V.

Cosí, mentre l’apparizione del Machiavelli, e con lui dell’osservazione

esperimentale su ’l fatto umano annunzia finita l’età della poesia,

come causa a un tempo ed effetto di una data civiltà, come lavoro a cui

la nazione tutta coopera; il poema dell’Ariosto, nel quale la fantasia

individuale licenziasi a un viaggio senza termine ed oggetto, viene

a dire lo stesso. L’arte per l’arte è la fine della poesia popolare e

nazionale o sociale che voglia dirsi: l’arte per l’arte gira e rigira

sopra se stessa, e anche nega e rinnega e oltraggia e distrugge, non sé

veramente e il sentimento o lavoro individuale, ma il termine oggettivo

della poesia. Ed ecco: al poema romanzesco prima assai che la dolorosa

ed alta satira del Cervantes e il lepido travestimento del Tassoni,

tocca la parodia grossolana del Folengo e dell’Aretino: le maccaronee

sbizzarriscono a canto alle eleganze latine del Fracastoro e del Vida;

e un nuovo genere, il bernesco, si contrappone alla lirica. L’Italia

nel secolo decimosesto levò la poesia a idealismo artistico, e insieme,

che è effetto assai comune dell’idealizzare, la fissò, la cristallizzò.

Pure le rimaneva ancora del movimento e dell’azione: il Machiavelli

e l’Ariosto da due parti opposte venivano a riscontrarsi e toccarsi

nella commedia; e il fatto di uno storico e di un epico commediografi

dà ragione, piú assai che ogni lungo discorrere, di quel secolo e di

quella letteratura.

Ma in vece di buone commedie l’Italia ebbe un altro poema, un poema

eroico e religioso, la Gerusalemme liberata. L’Europa latina pareva

su quelle prime accettar con fervore il rinnovamento cattolico che la

Chiesa tentò opporre nel concilio tridentino alla riforma protestante:

tutta l’Europa cristiana sentiva minacciata la sua civiltà dall’impero

ottomano: suonava ancora dai mari il fragore della battaglia di

Lepanto, l’ultima grande battaglia cristiana della quale tanta

parte furono gl’italiani, l’ultimo cózzo glorioso tra l’occidente e

l’oriente. Il tempo era opportuno, e il Tasso tale da poter sorgere

poeta e del rinnovamento cattolico e della civiltà cristiana. Nessuna

figura in fatti ha il cinquecento cosí seria e gentile come quella

di Torquato Tasso. Egli è l’erede legittimo di Dante Allighieri:

crede, e ragiona la sua fede per filosofia: ama, e comenta gli

amori dottrinalmente: è artista, e scrive dialoghi di speculazioni

scolastiche che vorrebbon esser platonici: innova, e teorizza. E, come

Dante, ha sempre qualcosa da rimproverarsi nella conscienza sua di

cattolico: al suo poema, pur essenzialmente religioso e cavalleresco,

sovraintesse un’allegoria spirituale e morale: a ogni modo teme sempre

di averlo fatto soverchiamente profano, e lo rifà purificato: né anche

del rifacimento si contenta, e finisce co ’l poema della creazione.

Egli è il solo cristiano del nostro Rinascimento: del quale per altro

partecipa tanto, che il sensualismo nell’opera sua si mescola al

misticismo; egli se ne addolora e pente, mentre il popolo se ne piace.

Ma di questa duplicità dell’essere suo ondeggiante tra il sensualismo e

l’idealismo, tra il misticismo e l’arte; ma di questa discordia della

vita a cui è condannato egli, cavaliere del medio evo, scolastico del

secolo decimoterzo, erede di Dante, smarrito in mezzo al Rinascimento,

tra l’Ariosto e il Machiavelli, tra il Rabelais e il Cervantes; di

questa duplicità, di questa discordia egli porta innocente la pena,

e se ne accora tanto che ne impazza. Il grido molle e straziante

della elegia che pur tra gli accordi della tromba epica gli prorompe

dal cuore mesto e voluttuoso lo annunzia il primo in tempo dei

poeti moderni: il Tasso ha la malattia delle età di passaggio, dello

Chateaubriand, del Byron, del Leopardi.

E, cosí in disaccordo com’egli era co ’l tempo suo, poté raccogliere

in sé gli estremi spiriti della cavalleria e della religione. E fu

l’ultima prova. Dopo lui, né la riaffermatasi autorità ecclesiastica

né la tradizione monarchica cominciata con l’impianto di una gran

dinastia straniera al mezzogiorno e al settentrione poterono o

eccitare o ravvivare piú oltre fra noi il movimento cavalleresco e il

religioso. E quello andava oscuramente a finire nei cavalieri serventi;

e questo, aduggiato dalla triste ombra del gesuitismo, degenerò dai

santi popolari, la cui serie si chiude con Filippo Neri, nell’egoismo

ascetico di Luigi Gonzaga, e dalle grandi leggende del medio evo

nell’eroicomica scimunitaggine del padre Ceva _De puero Jesu_. Del

resto, terminata l’età del sentimento e della fantasia ed esaurito

anche l’idealismo artistico, con quale azione e a qual punto l’Italia

libera del suo svolgimento avrebbe potuto seguitare ad espandersi nella

riflessione nell’osservazione nell’indagine del pensiero, e a quali

effetti avrebbe portato il suo lavoro di trecento anni, e come ne fosse

impedita, lo dicano il Telesio, il Bruno, il Vanini. Ma oramai dopo

la pace di Castel Cambrésis e il concilio di Trento al Machiavelli non

poteva succedere altri che il Galileo. Il cielo rimaneva libero, e non

senza pericolo: con men di pericolo, i sepolcri. Notevole in fatti su

lo scorcio del secolo decimosesto apparisce la trasformazione della

storia; la quale di particolare tende a farsi generale, di politica o

patriottica diviene erudita e critica. L’Italia, non potendo altro,

sfoga il bisogno del dubbio, dell’investigazione e della disanima

intorno la materia dei fatti; e dopo i Discorsi su le Deche e le

Istorie fiorentine produce i trattati su ’l diritto romano e la storia

del regno d’Italia di Carlo Sigonio, che aprono insignemente all’Europa

l’età critica degli studi su l’antichità e su ’l medio evo. Nulla

doveva mancare a quella nostra universal letteratura del cinquecento.

Ma intanto la poesia e l’arte emigravano alle altre genti latine, alle

giovini e vittoriose nazioni di Spagna e di Francia; nella prima delle

quali il principio religioso e nella seconda il cavalleresco o feudale

doveano fare la miglior prova d’una letteratura cattolica e monarchica.

E cosí in Spagna e in Francia, come in Inghilterra che a punto allora

presentava i primi frutti dell’ingegno germanico maturatosi nella

riforma, la gloria maggiore della nuova letteratura fu il dramma.

L’Europa in fatti era giunta a quel secondo stadio storico, nel quale

il dramma è la vera estrinsecazione artistica di un popolo, che,

passato per una gran prova, si sente essere nel rigoglio delle sue

forze e nella pienezza della vita, ha in fine la conscienza di nazione

co ’l sentimento o il presentimento della civiltà che gli conviene,

non importa poi sotto qual reggimento o con quali forme politiche.

Ora l’Italia, non per colpa sua, ma per la necessità storica dello

svolgersi di altre genti con idee di stato altre da quelle tra le quali

ella aveva esercitato la sua operosità civile, l’Italia sopraffatta e

spostata non aveva piú né quel senso del presente né quel presentimento

fiducioso. E però non ebbe un teatro, quale i primi esperimenti e

massime quel del Machiavelli parevano imprometterle. Ebbe per altro

due opere drammatiche originali e sue, che dopo la Gerusalemme furono

anche le due opere piú insigni dello scorcio del secolo; l’Aminta

e il Pastor fido: originali e sue veramente, come quelle che sono

la miglior dimostrazione estetica dell’idealismo artistico italiano

del cinquecento applicato al dramma; e l’Aminta per la finitezza

determinata pare far riscontro alla Gerusalemme e il Pastor fido per

la florida e bizzarra varietà all’Orlando. E voglionsi ricordare, non

tanto perché al meno nelle forme offersero quelle opere il passaggio

dall’idealismo del cinquecento alla maniera dell’Arcadia, quanto perché

il dramma pastorale e mitologico fu la materia propria della musica.

La poesia italiana nel suo progressivo idealizzarsi andò sempre piú

estenuandosi: a poco a poco non piú invenzione né movimento né azione,

non piú caratteri né passioni, non piú stile né forme: ma colori e

parole e suoni che simulavano lusinghieramente la vita; sin che la

poesia evaporò, e fu la musica: la musica, sola arte che all’Italia

rimanesse dopo il secolo decimosesto, e sola sua gloria per troppo

tempo di poi. La sua grande letteratura, la letteratura viva, nazionale

a un tempo ed umana, con la quale ella conciliò l’antichità e il medio

evo e rappresentò romanamente l’Europa innovata, finí co ’l Tasso.

Pagine di storia letteraria · 第 89 / 157 题