III.

Il sin qui detto mi esenterà da altre apologie e da parziali difese, e

servirà pure a determinar meglio l’essere e i modi della letteratura

italiana nel secolo decimosesto. Il cui svolgimento procedé poi cosí

largo e magnifico, che le ragioni di tutte le sue varietà non possono

restar contenute nei limiti di un discorso: del resto, chi non sa esser

quella, almeno per gli effetti largamente ed efficacemente prodotti su

la nuova coltura europea, l’età piú gloriosa delle lettere italiane?

E io credo che nulla di propriamente nuovo avanzi a dire, per esempio,

su ’l Machiavelli o su l’Ariosto: essi, rispetto a Dante e agli altri

scrittori del trecento e del quattrocento, sono moderni, o sí veramente

principiasi con essi quella età che fu moderna fino all’ottantanove,

che sussiste ancora per poco: tutti noi gli comprendiamo a un modo, e

l’Europa li ha giudicati con la sicurtà del senso recente. Per ciò, a

non voler ripetere cose già dette, mi contenterò di rilevare piú netto

ch’io possa le linee del movimento e i contorni del confine di quella

letteratura.

Della quale se il decimosesto secolo vide il frutto, il germe fu

nel decimoquinto. Nel secolo decimoquinto eran nati a poca distanza

tra loro il Machiavelli il Buonarroti il Guicciardini che in sé

accolsero gli ultimi spiriti dei Comuni e la somma dell’esperienza

e le virtú estreme del reggimento libero, e il Sannazaro il Bembo il

Castiglione, rappresentanti della piú eletta cultura aulica secondo

l’intendimento di Dante, che sórsero dittatori del bel costume alle

nuove generazioni e del linguaggio regolare e dello stile elegante. Nel

secolo decimoquinto era cresciuto l’Ariosto, che nella maggiore opera

sua procede senza dubbio dal Boiardo: come il Machiavelli procede per

una piccola parte dalla erudizione e dalla critica degli umanisti,

per esempio, del Valla, e indubbiamente poi ritrae la materia e il

meccanismo di storico piú dagli storiografi latini del quattrocento che

dai cronisti del trecento.

Anzi che concepimenti e produzioni nuove, vide adunque il secolo

decimosesto compiersi e fermarsi, nell’accordo delle attività diverse

e nell’armonia delle forme, l’ultimo perfezionamento di tutta la

produzione anteriore ancor viva o vitale. La letteratura del trecento

nella espressione artistica era stata individuale e d’impronta toscana:

quella del quattrocento, parziale e federale: quella del cinquecento fu

una, classica, italiana.

Sí, il carattere piú rilevatamente storico ed estetico della

letteratura del cinquecento è l’unità nel classicismo della forma e

nella italianità della lingua. L’unità italica non risultò mai cosí

evidente nell’arte come in quel secolo: parve che la patria nostra

nell’imminenza del suo sfacelo politico intendesse con ogni vigor

che le avanzava a chiarirsi ed affermarsi nazione. E tuttavia non vi

fu sforzo: era l’ultima conseguente modificazione dello svolgimento.

Cessato l’urto tra i diversi elementi a mano a mano con l’estinguersi

sin dalla fine del secolo decimoterzo dell’elemento feudale, co ’l

languire del religioso e co ’l sormontare necessario dell’elemento

nazionale; cessò nel secolo decimosesto anche il dissidio tra le due

forze o tendenze differenti di quest’ultimo elemento, l’aristocratica

e la democratica, la unitaria e la federale, la romana e l’italica:

forze e tendenze che Dante aveva già riconosciute e contrassegnate,

quando distingueva l’idioma illustre, cardinale, aulico, curiale, e

la poesia che in quello componevasi, dal volgare plebeo e paesano. Il

contrasto e il distacco tra Dante e l’Angiolieri, tra Battista Alberti

e il Burchiello, tra il Boiardo e Sostegno di Zanobi, non fu piú

possibile nel cinquecento come fatto letterario notevole e notato. Il

processo di assimilazione era compito, dell’assimilazione della materia

indigena e medievale co ’l classicismo rinato; e le idee e le forme ne

avean preso un atteggiamento nuovo. L’assimilazione, se vuolsi, non fu

tutta omogenea, e l’atteggiamento non senza sforzo: ma la mutazione o,

meglio, la trasformazione era avvenuta. Di che deesi per gran parte

recar la cagione all’avere la coltura classica acquistato sempre piú

del terreno: ma è anche vero che il popolo nel secolo decimosesto si

ritrasse quasi volontario dall’intervenir piú come autore nel lavoro

letterario. E di codesto ritrarsi altri potrebbe, con apparenza e forse

con parte di verità, trovar la ragione nella caduta d’ogni reggimento

democratico, nel forzato spegnersi della vita pubblica e nella società

artifiziata delle corti e delle academie da per tutto prevalsa. Sebbene

è forse piú vero che quello che nel nostro popolo, non nuovo e per ciò

non intimamente poeta, vigeva d’impulso creatore o modificatore, erasi

omai rilassato. E di fatti pare che l’avvenimento dell’ottava, metro

popolare e per ciò passato in silenzio dall’autore del Vulgare Eloquio

e dagli altri trattatisti del trecento, al regno dell’epopea classica

segni l’ultimo grado dell’ascensione poetica del popolo italiano;

come il suo sentimento soggettivo era evaporato compenetrando la

parte piú viva e calda della lirica del duecento e del quattrocento,

del Cavalcanti e del Poliziano, cosí il sentimento oggettivo si era

idealizzato, o stava idealizzandosi, ne’ poemi dell’Ariosto e del

Tasso: dopo di che, pago a contemplare e ad ammirare in quei poemi la

sua trasformazione ideale, il popolo italiano non diè veramente piú

opera, né con inspirare le forme né con provvedere gli argomenti, al

lavoro letterario nazionale. Nella lingua avvenne quasi lo stesso. Il

primato della Toscana, la quale co ’l suo dialetto foggiato a idioma

letterario rappresentava la tendenza popolare, scadde un tal poco

nel cinquecento; ma le successe l’Italia, e piemontesi e istriani

e marchigiani e lombardi scrissero regolarmente e quasi ad un tipo

solo. E primo introduttore del regolare italiano nel mezzogiorno fu

un solenne poeta latino, il Sannazaro; e primo a fermare in regole

pratiche la grammatica e a restituire il bell’uso del Petrarca e

del Boccaccio fu il Bembo, la cui maggiore opera è di prosa latina:

tanto è vero che in questo fatto della unificazione e formazion della

lingua e della prosa è piú veramente e specialmente da riconoscere il

lavorío lungo lento instancabile della tradizione aulica e dotta. Già

da principio Guittone nelle Lettere, Dante nel Convito, e in tutte le

prose il Boccaccio, avevano inteso a cotesto, con l’esempio del latino

essi toscani; e solo il molto uso del latino nel secolo decimoquinto

riuscí a disciplinare le impazienze anarchiche delle regioni italiane:

allo specchio del latino gli altri dialetti si raffrontarono col

toscano, e il toscano si rassettò; e in quel rassettamento, che fu

concessione, venne accolto. Cosí nel secolo decimosesto il concetto

del Vulgare Eloquio e di tutta la teorica di Dante era effettuato,

e assommato l’edifizio della letteratura nazionale. E pure cotesta

classica unità letteraria, fatta bene ma con un po’ di sopraffazione

e di frode, come del resto tutte le unità, lasciò in fine solo e

malcontento il popolo. E questo, per quel tanto che gli era rimasto

di vita, fece la secessione nel campo de’ dialetti. In fatti, la

letteratura dei dialetti, ricchissima negli ultimi tre secoli e

piú originale, in molte parti, che non la nazionale, incomincia dal

cinquecento; e in essa sopravvive l’autonomia fantastica e artistica

delle regioni.

Pagine di storia letteraria · 第 87 / 157 题