E pure la gente lo predicava felice. E felice dovea tenersi pur egli,
quando dalla sua villa di Fiesole volgendo il guardo su questa città
intorniata delle colline bellissime non disertate ancora dai barbari
assoldati e benedetti da un bastardo del suo figliuolo, abondevole
di quattrocento mila abitanti, prosperosa di commerci, adorna delle
meraviglie antiche e nuove dell’arte, superba di lettere, nella quale
dicea il Poliziano trapiantata «co ’l suo proprio suolo e con ogni
sua suppellettile Atene»[49], pensava: Questa città è mia. Ma anche
ricordava che qui il nome della libertà era gagliardo, che ci vivevano
i nepoti e i figliuoli de’ repubblicani che avean cacciato Cosimo
e voluto uccidere Piero, che gli esempi dei Pazzi e del Frescobaldi
eran vivi nelle memorie, e di quelli che ad essi avean consentito o
consentivano poteva segnare co ’l dito le case: e allora dové rivolgere
l’animo a guastare co ’l delizioso vivere questa città, a divertire gli
ateniesi novelli con le arti eleganti e i sollazzi magnifici. Per che,
finita con vantaggio di Firenze la guerricciuola di Sarzana, accordato
il papa co ’l re di Napoli, sicurata con l’equilibrio famoso l’Italia,
«tenne la città in festa, dove spesso giostre e rappresentazioni di
fatti e trionfi antichi si vedevano»[50]. E, lasciate le astrazioni del
platonismo e le cure difficili delle classiche forme, egli già schivo
di feste e amatore di solitudine meditabondo, cercò la calca e lo
strepito. Prese con la canzone a ballo a rinfocolar le lascivie; trovò
le pompe dei trionfi e i canti carnescialeschi inventò, a inebriare
il popolo di spensierata allegria; e forse abusò la lauda spirituale
a deprimere gli spiriti e nutrire nei piú timorosi ed austeri l’amore
alle aspirazioni solitarie e alle macerazioni monastiche; a ciò che,
tra i godenti e lascivi che la patria riponessero dov’è il piacere, e
gli ascetici che solamente guardassero alla patria del cielo, potesse
egli sicuro e solo regnare. Questo fine propose Lorenzo de’ Medici a’
suoi versi musicali e popolareschi; pure di tali ne scrisse, che stanno
tra le piú belle gioie non tanto delle rime di lui ma e di tutta la
poesia del secolo decimoquinto.
La canzone a ballo, antica quanto la poesia di Toscana e nata qui tra
le feste di popolo libero a cielo scoperto, mostra, alla svelta e gaia
introduzione, al facile svolgersi delle strofi per due pose medie
in una posa finale dove torna sempre la stessa armonia e rima, che
dovesse esser cantata in accompagnamento ai giri del ballo. Il che è
confermato da’ molti accenni di esse ballate e dal trovare nei codici
insieme con quello del poeta il nome del musico che «diede il suono o
_intonò_»[51]. Ebbe nel dugento due maniere diverse: la fantastica e
mestamente severa del Cavalcanti; la imaginosa e mollemente florida
di Lapo Gianni. La prima, fattura dell’uomo che si raccoglieva tra
le tombe di San Giovanni a cercar se Dio fosse[52] e che il calen
di maggio venendo dall’aver ballato con le gentildonne scagliava il
cavallo e il dardo su Corso Donati ad attaccar briga co’ Neri[53],
finí co ’l secolo grande che vigorose ebbe colpe e virtú. Rimanea la
seconda, piú fatta all’indole e a’ costumi del popolo fiorentino:
e, raccolta in vano da’ poeti letterati, rimaneva in signoria del
popolo; perdendo con lo scader de’ costumi sempre piú di quell’ideale
che al tempo di Dante si riflettea sin nella forma sensibile, sempre
piú facendosi volgare, senza però scapitare di grazia, di gaiezza,
d’amenità; finché Franco Sacchetti, primo o de’ primi, la fe’, come
autore delle novelle, burlesca e motteggevole. La prese a questo punto
Lorenzo de’ Medici; e con quel suo ingegno versatile, irrequieto, né
contento mai a imitar solamente, le diè tre diversi atteggiamenti, tre
forme diverse; e fe’ di un genere solo come tre generi. Prima cantò i
piaceri d’un amor sensuale e il fastidio d’aspettare e il dispetto di
non ottenere, con massime d’epicureismo godente; quindi venne a mettere
in deriso l’amata e l’amor già cantato; in fine trascorse aperto e non
curante nelle oscenità. Alla gradazione degli argomenti corrisponde la
gradazione della forma; prima pianamente lirica, quindi elegantemente
comica, in fine malignamente narrativa. E il Medici con prontezza
d’ingegno e di favella meravigliosa corre dall’una nell’altra,
sempre ricco di modi, d’imagini, di melodie diversissime; ora domando
l’endecasillabo a ricevere l’émpito dell’allegria, ora piegandolo a
rilevare la tenuità d’un pensiero delicatissimo; e il settenario e
l’ottonario con la trasposizione degli accenti variando in modo ch’e’
ti paiono rendere di molte e tutte nuove armonie.
Né altro che un modificamento delle canzoni a ballo ad altre condizioni
e qualità sono da tenere i Canti carnescialeschi; che nel primo
concetto qualche cosa hanno dei saturnali antichi, con una rimembranza
delle feste de’ pazzi del medio evo, né senza il principio popolare
che formò le corporazioni dell’arti nei nostri Comuni. Un dotto
uomo in quei carri di uomini mascherati che cantano giocose canzoni
talvolta morali, piú spesso satiriche, vede i cominciamenti della
commedia italiana, vagante, come già nei carri di Susarione e di Tespi
il dramma ateniese; e conforterà l’opinion sua di valide prove. Ma
intorno alla origine di questi canti e alla riforma che fece di essi
Lorenzo è da udire il poeta cinquecentista Grazzini, che primo gli
raccoglieva. «Questo modo di festeggiare fu trovato dal Magnifico
Lorenzo vecchio de’ Medici. Prima gli uomini di quei tempi usavano,
il carnevale, immascherandosi, contraffare le madonne solite andare
per lo calendimaggio; e cosí travestiti ad uso di donne e di fanciulle
cantavano canzoni a ballo. La qual maniera di cantare considerato il
Magnifico esser sempre la medesima, pensò di variare non solamente il
canto ma le invenzioni e il modo di comporre le parole, facendo canzoni
con altri piedi vari: e la musica fevvi poi comporre con nuove e
diverse arie. E il primo canto, o mascherata che si cantasse in questa
guisa, fu d’uomini che vendevono berricuocoli e confortini, composta a
tre voci da un certo Arrigo Tedesco, maestro allora della cappella di
San Giovanni e musico in quei tempi riputatissimo»[54]. E le mascherate
tratte a gran pompa in un carro rappresentavano quando mitologiche
deità, quando virtú allegoriche, e allora si chiamavan Trionfi; il
piú delle volte figuravano alcuna arte o condizione d’uomini con
suoi segni e arnesi e lavorii, e allora si chiamavano Carri. Cosí
«uscivan fuori nel dopo pranzo, e duravan talvolta fino all’ore tre
e quattro della notte, decorate da un séguito numerosissimo d’uomini
mascherati a cavallo, riccamente vestiti, che talora oltrapassarono il
numero di trecento, e d’altrettanti pedoni con torce bianche accese.
In cotal guisa andavano per la città cantando, con armoniosa musica
a quattro, a otto, a dodici e fino a quindici voci, accompagnati da
vari strumenti, canzoni, ballate, madrigali e barzellette alla materia
rappresentata attenenti»[55]. De’ Canti carnescialeschi del Medici
due spettano ai trionfi, gli altri alle mascherate delle arti e varie
condizioni d’uomini. Hanno i primi il calore e la splendidezza della
lirica d’Anacreonte e d’Orazio: hanno i secondi le semplici arguzie, la
gaiezza paesana ed anche il turpe cinismo de’ nostri poeti burleschi.
Imperocché; o predicano aperto il disconoscimento d’ogni legge morale
come «Le fanciulle e le cicale» e «Le mogli giovani e’ mariti vecchi»;
o fanno della disonestà una galanteria, come i «Romiti» e i «Poveri»; o
agli amori inverecondi alludono con equivoci continuati ad allegoria.
Altri gli loda, perché in tanta oscenità quanta hanno nel fondo non
vanno però macchiati d’una espressione laida o pur grossolana[56]: gli
studiosi del toscanesimo gli cercano per i tanti termini e modi ricisi
e acconcissimi, che derivarono dalla lingua del popolo nella quale
furon composti.