Cosí, mentre l’apparizione del Machiavelli, e con lui dell’osservazione
esperimentale su ’l fatto umano annunzia finita l’età della poesia,
come causa a un tempo ed effetto di una data civiltà, come lavoro a cui
la nazione tutta coopera; il poema dell’Ariosto, nel quale la fantasia
individuale licenziasi a un viaggio senza termine ed oggetto, viene
a dire lo stesso. L’arte per l’arte è la fine della poesia popolare e
nazionale o sociale che voglia dirsi: l’arte per l’arte gira e rigira
sopra se stessa, e anche nega e rinnega e oltraggia e distrugge, non sé
veramente e il sentimento o lavoro individuale, ma il termine oggettivo
della poesia. Ed ecco: al poema romanzesco prima assai che la dolorosa
ed alta satira del Cervantes e il lepido travestimento del Tassoni,
tocca la parodia grossolana del Folengo e dell’Aretino: le maccaronee
sbizzarriscono a canto alle eleganze latine del Fracastoro e del Vida;
e un nuovo genere, il bernesco, si contrappone alla lirica. L’Italia
nel secolo decimosesto levò la poesia a idealismo artistico, e insieme,
che è effetto assai comune dell’idealizzare, la fissò, la cristallizzò.
Pure le rimaneva ancora del movimento e dell’azione: il Machiavelli
e l’Ariosto da due parti opposte venivano a riscontrarsi e toccarsi
nella commedia; e il fatto di uno storico e di un epico commediografi
dà ragione, piú assai che ogni lungo discorrere, di quel secolo e di
quella letteratura.
Ma in vece di buone commedie l’Italia ebbe un altro poema, un poema
eroico e religioso, la Gerusalemme liberata. L’Europa latina pareva
su quelle prime accettar con fervore il rinnovamento cattolico che la
Chiesa tentò opporre nel concilio tridentino alla riforma protestante:
tutta l’Europa cristiana sentiva minacciata la sua civiltà dall’impero
ottomano: suonava ancora dai mari il fragore della battaglia di
Lepanto, l’ultima grande battaglia cristiana della quale tanta
parte furono gl’italiani, l’ultimo cózzo glorioso tra l’occidente e
l’oriente. Il tempo era opportuno, e il Tasso tale da poter sorgere
poeta e del rinnovamento cattolico e della civiltà cristiana. Nessuna
figura in fatti ha il cinquecento cosí seria e gentile come quella
di Torquato Tasso. Egli è l’erede legittimo di Dante Allighieri:
crede, e ragiona la sua fede per filosofia: ama, e comenta gli
amori dottrinalmente: è artista, e scrive dialoghi di speculazioni
scolastiche che vorrebbon esser platonici: innova, e teorizza. E, come
Dante, ha sempre qualcosa da rimproverarsi nella conscienza sua di
cattolico: al suo poema, pur essenzialmente religioso e cavalleresco,
sovraintesse un’allegoria spirituale e morale: a ogni modo teme sempre
di averlo fatto soverchiamente profano, e lo rifà purificato: né anche
del rifacimento si contenta, e finisce co ’l poema della creazione.
Egli è il solo cristiano del nostro Rinascimento: del quale per altro
partecipa tanto, che il sensualismo nell’opera sua si mescola al
misticismo; egli se ne addolora e pente, mentre il popolo se ne piace.
Ma di questa duplicità dell’essere suo ondeggiante tra il sensualismo e
l’idealismo, tra il misticismo e l’arte; ma di questa discordia della
vita a cui è condannato egli, cavaliere del medio evo, scolastico del
secolo decimoterzo, erede di Dante, smarrito in mezzo al Rinascimento,
tra l’Ariosto e il Machiavelli, tra il Rabelais e il Cervantes; di
questa duplicità, di questa discordia egli porta innocente la pena,
e se ne accora tanto che ne impazza. Il grido molle e straziante
della elegia che pur tra gli accordi della tromba epica gli prorompe
dal cuore mesto e voluttuoso lo annunzia il primo in tempo dei
poeti moderni: il Tasso ha la malattia delle età di passaggio, dello
Chateaubriand, del Byron, del Leopardi.
E, cosí in disaccordo com’egli era co ’l tempo suo, poté raccogliere
in sé gli estremi spiriti della cavalleria e della religione. E fu
l’ultima prova. Dopo lui, né la riaffermatasi autorità ecclesiastica
né la tradizione monarchica cominciata con l’impianto di una gran
dinastia straniera al mezzogiorno e al settentrione poterono o
eccitare o ravvivare piú oltre fra noi il movimento cavalleresco e il
religioso. E quello andava oscuramente a finire nei cavalieri serventi;
e questo, aduggiato dalla triste ombra del gesuitismo, degenerò dai
santi popolari, la cui serie si chiude con Filippo Neri, nell’egoismo
ascetico di Luigi Gonzaga, e dalle grandi leggende del medio evo
nell’eroicomica scimunitaggine del padre Ceva _De puero Jesu_. Del
resto, terminata l’età del sentimento e della fantasia ed esaurito
anche l’idealismo artistico, con quale azione e a qual punto l’Italia
libera del suo svolgimento avrebbe potuto seguitare ad espandersi nella
riflessione nell’osservazione nell’indagine del pensiero, e a quali
effetti avrebbe portato il suo lavoro di trecento anni, e come ne fosse
impedita, lo dicano il Telesio, il Bruno, il Vanini. Ma oramai dopo
la pace di Castel Cambrésis e il concilio di Trento al Machiavelli non
poteva succedere altri che il Galileo. Il cielo rimaneva libero, e non
senza pericolo: con men di pericolo, i sepolcri. Notevole in fatti su
lo scorcio del secolo decimosesto apparisce la trasformazione della
storia; la quale di particolare tende a farsi generale, di politica o
patriottica diviene erudita e critica. L’Italia, non potendo altro,
sfoga il bisogno del dubbio, dell’investigazione e della disanima
intorno la materia dei fatti; e dopo i Discorsi su le Deche e le
Istorie fiorentine produce i trattati su ’l diritto romano e la storia
del regno d’Italia di Carlo Sigonio, che aprono insignemente all’Europa
l’età critica degli studi su l’antichità e su ’l medio evo. Nulla
doveva mancare a quella nostra universal letteratura del cinquecento.
Ma intanto la poesia e l’arte emigravano alle altre genti latine, alle
giovini e vittoriose nazioni di Spagna e di Francia; nella prima delle
quali il principio religioso e nella seconda il cavalleresco o feudale
doveano fare la miglior prova d’una letteratura cattolica e monarchica.
E cosí in Spagna e in Francia, come in Inghilterra che a punto allora
presentava i primi frutti dell’ingegno germanico maturatosi nella
riforma, la gloria maggiore della nuova letteratura fu il dramma.
L’Europa in fatti era giunta a quel secondo stadio storico, nel quale
il dramma è la vera estrinsecazione artistica di un popolo, che,
passato per una gran prova, si sente essere nel rigoglio delle sue
forze e nella pienezza della vita, ha in fine la conscienza di nazione
co ’l sentimento o il presentimento della civiltà che gli conviene,
non importa poi sotto qual reggimento o con quali forme politiche.
Ora l’Italia, non per colpa sua, ma per la necessità storica dello
svolgersi di altre genti con idee di stato altre da quelle tra le quali
ella aveva esercitato la sua operosità civile, l’Italia sopraffatta e
spostata non aveva piú né quel senso del presente né quel presentimento
fiducioso. E però non ebbe un teatro, quale i primi esperimenti e
massime quel del Machiavelli parevano imprometterle. Ebbe per altro
due opere drammatiche originali e sue, che dopo la Gerusalemme furono
anche le due opere piú insigni dello scorcio del secolo; l’Aminta
e il Pastor fido: originali e sue veramente, come quelle che sono
la miglior dimostrazione estetica dell’idealismo artistico italiano
del cinquecento applicato al dramma; e l’Aminta per la finitezza
determinata pare far riscontro alla Gerusalemme e il Pastor fido per
la florida e bizzarra varietà all’Orlando. E voglionsi ricordare, non
tanto perché al meno nelle forme offersero quelle opere il passaggio
dall’idealismo del cinquecento alla maniera dell’Arcadia, quanto perché
il dramma pastorale e mitologico fu la materia propria della musica.
La poesia italiana nel suo progressivo idealizzarsi andò sempre piú
estenuandosi: a poco a poco non piú invenzione né movimento né azione,
non piú caratteri né passioni, non piú stile né forme: ma colori e
parole e suoni che simulavano lusinghieramente la vita; sin che la
poesia evaporò, e fu la musica: la musica, sola arte che all’Italia
rimanesse dopo il secolo decimosesto, e sola sua gloria per troppo
tempo di poi. La sua grande letteratura, la letteratura viva, nazionale
a un tempo ed umana, con la quale ella conciliò l’antichità e il medio
evo e rappresentò romanamente l’Europa innovata, finí co ’l Tasso.