IV.

Dopo ciò, chi si rechi a mente la contenenza della letteratura italiana

nel cinquecento, dovrà, se abbia osservato largamente e con quiete,

ammirare tanta ricchezza e originalità di prosa, tanta squisita

eleganza di poesia. Prima del cinquecento, per quanto grandi o felici

esempi individuali possano arrecarsi e contrapporsi da’ due secoli

anteriori, prima del cinquecento resta pur sempre vero che l’Italia

non ebbe prosa stabile e formata; e nel cinquecento questo, per cosí

dire, tipo nazionale di prosa lo ebbe. Non sarà quello che possa

piacere a noi, non risponderà ai nostri gusti e bisogni: ma allora

fu vivo e vero e bello, fu quel che occorreva alla coltura e civiltà

d’allora: tanto è vero che francesi e spagnoli lo presero ad imitare.

Né quella prosa era certamente, nella sua idealità tipica, tutta

uniforme o improntata a uno stampo: quanta varietà piú tosto e che

diversità dal Machiavelli al Caro, dal Sannazaro al Firenzuola, dal

Castiglione al Davanzati, dal Tasso al Cellini! Minore per contrario

nella moltitudine delle rime la varietà: ma negare la bontà estetica

di non poche tra quelle poesie italiane e latine non potrebbe senza

ingiustizia chi abbia conoscenza adeguata dell’arte: per esempio,

le Api del Rucellai e la Ninfa tiberina del Molza hanno la stessa

ragion d’essere che certi lavori d’oreficeria del Cellini. Se non che

tra tanta prosa e sí grave come mai tante rime e sí leggere? Se il

determinarsi della storia a genere letterario e la classificazione

della prosa sono i segni piú certi che l’intendimento e il lavoro

sociale dell’epopea e della poesia universalmente sono finiti, come

mai il cinquecento, non pur ricchissimo di storie e quali storie!,

ma che tutti produsse e perfezionò i generi della prosa, come poté

essere secolo poetico? Poetico veramente non fu, fu artistico. Dante

e il Boccaccio, il Boiardo e il Pulci, il Petrarca e il Poliziano

erano passati; e il popolo italiano era giunto alla maturità per mezzo

ogni maniera di esperimenti, eravi giunto un po’ lasso e disilluso e

tra tali circostanze che gli toglievano luogo e agio a rifarsi. Per

ciò la maturità sua non fu consolata di memorie o speranze liete,

non ebbe né Erodoto né Platone né Demostene: ebbe la intuizione del

reale nell’universo e l’idealismo dell’arte nella vita. Tali furono le

condizioni morali e le manifestazioni spirituali dell’Italia al secolo

decimosesto; e in queste ella cercava riposo da quelle, e ambedue erano

il portato necessario dello svolgimento anteriore; e si addimostrarono

piú che altrove insigni nelle opere di Nicolò Machiavelli e di Ludovico

Ariosto, nei quali pare che si raccolga e rifletta tutto ciò che

sparsamente fu il pensiero e l’arte italiana in quella età grande e

triste.

Negli scritti del Machiavelli risorge, senza pompa di toga e

spacciatamente succinto, il genio romano, pratico, ordinatore,

imperatorio, accresciuto della energia tumultuosa e della forte

pazienza dei Comuni, avvalorato alla fredezza della contemplazione

senza visioni dall’accoramento del cittadino che vede fuor di

speranza cadersi sotto gli occhi la patria e la repubblica. A misurar

giusto l’altezza del Principe, dei Discorsi su le Deche, dell’Arte

della guerra, delle Storie fiorentine, servono mirabilmente le

tante commissioni e provvisioni e le legazioni e relazioni del gran

segretario, dietro la cui scorta possiamo seguitarne i passi nella

conoscenza dei fatti e delle persone dell’Italia, dell’Europa,

del mondo. E l’uom si spaventa a considerare come non v’è cosa

per piccola la quale non si faccia immensa sotto la osservazione

di lui, che l’abbraccia la compenetra la riempie di luce per ogni

minutissima fibra: come con v’è personaggio o avvenimento grande

che sotto lo sguardo acuto freddo fisso di quell’occhio nero e duro

non rimpiccolisca. Come diventan meschini Massimiliano imperatore

e Luigi re di Francia, e che importanza acquistano la guerra di

Pisa e la ribellione d’Arezzo! E qual sublime e doloroso spettacolo

quella grandezza inaudita d’ingegno costretto a dibattersi impotente

nell’angustia dal difetto dei tempi! Egli, con in sé la forza di

un fatale institutore e legislator di repubbliche, dover vedere nel

1512 la ruina miserabile dell’onesto governo di Pier Soderini, dover

sentirsi interdetto il palazzo della Signoria dal misero governo del

cardinal Giulio: egli, con in mente tutta la futura rivoluzione del

pensiero europeo andare commissario di questo governo al capitolo dei

frati minori in Carpi, e riconoscere il sommo non della gratitudine

o della stima ma dei favori della sua patria e del secolo nella

provvisione con cui gli officiali dello Studio fiorentino, per volere

del cardinale dei Medici, lo stipendiano pe ’l termine di due anni

e a cento fiorini di lire quattro per anno, a far piú cose in loro

servigio, e, tra le altre, gli annali e le cronache fiorentine! E pure

né lagni né dispetti, e né meno l’ombra di una preoccupazione privata,

risalivano a turbare l’asciutta serenità di quell’alta mente virile,

quando nei tristi ozi della villa di San Casciano, dopo ingaglioffatosi

tutto il giorno giocando a tric trac e contendendo per un quattrino

con beccai mugnai e fornaciai, il segretario rientrava la sera nel suo

studio, e, spogliatosi quella vesta contadina tutta piena di fango

e rivestitosi condecentemente di panni reali e curiali, ritornava

a parlare con gli antichi uomini e a intrattenersi con loro da pari

a pari, pascendosi di quel cibo che solo era suo e per il quale era

nato. Ora in questo sentimento artistico di trattare e considerare la

politica in sé e per sé senza riguardo a un fine immediato, in questo

astrarre dalle apparenze parziali del presente transitorio per meglio

impossessarsi del reale eterno e immanente e assoggettarselo, in questo

punto è la singolarità dell’ingegno di Nicolò Machiavelli, ed in questo

egli prende e rende gli spiriti e gl’intendimenti tutti dell’Italia

del cinquecento. Chi potrebbe senza ingiustizia negare al Commines e

al De Thou qualità e virtú di osservatori e storici non comuni? ma essi

rimangono sempre incatenati al fatto presente: l’avvenimento giorno per

giorno impaccia loro il passo e ne occupa e ritiene troppo gli sguardi,

che non si stendono mai riposati su larga distesa. Nicolò Machiavelli

in vece non è propriamente il politico del tempo suo: forse nel

giudizio dei fatti e degli uomini di quel tempo, e certo nella larga

rappresentazione della storia contemporanea e nel sapiente svolger

dei fili che gli avvenimenti d’Italia collegavano a quelli d’Europa,

gli va innanzi d’assai Francesco Guicciardini, il piú poderoso storico

del Rinascimento. Ancora: il Machiavelli non ebbe forse l’attitudine e

l’abitudine storica; e le sue Storie fiorentine sono per avventura piú

tosto un gran libro di dimostrazione e un’eloquente opera politica,

che non una storia vera, esatta, fedele, ordinata della città di

Firenze; che anzi, e per la scelta critica e per la intierezza della

esposizione, lasciano a desiderare, e appariscono piú che altro

come la improvvisazione di un grand’ingegno. Che importa cotesto?

Il Machiavelli ha tre fasi e tre stili. Negli scritti d’officio, il

segretario fiorentino osserva, pensa e scrive, avvisato e arguto,

spigliato e serrato, in farsetto; è in somma fiorentino, come altri

molti, salvo la maggior prestanza dell’ingegno suo: nei lavori

letterarii, eccetto la Mandragora e la Commedia in versi, è anch’egli

rotondo e ridondante e profuso e incerto, e somiglia un po’ troppo agli

altri cinquecentisti della metà prima del secolo che avevano il gusto

non ancora formato: nelle Storie tiene molto delle virtú fiorentine,

e qualcosa dei vizi retorici, e non poco de’ pregi e delle qualità sue

proprie uniche e sole: pregi e qualità che risplendono nell’Arte della

guerra e specialmente nel Principe e nei Discorsi. In coteste opere

lo stile è combattimento, combattimento a corpo a corpo della parola

lucidissima col profondissimo pensiero; e l’alitare del combattente

rileva a pena il tessuto sopraffino delle maglie sottilissime del

periodo; e i colpi sono freddi, spessi, sicuri, e dati co ’l riposo

solenne e leggiadro di schermidore maestro. Imperocché non bisogna

credere che la conversazione serale del villeggiante di San Casciano

fosse cosí idilliaca com’egli ce la descrive nella mirabile lettera del

10 decembre 1513, onde la ho riferita piú sopra: non gli credete ch’ei

si rivestisse di panni reali e tanto men di curiali. Egli con la vesta

contadina spogliavasi ogni vezzo, ogni affezione nazionale e cittadina,

e nell’atletica nudità muscolosa del suo pensiero lottava con tutte le

apparizioni monumentali e gigantesche e mostruose del tempo antico e

del nuovo, e se le abbatteva a’ piedi, e le cacciava dal campo della

storia, per poi su quello disgombrato continuare la sua lotta fredda,

accanita, anelante, co ’l fenomeno informe del fatto politico. Da

alcuni luoghi dei Discorsi su le Deche e dalle Storie apparrebbe che

egli intendesse a dar documenti e instituzioni di repubblica; dalla

conchiusione del Principe, ch’egli pensasse alla unificazione d’Italia:

e all’Italia gitta qualche volta un grido di fiero amore, e volge gli

occhi quasi in cerca di qualcheduno, sia un Borgia sia un Medici, che

metta le mani nelle trecce alla sciagurata e la strappi alle voglie dei

forestieri e dei preti, dell’imperatore e del papa. Ma non lasciate

illudervi al movimento passionato dell’istante. Egli torna subito

e tutto freddo a studiare cosí la patria sua come la patria degli

Svizzeri e le altre patrie antiche e moderne, a dissolvere e ricomporre

cosí monarchie, come repubbliche, a discutere dittatori e profeti, re

e numi. E stritolando sotto i suoi colpi il mondo eroico e il mondo

sacro, e soffiando via con un alito il mondo artisticamente fattizio

del Rinascimento, prepara la rivoluzione e la informa alla pura energia

del pensiero umano.

Di Ludovico Ariosto non si può dire che preparasse o incominciasse un

rivolgimento nella poesia: perocché, mentre le opere del Machiavelli

segnano il passaggio della conscienza e del pensiero della nazione

italiana dalla concezione e produzione fantastica alla osservazione

sperimentale e reale, la maggior poesia dell’Ariosto è l’ultimo

fenomeno di quel primo stato, il frutto maturo di quella fervida

estate: ma del resto, come per il Machiavelli la meditazione politica

è fine a se stessa, cosí per l’Ariosto la poesia: egli è tra i poeti

italiani quello che piú veramente fece ciò che i moderni dicono

l’arte per l’arte. Non che l’Ariosto non sentisse i mali della patria

e le brutture di quel mondo tra cui era sortito a vivere; che anzi

se ne compianse e se ne sdegnò piú d’una volta, e diè anche qualche

crollo per iscuoter via dalle sue belle ali di fenice la polvere e

il fango della corte e del secolo. Ma poi egli cercava e trovava per

sé e apriva altrui un refugio nell’arte. E l’arte ei non trattò né

come un simbolo né come un apologo né come la dimostrazione di una

tesi: egli inventò per amore dell’invenzione, tutto inteso a svolgere

dilettosamente la sua facoltà creativa e a riprodurre moltiplicata

la sua lieta e serena fantasia per mille aspetti e in mille forme,

che empiessero a lui di sorrisi gl’intervalli della vita e di luce

e di canto all’Italia gl’intermezzi del triste dramma storico che

precipitava alla catastrofe. Egli fece quel che desiderava, quel che

voleva e inspirava l’Italia d’allora: un’opera da esser letta nelle

sale del ducal palazzo d’Urbino immenso e leggiadro, posto che avesse

termine il Castiglione ai discorsi di gentilezza e d’amore, tra i

cerchi delle gentildonne presiedute dalla elegante e pensosa Elisabetta

Gonzaga: un’opera da esser letta nelle sale del castello di Ferrara o

del palazzo di Belfiore, dopo alcuno dei pranzi inauditamente sfarzosi

d’Alfonso primo, tra i cavalieri italiani e francesi concorsi ai

tornei ed alle feste, arridente Lucrezia Borgia che sapea di latino

e ammirante la giovinetta Renata di Francia: un’opera da poter esser

letta nelle sale di Roma o di Venezia, alle cui pareti ridesse o una

Galatea affrescata da Raffaello o una Venere colorita da Tiziano, nel

cui mezzo risplendesse un candelabro di Benvenuto e si contorcesse

in un angolo un satiro di bronzo di Michelangelo; sale che la sera

potessero essere preparate per la recitazione della Calandra o della

Mandragora o della Cassaria: un’opera in fine da potere esser letta

e cantata per le vie di Ferrara, su le piazze e i ponti di Roma e di

Firenze, ne’ canali di Venezia, su ’l porto di Napoli, da un popolo

abituato a spettacoli e pompe di cui eran parte imperatori e re e

principi e cavalieri e soldati di tutte le lingue d’Europa, francesi,

spagnoli, tedeschi, fiamminghi; da un popolo abituato a vedersi da un

giorno all’altro sorgere sotto gli occhi quei palazzi quelle chiese

quelle piazze e fontane di stile e di ornato cosí originalmente

classico cosí bizzarramente puro, a contemplare in quelle chiese in

quei palazzi in quelle piazze tanta copia di statue e di bassorilievi

e di quadri e di cose belle, che a ripensarci in questa gretta e

gelida vita odierna, nella quale per riscaldarci leggiamo o inventiamo

ciascuno a nostra posta un sistema estetico al giorno, paiono un giuoco

di ridenti e prodighe fate: e tutto ciò in mezzo a rumore di guerre

grosse e spicciolate, lente e furiose, lunghe, rinnovate, continue,

che desolavano regioni intiere per lunghi anni, e oggi levavano di

mezzo uno stato, domani un altro. Cotali circostanze, tra le quali fu

maturato e compito l’Orlando furioso, aiutano a intendere e a mostrare

ciò che l’opera sia. È la riproduzione della vita esterna, estetica

e morale, d’allora: è uno specchio in cui apparenze straordinarie,

mobili, instabili, abbaglianti, ma senza fisionomia, s’affacciano,

s’intrecciano, s’inseguono, spariscono, rapite, improvvise, inconsulte:

all’Orlando furioso manca il nodo epico, come alla storia italiana

del cinquecento una ragione intima sua. Ma non perciò l’opera è

meno meravigliosa. L’Ariosto, pur lavorandovi intorno con quella

serietà che gli artisti grandi portano nelle cose dell’arte, non ebbe

l’intendimento di fare un poema, un di quei poemi di composizione

riflessa che pur tengono sí alto luogo nelle età secondarie di una

letteratura: senza rendersene forse ragione, egli sentiva che la

cavalleria, cosa rimorta, non poteva dar vita a un poema. Ma anche

sottilizzò, e con poco adeguata conoscenza dell’uomo e del tempo, chi

sostenne ch’e’ mirasse a una parodia de’ poemi cavallereschi, ch’e’

fosse come il precursore del Cervantes. L’Ariosto non ebbe secondi

fini: egli intese di fare un romanzo da dilettare e meravigliare la

generazione tra cui viveva. L’epopea francese, che dovrebbe essere la

materia sua, non gli è che mezzo: il Boiardo aveva empito della sua

fama e dell’infinito poema gli ultimi anni del secolo decimoquinto,

e abituato specialmente la corte e la città di Ferrara a quel genere:

l’Ariosto, che l’aveva fin da giovinetto ammirato, maturo lo continuò:

era il piú comodo: Ferrara con i suoi antichissimi estensi non era

omai la città epica e romanzesca? Ma della leggenda epica francese il

fondo è storico; l’anima, nazionale e cristiana; la forma, popolare

e primitiva come poteva nel medio evo: dalla parte loro gl’italiani,

che prima dell’Ariosto avean preso a rifare tutto cotesto, avean

pure, secondo che eran borghesi o cavalieri, dato a quei loro poemi,

di genere, per cosí dire, composito, le sembianze nazionali del tempo

loro e del loro ordine. L’Ariosto no: egli, intimamente italiano nella

pienezza armonica delle sue facoltà e nella determinatezza smagliante

del colorito, nel soggetto e nei caratteri non è poi né italiano né

francese: di storico non ha che le appendici estensi, di nazionale

che qualche grido di dolore mandato quasi tra parentesi. L’Italia

si presentava per l’ultima volta nella sua sembianza cosmopolitica

e romana di capitale dell’Europa; e come avea dato al medio evo il

maggior poeta cristiano in Dante, cosí diede al Rinascimento il

maggiore artista pagano nell’Ariosto. Ed egli, come Michelangelo

le statue bibliche, come Raffaello le Vergini, moltiplicava le sue

fantasie di dame e cavalieri e amori per versar loro attorno tutti i

tesori della divina arte plastica greca e romana. Direste che egli si

compiacesse di veder tumultuare nel mondo fantastico da sé creato un

popolo d’imperatori e di re e di guerrieri e di donne e di giganti e di

nani e di mostri e di spiriti e di maghi e di fate, per poi trarseli

dietro ammaliati al suono dell’orfica lira e attelati al suo carro

infrenarli con le redini d’oro dell’Apollo ellenico.

Pagine di storia letteraria · 第 88 / 157 题