Ora, enumerando pur questi nomi e ricorrendo con la memoria quelle
tante opere a cui vanno congiunti, avviene di dubitare se parecchi
storici delle cose e delle lettere italiane non abbiano per avventura
fatto del piagnone a gridare la morte dell’Italia, quando ella piú
fervidamente addimostrava la sua vitalità in cosí frequenti e cosí
nobili produzioni di pensiero e di arte. E come per fermo creder
morto o malato a morte un popolo, dal cui mezzo esce il Colombo a
trovare fra gli errori paurosi della tradizione un nuovo mondo? dal
cui mezzo esce il Machiavello a liberare d’ogni ombra mitica, d’ogni
apparenza fantastica, il campo della storia e riporvi la verità del
fatto umano? dal cui mezzo uscirà il Galileo a cacciare dai pianeti,
loro ultimo nido, l’autorità e la finzione scolastica, a rifare co
’l cannocchiale i cieli, co ’l metodo sperimentale le menti? Morto
questo popolo, che in nome della ragione e da parte della libertà
prende possesso del mare, del cielo, della terra e dell’uomo? E che
morti sono questi a cui canta le esequie l’Ariosto, Michelangelo
edifica il cimitero e scolpisce i sepolcri, i quali a gara dipingono
Leonardo e Raffaello e Tiziano? Sono dunque testamenti le filosofie
del Telesio e del Bruno? Potrà bene quel filosofo della storia con
molta accensione d’ingegno provarci che il movimento dell’Italia nel
secolo decimosesto altro non fu che oblio spensierato della realità e
un prepararsi a ben morire, che l’Italia doveva morire perché non si
era fatta nazione e non aveva la conscienza di nazione: potrà questo
storico della letteratura con isquisite sottigliezze mostrarci che
tutta l’arte del secolo decimosesto è dissoluzione, e che l’Italia
doveva dissolversi perché non credeva, perché non aveva operato la
riforma della religione. Ma la storia è quel che è: volerla rifare
noi a nostro senno, voler riveder noi come un tèma scolastico il
gran libro dei secoli e inscrivervi sopra con cipiglio di maestri le
correzioni, e, peggio, cancellar d’un frego di penna le pagine che non
ci gustano, e, peggio ancora, castigare con la ferula della dialettica
nostra o della nostra declamazione un popolo come uno scolare, o anche
tagliargli il capo di netto quando è tutto vivo, perché non ha fatto
a punto come noi intendevamo che fosse il meglio o come noi avremmo
voluto che facesse; tutto ciò è arbitrio o ginnastica d’ingegno, ma
non è il vero anzi è il contrario. La storia è quel che è: e certi
spostamenti, certi oscuramenti, certe, direi, sincopi, nella ragione
dell’universal movimento, nel rifrangersi della luce da uno ad altro
lato, nell’affluire del sangue piú tosto a quella che a questa parte
del corpo sociale, sono necessarie; né avvengon già sempre per colpa
del popolo che pure ha piú da soffrirne, né si potevano per altre
disposizioni evitare, né era bene che si evitassero.
Il cinquecento apre in Europa un’età nuova: alla quale diè principio la
Francia, rafforzatasi nell’unità sotto l’undecimo Luigi e compiutasi
per l’aggiunta del gran feudo di Borgogna sotto l’ottavo Carlo,
co ’l manifestare la sua forza d’espansione, e la Spagna, uscendo
dalle lunghissime guerre co’ Mori vittoriosa, compatta, irritata al
combattimento, con la conquista; e con la rivoluzione religiosa la
Germania, covante nell’inerzia feudale ardori di battaglia e lusingante
gli odii antichi di razza con novelli ardiri di ragionamento; la
Germania a cui anche l’impero, incominciando a fermarsi nella casa
d’Austria forte di stati ereditari, dava, se non la compattezza di
quelle altre due nazioni, il peso d’una gran mole; la Germania cui
anche la irrequietezza del nuovo imperatore Massimiliano conferiva a
riportare nell’azione europea. A cotesta età dunque la Francia e la
Spagna impartirono il movimento storico, che fu quello degl’interessi
dinastici, al cui servigio i monarchi adoperarono le nazioni
novellamente formatesi intorno a loro; la Germania impartí un po’ piú
tardi l’ardore della controversia e della discussione, che non doveva
né restringersi nei limiti della conscienza religiosa né finire con i
soli effetti estrinseci della riforma. Ora, dinanzi alla foga della
Francia e della Spagna traboccanti dall’alveo loro, da poi che ivi
il popolo nell’urto contro gli stranieri si era agglomerato con le
feudalità attorno il re a forma di nazione, l’Italia non aveva che le
sue tradizioni e gli ordinamenti suoi federali; il turbine poi delle
passioni religiose che ventava dalle alpi germaniche non la distrasse
dalla quiete solenne nella quale ella svolgeva l’elaborazione ultima
del suo organamento nazionale e politico, della sua conscienza di
popolo, nel pensiero e nell’arte. Imperocché nazione ella sentivasi ed
era nelle tradizioni, nella lingua, nella gloria: ma, scossa che ebbe
la soma dell’impero tedesco, non aveva voluto sacrificare la libertà
alla forza, la varietà all’unità. E perché avrebbe dovuto farlo, ella,
che dalle ruine di Roma era risorta co ’l senso dell’Italia sociale,
dell’Italia delle confederazioni sannitiche ed etrusche? E se lo avesse
fatto, se fossesi lasciata maneggiare da uno svevo o da un angioino
o da un Visconti che domata, spremuta, battuta, l’avesse poi spinta
come caval di battaglia alle conquiste, avrebbe ella operato quel che
operò nello svolgimento libero di tutti gli elementi suoi, di tutte le
sue genti? avrebbe ella avuto i suoi commerci unificatori d’Europa,
l’arte sua conciliatrice dell’antichità e del medio evo, il suo
rinascimento? o avrebbe ella potuto produrlo con tale una rifioritura
universale, con tale un’efficacia feconda, da inocularne lo spirito
vivificatore alle altre nazioni? o non piú tosto lo avrebbe prodotto
manco e superficiale come la Francia, parziale come la Germania? La
riforma religiosa come avrebbe dovuto o potuto promuoverla o accettarla
l’Italia, ella che aveva fatto ad imagine sua pagano il cristianesimo?
Come avrebbe dovuto accettar da Lutero l’autorità della bibbia ella che
nella politica poneva co ’l Machiavelli fattore e signore del tutto
il pensiero umano, ella che nella scienza era co ’l Galilei per dare
il primo crollo alla Genesi, ella che nell’arte fastidiva co ’l Bembo
lo stile di san Paolo? Ma è egli possibile a imaginare il rinascimento
in Italia luterano? e un Ariosto zuingliano? un Machiavelli puritano?
un Raffaello calvinista? un Michelangelo quaquero? No, veramente: la
vita e l’anima dell’Italia fu la federazione nell’ordinamento politico,
il razionalismo in filosofia e in religione, il naturalismo in arte.
Ella nel secolo decimosesto finiva di compiere, per quel che spetta
ad arte e pensiero, l’opera che aveva cominciato fino dal mille, con
la rivoluzione sociale dei Comuni, il Rinascimento: il Rinascimento
che fu motivo alla riforma religiosa di Germania, la quale alla sua
volta trasportatasi e trasformatasi tra gli olandesi e gl’inglesi fu
nutrimento e incentivo alla rivoluzione politica maturata dalla Francia
nell’ottantanove. A ciascuna nazione l’età sua, a ciascuna età il suo
officio.
Che colpa, del resto, aveva la nostra patria, se ella era a quel
tempo la piú libera, la piú bella, la piú ricca, la piú civile e
comparativamente la piú felice tra le nazioni d’Europa? Ella compiva
serenamente disinteressata l’officio suo, quando Spagna Francia e
Germania nel lor bisogno di gittarsi fuora a pascolare e a sbizzarrire
secondarono gli avidi e avventurieri istinti dei re condottieri
intorno ai quali eransi aggreggiate, e presero questa bella musa che
cantava la libertà la natura la ragione, e la gittarono con le mani e
i piedi legati e co ’l bavaglio alla bocca in balía dei due ciclopi
del medio evo. Certo, che, quando papa ed imperatore fossero per
necessità di cose tornati concordi all’azione loro in Europa, la vita
dell’Italia liberamente federale e produttiva, che era un ribellamento
a quell’azione ed avea vigoreggiato negl’intervalli o nella sosta di
essa, doveva finire e languire. E cosí la ruina ultima dell’Italia
pervenne da ciò che era stato oggetto alle utopie idealistiche de’
suoi grandi uomini. Cesare tornò pur troppo, e questa volta pose da
vero mano alla predella e inforcò la polledra selvaggia: Dante poteva
esser contento, l’idea ghibellina aveva trionfato. Pietro si era
riconciliato con Cesare, e in una città del retaggio di Matilde gli
avea dato il bacio di pace in bocca e la corona dell’impero in capo,
e ne avea ricevuto il donativo dell’altare: il Petrarca e Caterina
da Siena potevano ringraziare Dio, i vóti dei guelfi eran pieni.
Firenze e Siena lo seppero, ed esperimentò ben Milano per oltre tre
secoli gli effetti pratici del trattato di monarchia. Ma dire che ciò
avvenisse non curante e non resistente l’Italia, non resistente per
la debolezza e la opposizione d’interessi cagionata dall’ordinamento
federale, non curante per la dissoluzione in cui lo scetticismo e il
materialismo pratico l’avevano precipitata, non è né vero né giusto né
generoso. E, anzi tutto, onde partirono le provocazioni all’invasione
straniera? da’ due stati monarchici, da Milano e da Napoli; e la causa
piú vera o il pretesto piú prossimo ne fu una ragione di succession
dinastica a Napoli, al regno da antico accentratore. E dove la
resistenza agli oppressori stranieri e indigeni fu nobile, eroica,
senza concessioni, fino agli estremi, con aureola di sacrificio? nelle
repubbliche democratiche di Firenze e di Siena. E quali furono gli
stati che la piena barbarica non ricoprí o che si tennero diritti in
mezzo al temporale? Ancora le repubbliche, Venezia e Genova. Io non
dico se quelle repubbliche sarebbero desiderabili oggi: elle erano
quel che dovevano e potevano essere secondo le rivoluzioni loro e
rispetto alle condizioni italiane e europee: io rilevo un fatto. E
tanto aveva l’Italia poca voglia di morire, che il sacro romano impero
dové adoperarsi con tutte le sue forze, con tutti gli argomenti, anche
co ’l tradimento, per istrangolare due città come Firenze e Siena; e
pur tra le branche del ciclope le due viragini belle si divincolavano
fieramente, ed empievano della meraviglia dei loro ultimi sforzi e
della pietà di lor grida Europa: soccomberono, ma non furon violate.
E tanta era la vitalità del popolo italiano, e tanto era egli poco
rassegnato a morire, che, mancato all’operosità sua campo domestico,
ei ne si ripresenta meditante e operante in tutta la storia d’Europa.
Questa Europa, che ci voleva morti, i nostri scrittori la illuminano,
i nostri artisti l’adornano, i nostri uomini di stato l’agitano o la
infrenano, i nostri guerrieri la insanguinano. Chi ornò Versaglia e
il Louvre? chi l’Escuriale? E onde vennero all’impero i Farnesi, i
Piccolomini, i Montecuccoli, gli Eugenio di Savoia? e non pare una
vendetta del fato che il Mazzarino governasse la Francia e l’Alberoni
la Spagna?