Il sin qui detto mi esenterà da altre apologie e da parziali difese, e
servirà pure a determinar meglio l’essere e i modi della letteratura
italiana nel secolo decimosesto. Il cui svolgimento procedé poi cosí
largo e magnifico, che le ragioni di tutte le sue varietà non possono
restar contenute nei limiti di un discorso: del resto, chi non sa esser
quella, almeno per gli effetti largamente ed efficacemente prodotti su
la nuova coltura europea, l’età piú gloriosa delle lettere italiane?
E io credo che nulla di propriamente nuovo avanzi a dire, per esempio,
su ’l Machiavelli o su l’Ariosto: essi, rispetto a Dante e agli altri
scrittori del trecento e del quattrocento, sono moderni, o sí veramente
principiasi con essi quella età che fu moderna fino all’ottantanove,
che sussiste ancora per poco: tutti noi gli comprendiamo a un modo, e
l’Europa li ha giudicati con la sicurtà del senso recente. Per ciò, a
non voler ripetere cose già dette, mi contenterò di rilevare piú netto
ch’io possa le linee del movimento e i contorni del confine di quella
letteratura.
Della quale se il decimosesto secolo vide il frutto, il germe fu
nel decimoquinto. Nel secolo decimoquinto eran nati a poca distanza
tra loro il Machiavelli il Buonarroti il Guicciardini che in sé
accolsero gli ultimi spiriti dei Comuni e la somma dell’esperienza
e le virtú estreme del reggimento libero, e il Sannazaro il Bembo il
Castiglione, rappresentanti della piú eletta cultura aulica secondo
l’intendimento di Dante, che sórsero dittatori del bel costume alle
nuove generazioni e del linguaggio regolare e dello stile elegante. Nel
secolo decimoquinto era cresciuto l’Ariosto, che nella maggiore opera
sua procede senza dubbio dal Boiardo: come il Machiavelli procede per
una piccola parte dalla erudizione e dalla critica degli umanisti,
per esempio, del Valla, e indubbiamente poi ritrae la materia e il
meccanismo di storico piú dagli storiografi latini del quattrocento che
dai cronisti del trecento.
Anzi che concepimenti e produzioni nuove, vide adunque il secolo
decimosesto compiersi e fermarsi, nell’accordo delle attività diverse
e nell’armonia delle forme, l’ultimo perfezionamento di tutta la
produzione anteriore ancor viva o vitale. La letteratura del trecento
nella espressione artistica era stata individuale e d’impronta toscana:
quella del quattrocento, parziale e federale: quella del cinquecento fu
una, classica, italiana.
Sí, il carattere piú rilevatamente storico ed estetico della
letteratura del cinquecento è l’unità nel classicismo della forma e
nella italianità della lingua. L’unità italica non risultò mai cosí
evidente nell’arte come in quel secolo: parve che la patria nostra
nell’imminenza del suo sfacelo politico intendesse con ogni vigor
che le avanzava a chiarirsi ed affermarsi nazione. E tuttavia non vi
fu sforzo: era l’ultima conseguente modificazione dello svolgimento.
Cessato l’urto tra i diversi elementi a mano a mano con l’estinguersi
sin dalla fine del secolo decimoterzo dell’elemento feudale, co ’l
languire del religioso e co ’l sormontare necessario dell’elemento
nazionale; cessò nel secolo decimosesto anche il dissidio tra le due
forze o tendenze differenti di quest’ultimo elemento, l’aristocratica
e la democratica, la unitaria e la federale, la romana e l’italica:
forze e tendenze che Dante aveva già riconosciute e contrassegnate,
quando distingueva l’idioma illustre, cardinale, aulico, curiale, e
la poesia che in quello componevasi, dal volgare plebeo e paesano. Il
contrasto e il distacco tra Dante e l’Angiolieri, tra Battista Alberti
e il Burchiello, tra il Boiardo e Sostegno di Zanobi, non fu piú
possibile nel cinquecento come fatto letterario notevole e notato. Il
processo di assimilazione era compito, dell’assimilazione della materia
indigena e medievale co ’l classicismo rinato; e le idee e le forme ne
avean preso un atteggiamento nuovo. L’assimilazione, se vuolsi, non fu
tutta omogenea, e l’atteggiamento non senza sforzo: ma la mutazione o,
meglio, la trasformazione era avvenuta. Di che deesi per gran parte
recar la cagione all’avere la coltura classica acquistato sempre piú
del terreno: ma è anche vero che il popolo nel secolo decimosesto si
ritrasse quasi volontario dall’intervenir piú come autore nel lavoro
letterario. E di codesto ritrarsi altri potrebbe, con apparenza e forse
con parte di verità, trovar la ragione nella caduta d’ogni reggimento
democratico, nel forzato spegnersi della vita pubblica e nella società
artifiziata delle corti e delle academie da per tutto prevalsa. Sebbene
è forse piú vero che quello che nel nostro popolo, non nuovo e per ciò
non intimamente poeta, vigeva d’impulso creatore o modificatore, erasi
omai rilassato. E di fatti pare che l’avvenimento dell’ottava, metro
popolare e per ciò passato in silenzio dall’autore del Vulgare Eloquio
e dagli altri trattatisti del trecento, al regno dell’epopea classica
segni l’ultimo grado dell’ascensione poetica del popolo italiano;
come il suo sentimento soggettivo era evaporato compenetrando la
parte piú viva e calda della lirica del duecento e del quattrocento,
del Cavalcanti e del Poliziano, cosí il sentimento oggettivo si era
idealizzato, o stava idealizzandosi, ne’ poemi dell’Ariosto e del
Tasso: dopo di che, pago a contemplare e ad ammirare in quei poemi la
sua trasformazione ideale, il popolo italiano non diè veramente piú
opera, né con inspirare le forme né con provvedere gli argomenti, al
lavoro letterario nazionale. Nella lingua avvenne quasi lo stesso. Il
primato della Toscana, la quale co ’l suo dialetto foggiato a idioma
letterario rappresentava la tendenza popolare, scadde un tal poco
nel cinquecento; ma le successe l’Italia, e piemontesi e istriani
e marchigiani e lombardi scrissero regolarmente e quasi ad un tipo
solo. E primo introduttore del regolare italiano nel mezzogiorno fu
un solenne poeta latino, il Sannazaro; e primo a fermare in regole
pratiche la grammatica e a restituire il bell’uso del Petrarca e
del Boccaccio fu il Bembo, la cui maggiore opera è di prosa latina:
tanto è vero che in questo fatto della unificazione e formazion della
lingua e della prosa è piú veramente e specialmente da riconoscere il
lavorío lungo lento instancabile della tradizione aulica e dotta. Già
da principio Guittone nelle Lettere, Dante nel Convito, e in tutte le
prose il Boccaccio, avevano inteso a cotesto, con l’esempio del latino
essi toscani; e solo il molto uso del latino nel secolo decimoquinto
riuscí a disciplinare le impazienze anarchiche delle regioni italiane:
allo specchio del latino gli altri dialetti si raffrontarono col
toscano, e il toscano si rassettò; e in quel rassettamento, che fu
concessione, venne accolto. Cosí nel secolo decimosesto il concetto
del Vulgare Eloquio e di tutta la teorica di Dante era effettuato,
e assommato l’edifizio della letteratura nazionale. E pure cotesta
classica unità letteraria, fatta bene ma con un po’ di sopraffazione
e di frode, come del resto tutte le unità, lasciò in fine solo e
malcontento il popolo. E questo, per quel tanto che gli era rimasto
di vita, fece la secessione nel campo de’ dialetti. In fatti, la
letteratura dei dialetti, ricchissima negli ultimi tre secoli e
piú originale, in molte parti, che non la nazionale, incomincia dal
cinquecento; e in essa sopravvive l’autonomia fantastica e artistica
delle regioni.