Tale fu Lorenzo de’ Medici; poeta d’affetto, d’arte, d’artifizio;
lirico e descrittore, elegiaco e satirico, filosofico e popolare;
seguitatore della poesia toscana, e incominciatore del rinascimento
greco e latino; scettico e contemplativo, cristiano ed epicureo.
Considerato rispetto al suo tempo, appare, in quella stracca
dimenticanza, della lingua e dell’arte italiana restitutore: di che
solo han saputo tenergli conto i critici e storici della nostra
letteratura. E tra i due poeti maggiori dell’età, Luigi Pulci e
Angelo Poliziano, non parrà, chi lo riguardi bene, di molto a quelli
inferiore; certo parrà originale. Ché: mentre il Poliziano, nella
tempra nell’ingegno, negli intendimenti e nella forma dell’arte, e
fin nel modo degli affetti, respira greca e latina antichità; e Luigi
Pulci, nelle fantasie ardite e selvatiche, negli affetti giovanilmente
imaginosi, nella forma ampia e licenziosa, riporta il medio evo;
Lorenzo nostro nel desiderio come rammarichevole con che prorompe
nell’ideale conteso, nel sentire piú veramente malinconico, anche
nell’amore soverchio alla descrizione e in certe sottilità metafisiche
da lui portate nell’arte, è prenunziatore dell’età moderna. Meno
sciolto e franco del Pulci, meno corretto ed elegante del Poliziano,
irto d’asprezze e di troncamenti, ineguale per idiotismi e latinismi e
barbarismi, lo troverà piú d’una volta chi legga; non senza meraviglia
che Paolo Emiliani-Giudici lo sentenziasse «piú ripulito d’entrambi
nel linguaggio, piú sonante nella frase», conseguenza logica ciò
dell’averlo saputo lodare di «esatta imitazion del Petrarca»[57];
e avrà per piú vero il giudizio di due stranieri, il Roscoe e il
Sismondi[58], che il linguaggio del Medici dissero piú anticato in
sembianza e piú rozzo di quello del Petrarca, a lui anteriore di un
secolo. Vero è che la scorrezione e certa ruvidità è scusata nell’uomo
che a pena ebbe tempo di rivedere alcuni suoi componimenti; nell’uomo
che finiva una stanza per meditare la riforma dello stato, scriveva
un sonetto e una lettera a re Luigi di Francia, accordava la ripresa
d’una ballata e gli sdegni di papa Innocenzo e di Ferdinando di Napoli,
componeva una lauda spirituale e mandava a ringraziare il gran Soldano
della giraffa e del leone donati. Mirabile versatilità d’ingegno, che
faceva il Poliziano esclamare:
Quodque alii studiumque vocant durumque laborem,
Hic tibi ludus erit: fessus civilibus actis
Huc is emeritas acuens ad carmina vires.
Felix ingenio, felix cui pectore tantas
Instaurare vices, cui fas tam magna capaci
Alternare animo et varias ita nectere curas[59].
«Ciò che gli altri chiamano studio e lavoro a te sarà giuoco. Stanco
dalle faccende civili, le forze che han fatto già il servigio loro tu
vieni a riaguzzare alla ruota dei versi. Felice d’ingegno! felice a
cui è possibile rinnovare tante vicende d’azioni, a cui è possibile
alternare tanto grandi cose nell’animo capace e rannettere tra loro
cosí vari pensieri!».