Dopo ciò, chi si rechi a mente la contenenza della letteratura italiana
nel cinquecento, dovrà, se abbia osservato largamente e con quiete,
ammirare tanta ricchezza e originalità di prosa, tanta squisita
eleganza di poesia. Prima del cinquecento, per quanto grandi o felici
esempi individuali possano arrecarsi e contrapporsi da’ due secoli
anteriori, prima del cinquecento resta pur sempre vero che l’Italia
non ebbe prosa stabile e formata; e nel cinquecento questo, per cosí
dire, tipo nazionale di prosa lo ebbe. Non sarà quello che possa
piacere a noi, non risponderà ai nostri gusti e bisogni: ma allora
fu vivo e vero e bello, fu quel che occorreva alla coltura e civiltà
d’allora: tanto è vero che francesi e spagnoli lo presero ad imitare.
Né quella prosa era certamente, nella sua idealità tipica, tutta
uniforme o improntata a uno stampo: quanta varietà piú tosto e che
diversità dal Machiavelli al Caro, dal Sannazaro al Firenzuola, dal
Castiglione al Davanzati, dal Tasso al Cellini! Minore per contrario
nella moltitudine delle rime la varietà: ma negare la bontà estetica
di non poche tra quelle poesie italiane e latine non potrebbe senza
ingiustizia chi abbia conoscenza adeguata dell’arte: per esempio,
le Api del Rucellai e la Ninfa tiberina del Molza hanno la stessa
ragion d’essere che certi lavori d’oreficeria del Cellini. Se non che
tra tanta prosa e sí grave come mai tante rime e sí leggere? Se il
determinarsi della storia a genere letterario e la classificazione
della prosa sono i segni piú certi che l’intendimento e il lavoro
sociale dell’epopea e della poesia universalmente sono finiti, come
mai il cinquecento, non pur ricchissimo di storie e quali storie!,
ma che tutti produsse e perfezionò i generi della prosa, come poté
essere secolo poetico? Poetico veramente non fu, fu artistico. Dante
e il Boccaccio, il Boiardo e il Pulci, il Petrarca e il Poliziano
erano passati; e il popolo italiano era giunto alla maturità per mezzo
ogni maniera di esperimenti, eravi giunto un po’ lasso e disilluso e
tra tali circostanze che gli toglievano luogo e agio a rifarsi. Per
ciò la maturità sua non fu consolata di memorie o speranze liete,
non ebbe né Erodoto né Platone né Demostene: ebbe la intuizione del
reale nell’universo e l’idealismo dell’arte nella vita. Tali furono le
condizioni morali e le manifestazioni spirituali dell’Italia al secolo
decimosesto; e in queste ella cercava riposo da quelle, e ambedue erano
il portato necessario dello svolgimento anteriore; e si addimostrarono
piú che altrove insigni nelle opere di Nicolò Machiavelli e di Ludovico
Ariosto, nei quali pare che si raccolga e rifletta tutto ciò che
sparsamente fu il pensiero e l’arte italiana in quella età grande e
triste.
Negli scritti del Machiavelli risorge, senza pompa di toga e
spacciatamente succinto, il genio romano, pratico, ordinatore,
imperatorio, accresciuto della energia tumultuosa e della forte
pazienza dei Comuni, avvalorato alla fredezza della contemplazione
senza visioni dall’accoramento del cittadino che vede fuor di
speranza cadersi sotto gli occhi la patria e la repubblica. A misurar
giusto l’altezza del Principe, dei Discorsi su le Deche, dell’Arte
della guerra, delle Storie fiorentine, servono mirabilmente le
tante commissioni e provvisioni e le legazioni e relazioni del gran
segretario, dietro la cui scorta possiamo seguitarne i passi nella
conoscenza dei fatti e delle persone dell’Italia, dell’Europa,
del mondo. E l’uom si spaventa a considerare come non v’è cosa
per piccola la quale non si faccia immensa sotto la osservazione
di lui, che l’abbraccia la compenetra la riempie di luce per ogni
minutissima fibra: come con v’è personaggio o avvenimento grande
che sotto lo sguardo acuto freddo fisso di quell’occhio nero e duro
non rimpiccolisca. Come diventan meschini Massimiliano imperatore
e Luigi re di Francia, e che importanza acquistano la guerra di
Pisa e la ribellione d’Arezzo! E qual sublime e doloroso spettacolo
quella grandezza inaudita d’ingegno costretto a dibattersi impotente
nell’angustia dal difetto dei tempi! Egli, con in sé la forza di
un fatale institutore e legislator di repubbliche, dover vedere nel
1512 la ruina miserabile dell’onesto governo di Pier Soderini, dover
sentirsi interdetto il palazzo della Signoria dal misero governo del
cardinal Giulio: egli, con in mente tutta la futura rivoluzione del
pensiero europeo andare commissario di questo governo al capitolo dei
frati minori in Carpi, e riconoscere il sommo non della gratitudine
o della stima ma dei favori della sua patria e del secolo nella
provvisione con cui gli officiali dello Studio fiorentino, per volere
del cardinale dei Medici, lo stipendiano pe ’l termine di due anni
e a cento fiorini di lire quattro per anno, a far piú cose in loro
servigio, e, tra le altre, gli annali e le cronache fiorentine! E pure
né lagni né dispetti, e né meno l’ombra di una preoccupazione privata,
risalivano a turbare l’asciutta serenità di quell’alta mente virile,
quando nei tristi ozi della villa di San Casciano, dopo ingaglioffatosi
tutto il giorno giocando a tric trac e contendendo per un quattrino
con beccai mugnai e fornaciai, il segretario rientrava la sera nel suo
studio, e, spogliatosi quella vesta contadina tutta piena di fango
e rivestitosi condecentemente di panni reali e curiali, ritornava
a parlare con gli antichi uomini e a intrattenersi con loro da pari
a pari, pascendosi di quel cibo che solo era suo e per il quale era
nato. Ora in questo sentimento artistico di trattare e considerare la
politica in sé e per sé senza riguardo a un fine immediato, in questo
astrarre dalle apparenze parziali del presente transitorio per meglio
impossessarsi del reale eterno e immanente e assoggettarselo, in questo
punto è la singolarità dell’ingegno di Nicolò Machiavelli, ed in questo
egli prende e rende gli spiriti e gl’intendimenti tutti dell’Italia
del cinquecento. Chi potrebbe senza ingiustizia negare al Commines e
al De Thou qualità e virtú di osservatori e storici non comuni? ma essi
rimangono sempre incatenati al fatto presente: l’avvenimento giorno per
giorno impaccia loro il passo e ne occupa e ritiene troppo gli sguardi,
che non si stendono mai riposati su larga distesa. Nicolò Machiavelli
in vece non è propriamente il politico del tempo suo: forse nel
giudizio dei fatti e degli uomini di quel tempo, e certo nella larga
rappresentazione della storia contemporanea e nel sapiente svolger
dei fili che gli avvenimenti d’Italia collegavano a quelli d’Europa,
gli va innanzi d’assai Francesco Guicciardini, il piú poderoso storico
del Rinascimento. Ancora: il Machiavelli non ebbe forse l’attitudine e
l’abitudine storica; e le sue Storie fiorentine sono per avventura piú
tosto un gran libro di dimostrazione e un’eloquente opera politica,
che non una storia vera, esatta, fedele, ordinata della città di
Firenze; che anzi, e per la scelta critica e per la intierezza della
esposizione, lasciano a desiderare, e appariscono piú che altro
come la improvvisazione di un grand’ingegno. Che importa cotesto?
Il Machiavelli ha tre fasi e tre stili. Negli scritti d’officio, il
segretario fiorentino osserva, pensa e scrive, avvisato e arguto,
spigliato e serrato, in farsetto; è in somma fiorentino, come altri
molti, salvo la maggior prestanza dell’ingegno suo: nei lavori
letterarii, eccetto la Mandragora e la Commedia in versi, è anch’egli
rotondo e ridondante e profuso e incerto, e somiglia un po’ troppo agli
altri cinquecentisti della metà prima del secolo che avevano il gusto
non ancora formato: nelle Storie tiene molto delle virtú fiorentine,
e qualcosa dei vizi retorici, e non poco de’ pregi e delle qualità sue
proprie uniche e sole: pregi e qualità che risplendono nell’Arte della
guerra e specialmente nel Principe e nei Discorsi. In coteste opere
lo stile è combattimento, combattimento a corpo a corpo della parola
lucidissima col profondissimo pensiero; e l’alitare del combattente
rileva a pena il tessuto sopraffino delle maglie sottilissime del
periodo; e i colpi sono freddi, spessi, sicuri, e dati co ’l riposo
solenne e leggiadro di schermidore maestro. Imperocché non bisogna
credere che la conversazione serale del villeggiante di San Casciano
fosse cosí idilliaca com’egli ce la descrive nella mirabile lettera del
10 decembre 1513, onde la ho riferita piú sopra: non gli credete ch’ei
si rivestisse di panni reali e tanto men di curiali. Egli con la vesta
contadina spogliavasi ogni vezzo, ogni affezione nazionale e cittadina,
e nell’atletica nudità muscolosa del suo pensiero lottava con tutte le
apparizioni monumentali e gigantesche e mostruose del tempo antico e
del nuovo, e se le abbatteva a’ piedi, e le cacciava dal campo della
storia, per poi su quello disgombrato continuare la sua lotta fredda,
accanita, anelante, co ’l fenomeno informe del fatto politico. Da
alcuni luoghi dei Discorsi su le Deche e dalle Storie apparrebbe che
egli intendesse a dar documenti e instituzioni di repubblica; dalla
conchiusione del Principe, ch’egli pensasse alla unificazione d’Italia:
e all’Italia gitta qualche volta un grido di fiero amore, e volge gli
occhi quasi in cerca di qualcheduno, sia un Borgia sia un Medici, che
metta le mani nelle trecce alla sciagurata e la strappi alle voglie dei
forestieri e dei preti, dell’imperatore e del papa. Ma non lasciate
illudervi al movimento passionato dell’istante. Egli torna subito
e tutto freddo a studiare cosí la patria sua come la patria degli
Svizzeri e le altre patrie antiche e moderne, a dissolvere e ricomporre
cosí monarchie, come repubbliche, a discutere dittatori e profeti, re
e numi. E stritolando sotto i suoi colpi il mondo eroico e il mondo
sacro, e soffiando via con un alito il mondo artisticamente fattizio
del Rinascimento, prepara la rivoluzione e la informa alla pura energia
del pensiero umano.
Di Ludovico Ariosto non si può dire che preparasse o incominciasse un
rivolgimento nella poesia: perocché, mentre le opere del Machiavelli
segnano il passaggio della conscienza e del pensiero della nazione
italiana dalla concezione e produzione fantastica alla osservazione
sperimentale e reale, la maggior poesia dell’Ariosto è l’ultimo
fenomeno di quel primo stato, il frutto maturo di quella fervida
estate: ma del resto, come per il Machiavelli la meditazione politica
è fine a se stessa, cosí per l’Ariosto la poesia: egli è tra i poeti
italiani quello che piú veramente fece ciò che i moderni dicono
l’arte per l’arte. Non che l’Ariosto non sentisse i mali della patria
e le brutture di quel mondo tra cui era sortito a vivere; che anzi
se ne compianse e se ne sdegnò piú d’una volta, e diè anche qualche
crollo per iscuoter via dalle sue belle ali di fenice la polvere e
il fango della corte e del secolo. Ma poi egli cercava e trovava per
sé e apriva altrui un refugio nell’arte. E l’arte ei non trattò né
come un simbolo né come un apologo né come la dimostrazione di una
tesi: egli inventò per amore dell’invenzione, tutto inteso a svolgere
dilettosamente la sua facoltà creativa e a riprodurre moltiplicata
la sua lieta e serena fantasia per mille aspetti e in mille forme,
che empiessero a lui di sorrisi gl’intervalli della vita e di luce
e di canto all’Italia gl’intermezzi del triste dramma storico che
precipitava alla catastrofe. Egli fece quel che desiderava, quel che
voleva e inspirava l’Italia d’allora: un’opera da esser letta nelle
sale del ducal palazzo d’Urbino immenso e leggiadro, posto che avesse
termine il Castiglione ai discorsi di gentilezza e d’amore, tra i
cerchi delle gentildonne presiedute dalla elegante e pensosa Elisabetta
Gonzaga: un’opera da esser letta nelle sale del castello di Ferrara o
del palazzo di Belfiore, dopo alcuno dei pranzi inauditamente sfarzosi
d’Alfonso primo, tra i cavalieri italiani e francesi concorsi ai
tornei ed alle feste, arridente Lucrezia Borgia che sapea di latino
e ammirante la giovinetta Renata di Francia: un’opera da poter esser
letta nelle sale di Roma o di Venezia, alle cui pareti ridesse o una
Galatea affrescata da Raffaello o una Venere colorita da Tiziano, nel
cui mezzo risplendesse un candelabro di Benvenuto e si contorcesse
in un angolo un satiro di bronzo di Michelangelo; sale che la sera
potessero essere preparate per la recitazione della Calandra o della
Mandragora o della Cassaria: un’opera in fine da potere esser letta
e cantata per le vie di Ferrara, su le piazze e i ponti di Roma e di
Firenze, ne’ canali di Venezia, su ’l porto di Napoli, da un popolo
abituato a spettacoli e pompe di cui eran parte imperatori e re e
principi e cavalieri e soldati di tutte le lingue d’Europa, francesi,
spagnoli, tedeschi, fiamminghi; da un popolo abituato a vedersi da un
giorno all’altro sorgere sotto gli occhi quei palazzi quelle chiese
quelle piazze e fontane di stile e di ornato cosí originalmente
classico cosí bizzarramente puro, a contemplare in quelle chiese in
quei palazzi in quelle piazze tanta copia di statue e di bassorilievi
e di quadri e di cose belle, che a ripensarci in questa gretta e
gelida vita odierna, nella quale per riscaldarci leggiamo o inventiamo
ciascuno a nostra posta un sistema estetico al giorno, paiono un giuoco
di ridenti e prodighe fate: e tutto ciò in mezzo a rumore di guerre
grosse e spicciolate, lente e furiose, lunghe, rinnovate, continue,
che desolavano regioni intiere per lunghi anni, e oggi levavano di
mezzo uno stato, domani un altro. Cotali circostanze, tra le quali fu
maturato e compito l’Orlando furioso, aiutano a intendere e a mostrare
ciò che l’opera sia. È la riproduzione della vita esterna, estetica
e morale, d’allora: è uno specchio in cui apparenze straordinarie,
mobili, instabili, abbaglianti, ma senza fisionomia, s’affacciano,
s’intrecciano, s’inseguono, spariscono, rapite, improvvise, inconsulte:
all’Orlando furioso manca il nodo epico, come alla storia italiana
del cinquecento una ragione intima sua. Ma non perciò l’opera è
meno meravigliosa. L’Ariosto, pur lavorandovi intorno con quella
serietà che gli artisti grandi portano nelle cose dell’arte, non ebbe
l’intendimento di fare un poema, un di quei poemi di composizione
riflessa che pur tengono sí alto luogo nelle età secondarie di una
letteratura: senza rendersene forse ragione, egli sentiva che la
cavalleria, cosa rimorta, non poteva dar vita a un poema. Ma anche
sottilizzò, e con poco adeguata conoscenza dell’uomo e del tempo, chi
sostenne ch’e’ mirasse a una parodia de’ poemi cavallereschi, ch’e’
fosse come il precursore del Cervantes. L’Ariosto non ebbe secondi
fini: egli intese di fare un romanzo da dilettare e meravigliare la
generazione tra cui viveva. L’epopea francese, che dovrebbe essere la
materia sua, non gli è che mezzo: il Boiardo aveva empito della sua
fama e dell’infinito poema gli ultimi anni del secolo decimoquinto,
e abituato specialmente la corte e la città di Ferrara a quel genere:
l’Ariosto, che l’aveva fin da giovinetto ammirato, maturo lo continuò:
era il piú comodo: Ferrara con i suoi antichissimi estensi non era
omai la città epica e romanzesca? Ma della leggenda epica francese il
fondo è storico; l’anima, nazionale e cristiana; la forma, popolare
e primitiva come poteva nel medio evo: dalla parte loro gl’italiani,
che prima dell’Ariosto avean preso a rifare tutto cotesto, avean
pure, secondo che eran borghesi o cavalieri, dato a quei loro poemi,
di genere, per cosí dire, composito, le sembianze nazionali del tempo
loro e del loro ordine. L’Ariosto no: egli, intimamente italiano nella
pienezza armonica delle sue facoltà e nella determinatezza smagliante
del colorito, nel soggetto e nei caratteri non è poi né italiano né
francese: di storico non ha che le appendici estensi, di nazionale
che qualche grido di dolore mandato quasi tra parentesi. L’Italia
si presentava per l’ultima volta nella sua sembianza cosmopolitica
e romana di capitale dell’Europa; e come avea dato al medio evo il
maggior poeta cristiano in Dante, cosí diede al Rinascimento il
maggiore artista pagano nell’Ariosto. Ed egli, come Michelangelo
le statue bibliche, come Raffaello le Vergini, moltiplicava le sue
fantasie di dame e cavalieri e amori per versar loro attorno tutti i
tesori della divina arte plastica greca e romana. Direste che egli si
compiacesse di veder tumultuare nel mondo fantastico da sé creato un
popolo d’imperatori e di re e di guerrieri e di donne e di giganti e di
nani e di mostri e di spiriti e di maghi e di fate, per poi trarseli
dietro ammaliati al suono dell’orfica lira e attelati al suo carro
infrenarli con le redini d’oro dell’Apollo ellenico.