che lasciasse al suo cortigiano il provento della

vendita apparirebbe da altra lettera del poeta (8 novembre 1520) con la

quale chiede conto a Mario Equicola di certe copie lasciate a vendere

a un libraio in Verona, e annunzia, come oggi si direbbe, esaurita

la prima edizione. Dai _Memoriali d’uscita_ dell’archivio estense

apparisce che il cardinale nel ’17 acquistò un esemplare del _Furioso_

al prezzo d’una lira (fr. 4,86 circa), nel ’16 il duca Alfonso aveva

comperato dall’autore per due lire e otto soldi un esemplare legato e

coperto.

*

* *

E ora che dire del _Furioso_? Anzi tutto, non cose nuove.

Che Angelica e Bradamante non raggiunte mai da’ cavalieri i quali si

ostinano a seguitarle rendano immagine del genio d’Italia, che anche

Orlando dia come una somiglianza del popolo italiano inebriato dal

filtro del medio evo, che l’Ariosto abbandoni, abbattuto dal trono,

alle risate del volgo il vecchio Cesare il quale aveva di tante

illusioni pasciuto lo spirito di Dante, che colpisca l’impero di Carlo

V e il regno di Francesco I rimandando essi oltr’alpe con in dosso a

pena gli stracci degli orpelli onde la tradizion cavalleresca aveva

ammantato le loro povere persone, sono volate di fantasia storica che

nella poetica prosa del Quinet posson piacere, anche perché movono

da un principio di vero; ed è, che il _Furioso_ è tutto informato

al sentimento e alla vita del tempo in che fu composto. Non so se

la fantasia storica del Quinet fosse almen di lontano ispirata da

un’idea estetica del Gioberti, il quale cercando invano con dottrinali

preoccupazioni nel _Furioso_ una finalità epica, scoprí in quella

continuata ironia la satira della cavalleria e del medio evo.

Ma la finalità del poema romanzesco è in se stesso, è, come scriveva

l’Ariosto al doge di Venezia, nel raccontar piacevole a ricreazione

delle persone d’animo gentile. L’Ariosto in questi propositi continuava

il Boiardo: il quale scherzò anch’egli su gli eroi e su le donne,

e mescolò l’umore all’entusiasmo e la novella all’epos, e pure è

giustamente annoverato fra i piú seri e sentimentali poeti della

cavalleria. L’epopea romanzesca, nel lavorío di rifacimento co ’l quale

gli italiani la vennero di continuo trasmutando, non pur non rimase

né potea rimanere in fedel soggezione d’uno spirito tradizionale o

quasi originale che la movesse e atteggiasse sempre ad un modo, ma

né fu né si tenne obbligata mai a riprodurre caratteri stabilmente

fermati in un tipo consuetudinario, anzi nello svolgersi a fasi nuove

rinnovava tuttavia spiriti e colori secondo gli ambienti diversi. E

come gli autori dei poemi franco-italiani e dei cantàri veneti del

secolo decimoquarto avevano con un primo natural processo italianizzati

i paladini francesi delle canzoni di gesta, e come i cantastorie di

Firenze gli avevano poi ridotti alle proporzioni e alle fattezze

intellettuali de’ ciompi; cosí l’Ariosto vide e ritrasse gli eroi

del Boiardo e degli altri suoi prossimi antecessori fra il prisma del

molteplice Rinascimento. E male fu scambiato per intenzionale ironia

quel fino spirito del tempo nuovo che scherza luminoso e tranquillo

fra i pennoni dei paladini e i veli delle dame del buon tempo antico.

E male si giudica prosaicamente ironico e volgarmente scettico quel

tempo, nel quale anzi lo spirito italiano (e fu questa la sua gloria

e la sua grazia immortale) giunto al sommo dell’ascensione parve

abbracciare, se mi si conceda l’immagine, l’antichità e il medio evo,

l’occidente e l’oriente, con tale una potente gioia di amore espansivo

che anche parve un momento volerli e poterli in quel suo divino

abbracciamento fondere e confondere in sé. La generazione poi della

quale era l’Ariosto serbava ancora, malgrado gli Sforza ed i Borgia,

qualche sentimento di cavalleria: lo attestano i soldati francesi in

quella memorabile liberazione e resistenza di Pisa giuratisi campioni

e difensori alle dame, lo attesta la disfida di Barletta e la figura

di Baiardo cavalcante severo e gentile fra i lanzichenecchi. La luce

del _Furioso_ spuntò fra la battaglia di Ravenna e la battaglia di

Marignano, vinta quella da un giovine capitano che per amore della dama

vi combatté con un braccio tutto ignudo, vinta questa da un giovine

re che prima di dar dentro volle esser armato cavaliere da Baiardo.

Che se la vittoria di Ravenna fu guadagnata dalla fanteria villana del

Dumolard e dalla artiglieria sapiente del duca Alfonso (le due arme

della rivoluzione e della monarchia moderna), la cavalleria italiana

fece nella resistenza dalla parte de’ confederati prove gloriose; e

Fabrizio Colonna, dopo romanamente respinti dalle mura della città

sette assalti, si precipitò nella battaglia caricando a capo de’ suoi

cavalieri i cannonieri e i cannoni d’Alfonso e di Francia sin che

fu fatto prigione in mezzo ai pezzi. E la battaglia di Marignano che

durò tre giorni, e nella quale eserciti di tre lingue si mescolarono

al lume di luna per iscannarsi, e il re di Francia credendo aver

raggiunto un corpo di suoi si trovò in mezzo a ottomila svizzeri che

per farsi riconoscere gli puntarono (com’egli scrisse) seicento picche

al naso, e bevve dell’acqua d’un ruscello tutta sanguinosa, mentre

un trombetta italiano al suo fianco soffiava tutta notte nel corno,

come Orlando a Roncisvalle, contro i corni di Unterwald ed Uri; la

battaglia di Marignano non è veramente ariostesca? Tanto poi l’Ariosto

fu di per sé lontano dall’intenzione d’una finale ironia contro

l’ideale cavalleresco, che a gloria della spada e della lancia fe’

maledire a Orlando l’arma da fuoco e l’artiglieria, forza e vanto del

suo duca. Ma come si può parlare d’ironia intenzionale dell’Ariosto?

dell’Ariosto che al personaggio di Carlomagno mortificato dalla

famigliarità birichina dei piazzaiuoli di Firenze restituí la maestà

d’imperatore e il contegno d’eroe? dell’Ariosto che d’Astolfo fatto

buffone dal Boiardo rifece un cavaliere d’avventure e miracoli, pronto

a tutto affrontare, le porte cosí dell’inferno come del paradiso,

con una seria audacia inglese, che lo fa degno d’essere l’istrumento

della provvidenza alla salute d’Orlando? dell’Ariosto che in Orlando

il peccato dell’amore, peccato per l’eroe e pe ’l cristiano, punisce

con la terribil pazzia? E come si può parlare d’ironia continua e

finale dinanzi alla terribilità tragica di quella pazzia in quella

piú che descrizione e narrazione epica, la quale dalla minuta e fedele

osservazione dei succedentisi momenti psicologici va a passo a passo

crescendo vorticosa e vertiginosa e finisce in uno scoppio titanico?

dinanzi all’eroica grandezza dell’ultimo abbattimento fra i tre re

saracini e i tre paladini, e alla mossa, tutta di cuore, del poeta, su

’l cadere di Brandimarte,

Padre del ciel, dà fra gli eletti tuoi

Al martir tuo fedel omai ricetto?

La cavalleria feudale era morta da un pezzo, ma l’idealità della

cavalleria civile colorava ancora di un’ultima luce crepuscolare

l’Europa trasformantesi nelle monarchie accentratrici e amministrative.

Francesco I invecchierà, e diverrà traditore, spergiuro, brutale. Verrà

la trista figura di Carlo V. Egli, nella incoronazione, a Bologna,

toccava colla spada la testa di chi voleva esser cavaliere dicendogli

_Esto miles_; e tanti si affollarono chieditori intorno a lui,

gridando — _Sire, sire, ad me, ad me_ —, che egli stanco e sudato e

dicendo a’ cortigiani — _No puedo mas_ — inchinò sopra tutti la spada,

soggiungendo — _Estote milites, todos, todos_ —; e, cosí replicando,

gli astanti partirono cavalieri tutti e contentissimi. Allora Teofilo

Folengo frate e Pietro Aretino vivente su le tristi lusingherie

della rea penna poteron bene con grossolana caricatura fare strazio

d’Orlando di Rinaldo e d’ogni cavalleria. L’Ariosto no: egli era troppo

gentiluomo e troppo poeta.

Che l’Ariosto, passando ad altro, attingesse a molte fonti, pigliando,

come dicea La Fontaine, il suo bene dove lo trovava, lo disse fin dal

tempo del poeta il Pigna, e raccontò com’egli avesse fin tradotto per

suo uso romanzi francesi e spagnoli; lo provarono fin dal cinquecento

il Dolce il Lavezzuola il Ruscelli mettendo in vista favole descrizioni

comparazioni ch’egli ebbe derivate da greci da latini da italiani.

Ultimamente compié le ricerche con un libro ove nulla, credo, si

desidera, Pio Rajna, il critico che piú originalmente ha studiato

le fonti e i procedimenti della epopea cavalleresca fra noi. Ma dopo

tante ricognizioni e rivendicazioni la parte che rimane all’invenzione

dell’Ariosto è pur sempre grande, e ciò che egli prese da altre o

conserva della leggenda comune od opere d’arte individuali egli lo

ha cosí trasformato sotto il fuoco del suo ingegno e nel crogiuolo

dell’arte sua, che a distinguerlo ci vuole il piú delle volte un

vero lavoro di critica chimica. Questione del resto che importa

assai piú alla storia della letteratura che a quella dell’arte. Era

negl’instituti, per cosí dire, dell’epopea romanzesca, che ogni nuovo

autore prendesse liberamente da’ suoi antecessori e vicini tutto che

gli giovasse o piacesse: era nel costume del Rinascimento rivestirsi

delle spoglie greche e latine. Il Foscolo paragonò benissimo il

_Furioso_ alla chiesa di San Marco che i veneziani fabbricarono

a colonne di tutti gli ordini, con marmi di tutti i colori, con

frammenti di tempii greci e di palazzi bizantini. Gli antiquari fan

bene a riconoscere il frammento del tale arco romano, i marmi di quel

tempio greco, le colonne della tale altra chiesa bizantina, e anche la

rozza pietra d’un torrazzo feudale. Noi chiediamo alla solenne opera

dell’architettura: c’è dentro il dio? Sí? Adoriamolo.

Il dio per noi è l’artista. E artista l’Ariosto è senza paragoni

grande. Non, quale se lo favoleggia certo volgo di lettori e critici

dozzinali, fantasia sbrigliata e smemorata che si prodiga negli episodi

sorridendo ella stessa del suo smarrirsi in via dietro le mille sue

favole: egli invece ha come tutti i poeti della famiglia greco-latina,

un senso dell’ordine e della proporzione, un senso della finalità

artistica, mirabilmente serio e ragionativo. Si propose di continuare

l’_Innamorato_ del Boiardo, «per non introdurre, osservava benissimo

il Pigna, nuovi nomi di persone e nuovi cominciamenti di materie

nell’orecchie degl’italiani, essendo che i soggetti del conte erano

già nella loro mente impressi ed istabiliti in tal guisa, che egli, non

continovandogli ma diversa istoria cominciando, cosa poco dilettevole

composto avrebbe»: intitolò da Orlando il poema, perché Orlando era

l’eroe piú popolarmente conosciuto ed accetto della gesta carolingia:

la guerra poi tra cristiani e infedeli, oltre che l’aveva ereditata

dal Boiardo, era d’obbligo, come quella che forniva, per cosí dire,

il centro d’essa, lo spazio e il termine idealmente storico a ogni

epopea romanzesca. Ma la parte di continuatore abbandonò egli subito

e uscí francamente dalla serie o dalla classe de’ suoi predecessori

avanzando in prima luce i caratteri già secondari di Ruggero e di

Bradamante e facendo del loro matrimonio il soggetto principale del

poema, soggetto che ha in sé il concetto politico, la illustrazione

della casa d’Este, come l’Eneide ebbe l’apoteosi della casa Giulia.

Cosí l’Ariosto, lungi dagl’intendimenti e dagli spiriti o democratici

o feudali de’ suoi predecessori, rientra e rimane tutto nel tempo suo,

nel primo ventennio del secolo XVI, quando, non rialzatosi ancora con

Carlo V l’impero nella nuova forma e forza di gran potenza militare

straniera a soggettare l’Italia, era possibile era opportuno era

utile sollevare e glorificare una antica dinastia italiana contro

le insidie e le minacce della mostruosa signoria papale che al fine

ingoiò Ferrara. E rientra nel tempo suo anche come artista. Egli è un

classico, ma classico composito del Rinascimento; e il suo _Furioso_ è,

ben disse il Voltaire, l’Iliade e l’Odissea insieme, il poema politico

e religioso, l’epopea eroica, con Carlomagno ed Orlando, il poema

privato e famigliare, il romanzo moderno, con Ruggero e Bradamante.

Favola generale o meglio fondamento del complesso poema è la guerra

fra tutta la cristianità e tutto l’islam: centro Parigi, con i due re

i due eserciti l’uno a fronte dell’altro, dai quali e ai quali vengono

vanno ritornano, intrecciandosi nelle direzioni di tutti i venti, _le

donne i cavalier l’armi gli amori_. Sommo fra i cavalieri Orlando, pe

’l cui amore e per la pazzia la catastrofe rimane sospesa, come per

l’ira d’Achille la presa di Troia: principalissimi fra i personaggi

Ruggero e Bradamante, di nazione e di fede diversi, nella disgiunzione

de’ cui amori si ricongiunge il vario movimento de’ due campi, nella

congiunzione la favola si chiude. Orlando rinsavito trasporta la

guerra cristiana in Africa, espugnando Biserta capitale del nemico

di Carlo, e la finisce co ’l gran duello nell’isola di Lampedusa.

Ruggero, nello stesso giorno delle nozze con Bradamante, uccide

l’ultimo e piú terribil nemico avanzato al nome cristiano, Rodomonte.

Cosí la cristianità è non pur salva ma secura, e la famiglia d’Este ha

principio.

Né lo spazio né il buon giudizio mi concedono di mettermi qui a

raccontare in prosa il _Furioso_. Ma a dimostrare un poco l’intima

connessione dei molteplici racconti onde la fantasia dell’Ariosto variò

e rallegrò la favola nella quale l’oriente e l’occidente si scontrano,

tradurrò, restituendo cosí all’Italia una particella de’ nobili studi

d’un suo nobile figlio, alcune pagine dalla vita del poeta che Antonio

Panizzi mise innanzi alla stampa inglese de’ due _Orlandi_.

«Evidente — scrive il Panizzi — nella narrazione principale degli amori

di Bradamante e di Ruggero è il legame degli avvenimenti. Senza la

fuga d’Angelica e l’incontro con Rinaldo, ella non sarebbesi affidata

a Sacripante; se essi non si fossero fermati a parlare insieme, non

avrebbero veduto passar oltre Bradamante, né il messaggere avrebbe

saputa la via tenuta da lei né l’avrebbe cosí presto raggiunta, né

Pinabello avrebbe conosciuto chi ella si fosse, né l’avrebbe allora

gittata nella caverna, né ella sarebbe stata istruita del come liberar

Ruggero; e cosí via sino alla fine del poema. Dal soggetto principale

derivano anche la pazzia d’Orlando e la sua guarigione; perchè, se

Bradamante non avesse tolto l’anello a Brunello, non avrebbe potuto

mandarlo a Ruggero, egli non lo avrebbe dato ad Angelica, né senza esso

Angelica sarebbesi avventurata di andar sola, onde fu poi al caso di

medicare Medoro e sposarlo, onde la pazzia di Orlando. Con quell’anello

Melissa liberò Ruggero dalle mani di Alcina: Ruggero imparò allora a

regolare l’ippogrifo, senza il quale non avrebbe liberato Angelica, per

cui cagione perdé poi il cavallo alato. Se non lo avesse perduto, esso

non sarebbe stato trovato da Astolfo nel palazzo incantato d’Atlante;

e senza l’ippogrifo Astolfo non avrebbe potuto salire al paradiso

terrestre a vedere san Giovanni, che lo condusse poi nella luna a

ritrovare il senno d’Orlando. Ma senza Orlando come poteva essere

finalmente vinto Agramante e presa la sua capitale Biserta? Né vediamo

come Orlando potesse aiutare gli altri paladini alla presa di Biserta

se non ricordando che egli andò in Africa quando era fuori del senno. A

Dudone non sarebbe stato possibile scampar vivo dalle mani di Ruggero,

se questi non avesse conosciuto nel paladino un parente della sua

Bradamante; e Rinaldo avrebbe avuto la peggio nel duello con Ruggero,

se questi non fosse stato l’amante della sorella di lui: solo dunque

per quell’amore l’impero di Carlomagno scampò all’onta di divenir

tributario dei musulmani. Quanto influiscano su l’andamento dei fatti

le assenze dal campo di Ruggero e degli altri capi e piú segnatamente

d’Orlando, basta solo accennare: ma le cagioni di queste assenze sono

in un modo o nell’altro connesse all’amore di Ruggero e Bradamante, e

di conseguenza tutti gli eventi della guerra dipendono da quell’amore.

«Atlante aveva costruito il castello incantato per impedire a Ruggero

di andare in Francia, dove il mago sapeva che il cavaliere sarebbesi

reso cristiano; e il lettore sa che Ruggero a farsi cristiano non

aveva piú forte ragione dell’amore a Bradamante. Orlando fu attirato al

castello di Atlante; ma ivi discoprendosegli Angelica all’improvviso

e poi disparendo, sempre con l’aiuto dell’anello che ebbe da Ruggero,

egli uscí dal palazzo, ed errando nei dintorni in traccia d’Angelica

s’imbatté nei saracini di Alzirdo e Manilardo e li distrusse. Cagione

questa che Mandricardo lasciasse l’esercito di Agramante per combattere

con Orlando, il che lo condusse a conquistare Doralice. Quindi la

crudel inimicizia di Rodomonte, che finí col lasciare questi il campo

di Agramante, e scavalcato poi da Bradamante ritirarsi in una caverna,

onde non uscí piú al soccorso di Agramante. Ma Rodomonte, avendo tolto

il cavallo Frontino ad Ippalca, la quale per ordine di Bradamante

lo conduceva a Ruggero, venne in contesa con Ruggero, e da quella

loro contesa sorse a Sacripante l’occasione di venire alle mani con

Rodomonte, e Marfisa minacciò di appiccare Brunello in dispetto di

Agramante; il quale cosí perdé l’aiuto di Sacripante e per poco anche

quello di Marfisa. Questa con le attenzioni per Ruggero confinato a

letto dalla ferita che aveva tocca da Mandricardo eccitò il sospetto

ch’ella fosse per isposarlo, cagione a Bradamante di furie gelose. Se

il lettore vorrà guardare indietro all’origine di tutto ciò, troverà

che nulla ne sarebbe accaduto se non fosse venuto alle mani di Angelica

il magico anello, datole da Ruggero che l’ebbe da Bradamante per

mezzo di Melissa. Tale è la dipendenza di tutte le storie minori del

_Furioso_ dalla principale, che io non conosco altro poema nel quale

sieno in proporzione minori episodi.

«Ricordi il lettore l’episodio di Niso e di Eurialo nell’Eneide e

quello di Cloridano e Medoro che l’Ariosto evidentemente imitò da

Virgilio. Se si togliesse via dal poema latino il primo episodio,

verrebbe a mancare un bel pezzo di poesia, ma la principale storia

andrebbe innanzi e sarebbe benissimo compiuta anche senza quello. Ma

il caso è di gran lunga diverso nel _Furioso_. Se Medoro non fosse

stato trovato ferito da Angelica, né questa si sarebbe innamorata di

lui né lo avrebbe preso a marito, né Orlando avrebbe perduto il senno.

Zerbino ritornando dall’inseguire il villano che aveva ferito Medoro si

incontrò con Marfisa, e fu forzato a prendersi la protezion di Gabrina,

la quale all’ultimo fu cagione che egli quasi fosse posto a morte da

Anselmo padre di Pinabello che era stato ucciso da Bradamante. L’amante

d’Isabella è liberato da Orlando, il quale era accompagnato da questa

donzella dopo ch’egli l’aveva liberata dalle mani dei masnadieri. Per

gratitudine a Orlando, Zerbino combatte con Mandricardo a impedirgli

d’impossessarsi di Durlindana, ed è ucciso. Per la di lui morte

Isabella rimasta senza protezione cade nelle mani di Rodomonte che

l’uccide. Rodomonte per punirsi di tale misfatto costruisce il ponte

su ’l quale si batte con tutti i cavalieri che passano per quella via,

e le loro armi appende in trofeo a onore di Isabella. È abbattuto da

Bradamante e per vergogna va a nascondersi in una caverna, dalla quale

non vuole uscire all’aiuto di Agramante.

«L’arte d’ingrandire i pregi d’un eroe imaginando che, lui assente, i

suoi sieno sempre battuti è molto abilmente maneggiata dall’Ariosto.

Nel poema vi sono almeno sei persone di questa importanza, e sono

Orlando, Bradamante e Rinaldo, Rodomonte, Marfisa e Mandricardo.

Quando qualunque d’essi entra nella battaglia, la di lui o di lei parte

riesce vittoriosa, e come essi appartengono a due eserciti diversi, le

cose sono condotte in guisa da impedire o evitare la loro simultanea

presenza nelle differenti file. Se Orlando non avesse perduto il senno,

non avrebbe fatto quello che fece; e perché non si sarebbe trovato

nel campo cristiano. E se vi fosse stato, mentre Ruggero era ferito,

Mandricardo ucciso, e Marfisa, Sacripante e Rodomonte via, come non

avrebbe egli schiacciato i saracini? Chi avrebbe potuto resistere a lui

e a Rinaldo? E dall’altro lato, se Rodomonte fosse stato con Agramante,

come avrebbero i cristiani potuto difendersi? E se Agramante fosse

stato o sconfitto del tutto o vittorioso, quale scusa poteva Ruggero

trovare per non fare senza indugi le nozze con Bradamante? E con quelle

nozze il poema sarebbe stato chiuso parecchi canti prima che ora non

faccia. E se cerchiamo perché non sia cosí, troviamo che tutto ciò è

dovuto alla sortita di Cloridano e Medoro, pregna nel _Furioso_ di tali

efficaci conseguenze, mentre nell’Eneide il prototipo episodio di Niso

ed Eurialo è affatto disgiunto dal resto del poema».

Tale è la potenza d’ordinamento che l’Ariosto spiegò nella vastità

della sua fantasia. E quale riuscí poi nell’esecuzione! Qual effetto

quei canti svolgendosi nella continuità dei loro floridi intrecci

producono sugli animi ben disposti a riceverli! «L’_Orlando Furioso_,

scrisse in uno de’ suoi entusiasmi il Baretti, non dovrebbe esser letto

che da quelli i quali hanno fatto qualche cosa di grande a pro’ della

patria, per premio e ricompensa loro». Tanto meno devo giudicarne io,

e lascerò parlare al Goethe in persona d’Antonio nel primo atto del

_Torquato Tasso_.

«La ghirlanda di fiori adorna la fronte dell’Ariosto meglio che non

farebbe lo stesso alloro. Come la natura copre di una verde veste

dipinta a mille colori il fecondo suo seno, cosí egli ravvolge

nel fiorito velo della favola le cose tutte che sole possono fare

rispettabile ed amabile l’uomo. La contentezza dell’animo, l’esperienza

e la ragione e il vigore dello spirito, il gusto e il puro senso del

vero bene, spiritualizzati e insieme personificati per entro i suoi

canti, sembrano in quelli riposarsi come sotto alberi fioriti; e

intanto una pioggia di bianchi fiori cade soave sopra essi, ed essi

coronati di rose sono in mirabil modo aggirati dai giocondi scherzi

degli Amori. Lí presso mormora la fonte dell’abbondanza, offrendo al

guardo una meravigliosa famiglia di pesci variopinti: l’aria è tutta

piena di uccelli peregrini; il prato e la selva di strane greggi. La

malizia spia in agguato mezzo nascosta tra ’l verde; la saggezza fa di

tratto in tratto risuonare sublimi sentenze da una nuvola d’oro; mentre

la follia sembra scorrere in disordine con le dita le corde di un

armonioso liuto, pur serbando la misura delle piú belle armonie».

Pagine di storia letteraria · 第 92 / 157 题