[_Opere_, XX, 296-299; 310-322; 339-342].
Pe ’l genere delle invenzioni e pe ’l modo della trattazione esso
è calcato su lo stampo dei carmi encomiastici, misti di favola e
di lirica, che abbondano nella letteratura latina da Stazio fino
all’ultima decadenza del secolo V. Nel poema toscano come nelle selve
latine del nostro autore Stazio e Claudiano appariscono essere fra gli
antichi quelli che piú abbiano avuto parte nel formar a un peculiar
modo di concezione la sua fantasia. E sarebbe curioso e utile indagare
perché nel medio evo e nel primo rinascimento siano stati sentiti e
imitati gli autori della decadenza co i loro difetti che avventano,
piú che non la squisita verecondia di stile del secolo d’oro; Seneca
piú di Cicerone, piú Ovidio e Lucano che Virgilio e Tibullo, Claudiano
piú d’Orazio. Il nostro non potea forse per cagione dell’argomento
ricorrere ad altri esempii. Ma quanta vivezza e calore e movimento
dirimpetto alla rigidità e al tono rettorico de’ suoi maestri! quanta
varietà nella dovizia delle imitazioni! quanta prontezza e felicità
nell’assimilarsi e ricreare l’altrui! Giuliano dispregiator d’Amore
e de’ suoi seguaci [I, 8-16] è ben l’Ippolito d’Euripide e in parte
il Narciso di Ovidio[60]; ma alcune tinte tolte a imprestito dal
pittore della bella ritrosa d’Avignone fan perdere all’indagatore le
tracce del primo originale. Nelle lodi della vita campestre messe in
bocca al cacciatore leggiadro [I, 17-21] sentirai da principio l’eco
dell’epodo d’Orazio[61] e della Georgica[62]; ma nel bel mezzo un
paesaggio toscano ritratto al naturale con pennello che prenunzia quel
de’ fiamminghi cancella la prima sensazione. E il soliloquio di Cupido
che medita la vendetta [I, 23-24] e la descrizione della caccia [I,
25-33] ricorderanno, se volete, un po’ troppo, quello il prologo di
Venere all’_Ippolito coronato_ e la parlata onde Giunone apre la favola
dell’Eneide[63], e questa tutt’insieme la caccia di Didone[64] l’altra
del cignal caledonio[65] e la piú antica di Ulisse[66]. Che importa?
Ciò non impedisce che nelle Stanze appresso la invenzione della cerva
messa da Amore innanzi a Giuliano per isviarlo dalla caccia e condurlo
in parte ov’egli vegga la bella Simonetta [I, 34-37] non trasporti la
mente del leggitore per mezzo a’ romanzi d’avventura e agli inganni
tesi all’amato cavaliere da alcuna bella, benché la imagine della cerva
sia composta dello stesso _lieve aere_ onde Apollo e Venere presso
Omero e Virgilio[67] compongono le false imagini degli eroi da loro
protetti per sottrarre i veri alle furie de’ nemici. Nel ritratto poi
della ninfa e nell’innamoramento di Giuliano par che il poeta abbia
còlto da Saffo e da Tibullo, da Virgilio e da Ovidio il purissimo
fiore del sensibile: né gli bastò, che non volesse giovarsi ancora di
quel che la sensazione della natura esterna d’accordo co ’l sentimento
intimo spirò a’ provenzali, e delle astrazioni del Cavalcanti e del
misticismo di Dante e del psicologismo del Petrarca; sempre avendo la
mente a trascegliere quel che in essi segna come l’ultimo limite della
perfezion naturale. Perchè la imagine della Simonetta, delle piú belle
della nostra poesia, è soavemente colorita quanto l’Alcina e l’Armida,
ma non sensuale com’esse; è pura ad un tempo e serenamente pensosa,
ma non trasparente troppo ed aerea come quasi sempre la Portinari e
talvolta l’avignonese: ella è nella cima del naturale; è una statua
greca, una statua di Canova; una Ebe, una Psiche, moventesi co ’l passo
di dea per un fiorente paesaggio di primavera. Nella pittura del poeta
quattrocentista la natura sente la presenza della dea, o meglio sente
la parte di sé deificata: «Ridegli attorno tutta la foresta, E quanto
può sue cure disacerba»[68]: «Ogni aura tace al suo parlar divino, E
canta ogni augelletto[69]»: «Mosse sopra l’erbetta i passi lenti Con
atto d’amorosa grazia adorno; Feciono i boschi allor dolci lamenti,
E gli augelletti a pianger cominciorno; Ma l’erba verde sotto i dolci
passi Bianca gialla vermiglia azzurra fassi»[70]. Riguardiamo con amore
a questa figura, perché essa è forse il tipo intiero della poesia del
Poliziano; essa testimonia il giovine e puro rinascimento, la dignità
restituita alla materia alla carne alla forma contro l’asceticismo
macerante e l’idealismo estenuante del medio evo: considerandola voi
sentite che l’età di Giotto e di frate Angelico, per i quali tutta la
vita della figura è confinata nel raggiar della fronte e negli occhi
contemplanti, è finita; sentite e riconoscete Masaccio il Rosselli il
Perugino e Raffaello: Tiziano, Giulio Romano, Guido Reni verranno piú
tardi, e con essi o poco innanzi l’Ariosto; verranno i Caracci, ed il
Tasso.
.... Ma che le Stanze venissero cosí presto interrotte, io non saprei
poi farne tante querimonie. Se il poeta negli altri libri si fosse
lasciato andare, come portavalo la natura sua, a quelle lungaggini che
nella materia dilettevolissima del primo si comportano volentieri,
non so che sarebbe avvenuto della sua fama: un giuoco d’armi del
resto descritto dal classico messer Angelo, posto pure che ei non
discendesse mai alle volgari enumerazioni di Luca Pulci, si può tener
quasi per certo che non avrebbe retto al confronto dei combattimenti
dell’Ariosto e del Tasso, ben altri maestri di arme e con altri eroi
tradizionali alla mano. Un panegirico in piú canti saría stato un
noioso poema di piú, letto soltanto dagli eruditi; e già nel secondo
libro la poesia scade in paragone del primo. Mentre, cosí com’è, quel
frammento è di fama quasi popolare, e in opera di stile sta veramente
fra le rarissime preziosità delle lettere nostre. Non ha l’altissima
perfezione delle _Georgiche_ e né men quella dell’_Aminta_; poemi
ambedue che segnano il colmo del buon gusto nelle due età piú polite
della doppia letteratura d’Italia. Oltre le piú rilevanti sconvenienze
nell’imitazion generale e nell’orditura del poema che dal fin qui
discorso dovrebbono risultare a bastanza, qualche piccolo difetto di
versificazione e di stile è pur notato nelle Stanze. Altri vi riprende
il frequente uso degli sdruccioli, _basso suono in grave argomento_: ma
a cui ne’ suoni cerca anzi tutto la varietà, a cui le rime sdrucciole
piacciono a’ lor luoghi in Dante e nell’Ariosto, piaceranno anche
nel Poliziano. Altri torce il naso a certe desinenze in orono delle
terze persone plurali dei perfetti, e appunta messer Angelo che egli
imitasse gli antichi piú che ad elegante poeta si convenisse: dovea
piuttosto accusarlo che egli scrivesse la lingua parlata al tempo
suo, perché allora non era ancor l’Italia, grazie a Dio, caduta sí
basso, che ci fosse questa maledizione del dovere imitare anche la
lingua. Con piú ragione è ripreso di parecchi latinismi; ma né pure ai
migliori è concesso scuotere in tutto il giogo del proprio secolo; e
di qualche ridondanza a danno dell’efficacia e della proprietà; e di
pochi sgradevoli accoppiamenti di suoni; e della sconvenienza di certe
imagini, come là dove assomigliò i pargoletti Amori ad altrettanti
galeotti [II, 2][71]. Ma il carattere speciale dello stil della Giostra
è in questo, che posto l’autore tra il finire di una età letteraria
primitiva e originale cosí nell’inventare come nello esprimere e ’l
cominciare d’una età d’imitazione e di convenienza tiene del rozzo
e del vigoroso dalla prima come dell’aggraziato e del morbido dalla
seconda. Gli ultimi vestigi della prima età scompariranno mano a mano
piú sempre nelle _Api_ del Rucellai, nel _Tirsi_ del Castiglione,
nella _Coltivazione_ dell’Alamanni: la seconda poi risplenderà tutta
pura nella _Ninfa tiberina_ del Molza e nello stupendissimo _Aminta_:
la _Giostra_ apre la serie. Del resto quel misto di grazia e di
forza, di finezza e d’ingenuità, conferisce non poco alla originalità
nell’imitazione che niuno può disdire al Poliziano. La quale io credo
che sia anche aiutata dal metro che il poeta si elesse. Portar tanta
ricchezza di rimembranze e d’imitazioni nell’ottava, non veramente fino
allora nobilitata, era un dissimularla: piú, co i varii ondeggiamenti e
movimenti d’armonia che primo il Poliziano fece prendere a quel metro,
giunse a ricoprire i suoni diversi dell’esametro antico e della terzina
e della canzone che pure dalle molteplici imitazioni dovevano emergere.
E questo del perfezionamento dell’ottava è vanto singolarissimo del
Poliziano. Prender l’ottava, diffusa e sciolta quale lasciolla il
Boccaccio, che nato gran prosatore e specialmente narratore la segnò
troppo della sua impronta; stemperata, quale dal Pucci in poi l’avean
ridotta i poeti popolari; rotta, quale dal dialogo delle rappresentanze
era dovuta uscire; aspra in fine e ineguale, quale sotto il rude piglio
del Medici, tiranno anche delle rime, avea dovuto farsi per divenir
lirica; prenderla, dico, in simili condizioni, e con l’unità d’armonia
darle il carattere metrico suo proprio che ha poi sempre conservato,
mettervi dentro tanta varietà concorde, vibrarla, allargarla,
arrotondarla, distenderla, imporle il raccoglimento del terzetto e
l’ondeggiamento della stanza, la risolutezza del metro finito e la
fluidità del perenne, farla eco a tutti i suoni della natura e della
fantasia, dal sussurrare delle piante, dal gemere dell’aure, dal canto
dell’usignolo, fino al tripudio bacchico, alla foga della galea, alla
tromba di Magera; e ciò un giovine, e da sé solo senza predecessori;
mentre a condurre la canzone e il sonetto alla sua perfezione dai
tentativi di Federico II e Pier delle Vigne occorse un secolo e due
scuole diverse, di Guittone e del Guinicelli, e in fine due uomini
come l’Allighieri e il Petrarca: ciò per me è un miracolo piú grande
che non sarebbe l’avere il Poliziano scritto le stanze a quattordici
anni, e tale che, ove ogni altro argomento mancasse, attesterebbe la
gran facoltà poetica, almeno esterna, del mio autore. Al Giordani il
verso del Poliziano qualche volta pareva duro[72]; né io il negherò,
recandone pure al secolo la cagione: ma certo non è mai dura l’ottava,
la quale pare a me che raccolga le due doti diverse di quella
dell’Ariosto e dell’altra del Tasso: grave e sonora, ma non tornita e
rimbombante come la seconda; libera e varia, ma non soverchio disciolta
come la prima; l’ottava del Poliziano, dov’è proprio bella, supera
a parer mio, quelle de’ due grandi epici; è l’archetipo dell’ottava
italiana.
Dopo tutto ciò non si aspetti il lettore che io gli riferisca i diversi
giudizi dei critici su le Stanze per la giostra: i piú altro non sono
che ripetizioni delle stesse formole, e tutti forse li comprende quel
del Giraldi: «Furono le prime che comparissero degne di loda e che
portassero con esso loro spirito e grandezza poetica. Per le quali
merita piú lode forse esso Poliziano che per gli altri versi che nella
lingua latina scrisse, ov’ebbe de’ pari e de’ superiori ne’ tempi suoi:
ma non ebbe egli uno che nelle stanze di gran lunga gli si potesse
appressare; di tanto avanzò egli ognuno che insino a’ suoi tempi aveva
scritto, accompagnando in guisa l’arte con la natura e le sentenze con
la elezione delle parole quanto pativa l’età nella quale egli scrisse,
che, ancora che nelle descrizioni e negli episodii si diffonda piú
del giusto, cosa che forse avrebbe corretta se avesse finito l’opera,
riuscí meraviglioso»[73].
Intorno all’_Orfeo_ sarà men lungo il discorso; avendo esso con
le Stanze una medesima elementare composizione e un egual processo
d’imitazioni. L’autore, che volea condannata l’opera sua al fine del
protagonista, ad essere lacerata, dice averla composta a _requisizione
del reverendissimo cardinale mantovano, in tempo di due giorni, intra
continui tumulti_[74]. Ciò, secondo le ricerche del Bettinelli[75],
dovette essere del 1472; quando il cardinal Francesco Gonzaga venne da
Bologna, ov’era legato apostolico, in Mantova, e v’entrò in tutta la
pompa della nuova dignità il 22 d’agosto, «con trionfi et magnificenzie
fatte in quell’anno e nel seguente, con magni pasti e cene». Cosí il
contemporaneo Schivenoglia citato dal Bettinelli. Il quale dal non
ricordare il cronista nelle venute successive del cardinale a Mantova
altre siffatte magnificenze deduce che l’_Orfeo_ fosse una di quelle
feste del 1472; un po’ lestamente, a dir vero. Non però sono molto
gravi le difficoltà opposte dal Tiraboschi[76]. Il cronista mantovano,
osserva il Tiraboschi, afferma che il cardinale Gonzaga fece la
solenne entrata del 1472 in compagnia dei Pichi: ora Giovanni Pico nel
’72 contava nove anni; inverosimile che un fanciullo facesse parte
dell’accompagnamento. Ma anzi tutto il cronista mantovano nomina i
Pichi e non Giovanni Pico; poi, dato pure che non vi fossero i Pichi,
ciò non porta che non vi fosse il Poliziano e non potesse scrivere
l’_Orfeo_. Pure il Poliziano non aveva allora, séguita il Tiraboschi,
che diciotto anni: come potea essere trascelto a comporre una azione
teatrale? come poteva sí felicemente riuscirvi? Ma che? l’_omerico
giovinetto_ il quale traduceva già l’_Iliade_, che l’anno di poi doveva
scrivere l’epicedio dell’Albiera, che presto avrebbe improvvisato in
greco e in latino fra la calca e passeggiando[77], che passeggiando
avrebbe dettato in pochi giorni la versione d’Erodiano[78], non sarebbe
riuscito a comporre nella lingua materna, congegnando le ricordanze
de’ classici che piú gli facevano al caso, una favola sí semplice
come l’_Orfeo_ massime nella prima lezione? E perché non poteva essere
trascelto a comporla, egli toscano, scolare del Landino, cliente dei
Medici, con bella fama di poeta nelle due lingue dotte e nella volgare?
Certo è ad ogni modo che la composizione non può rimandarsi oltre
il 1483, in cui il cardinal Gonzaga morí: sí che, essendo le Stanze
composte nel ’78 o almeno dopo il ’76, ne viene che l’_Orfeo_, il quale
tanto fedelmente ne riproduce i modi e lo stile, di poco le precedesse
o seguisse, ed ei riman sempre il primo vero tentativo drammatico
italiano d’argomento non sacro.
Perocchè le _Rappresentazioni_, cioè a dire i drammi del tempo, per
quanto non vi mancassero e parti comiche e profane, anzi v’abondasse
la satira, mal sapevano ancora staccarsi dalla chiesa, culla, presso
ogni nazione, del dramma. Non che le tradizioni del teatro civile
fossero spente in Italia; ma gli esperimenti non furono mai altro
che letterari, e si facevano in latino. Cosí andarono perdute per la
nazione, lasciando dell’_Achilleide_, la _Ezzellinide_ d’Albertino
Mussato, argomento nazionale conformato esternamente al modello di
Seneca; e, qualunque siasi, il dialogo in prosa su la ruina della
città di Cesena [1351] il quale nei manoscritti è attribuito al
_laureato_ Francesco Petrarca e i dotti vorrebbono dare a Coluccio
Salutati[79]; e la tragedia che Giovanni Mangini della Motta afferma
aver composta su ’l caso di Antonio della Scala, quando gli fu tolto
il dominio di Verona[80]; e l’altra in cinque atti ed in giambici
di Lodovico da Vezzano su ’l sostenimento e ’l supplizio di Iacopo
Piccinino ordinato da Ferdinando I aragonese [1464], nella quale
piú che le mutazioni della scena sarebbe curioso vedere il colloquio
fra il re ed il boia[81], messi a un egual grado come presso a poco
avrebbe poi desiderato il De Maistre; e in fine la _Historia boetica_,
cioè la presa di Granata narrata a dialogo in prosa latina da Carlo
Verardi e rappresentata a Roma in casa del cardinale Raffaello Riario
nel 1492, dove nello stesso anno fu recitato anche il _Fernandus
servatus_ pur ideato dal Verardi e steso in esametri dal nipote di
lui Marcellino[82]. Rappresentazioni queste di avvenimenti storici
e, che piú rileva, contemporanei, come in italiano non seppero poi
farne, o male, i drammatici posteriori. Ricordansi commedie morali
ed allegoriche, ma pure in prosa latina, incominciando dalla perduta
_Philologia_ che il Petrarca giovine scrisse per solazzare il cardinale
Colonna[83], e discendendo per una commedia di Pier Paolo Vergerio _ad
iuvenum mores corrigendos_[84] e per la _Philogenia_ d’Ugolino Pisani
di Parma scritta circa il 1430[85] sino a un quasi contemporaneo del
Poliziano, Batista Alberti che ventenne compose il _Philodoxos_ con
eleganza bastante a farlo credere dall’Aldo opera d’un Lepido comico
antico[86]. Men lontane per l’argomento dalla commedia propriamente
detta par che fossero la _Polissena_ di Lorenzo Bruni[87], la
_Fraudiphila_ d’Antonio Tridentone di Parma[88] e i _Lusus ebriorum_
di Siccio Polentone tradotti poi in prosa italiana e co ’l titolo di
_Catinia_ stampati in Trento nel 1482[89]. Ignoro qual sia propriamente
l’argomento dell’_Armiranda_ di Gian Michele Alberto da Carrara divisa
in atti e scene e che in una didascalia alla foggia classica dicesi
recitata «Ludis Megalensibus, Calixto III sacerdote max., Friderico III
cæsare, Francisco Foscareno venet. duce. Benedicto Victurio et Leonardo
Contareno Patavii prætoribus»[90]: ma certo d’argomento mitologico è la
Progne di Gregorio Corraro morto nel 1466, edita in Venezia nel 1588
e indi a poco dal Domenici volgarizzatore spacciata per sua[91]. E in
Mantova, ove il Corraro giovinetto di 18 anni scriveva la _Progne_
latina[92], Angelo Poliziano, su la stessa età, pochi o niun forse
conoscendo degli esperimenti anteriori, gittava nelle forme italiana
della sacra rappresentazione l’_Orfeo_; primo passo a rendere secolare
il dramma. Al che, presso un popolo che del teatro civile non aveva
notizia, le feste de’ principi furono necessarie o utili al meno.
Sia dunque, poiché degli _Amori di Venere e Marte_ del Medici[93]
non avanza che un frammento né potrebbesi d’altra parte accertarne
l’anteriorità, e poiché non sappiamo che sia il _Iemsale_ composto
in volgare dal _tragico_ Leonardo Dati pe ’l _secondo certame
coronario_ di Firenze[94], sia dunque le altre lodi d’Angelo Poliziano
anche questa dell’aver fatto secolare il teatro. Ma, se la si vuole
esagerare fino a riconoscere nell’_Orfeo_ il primo esempio del dramma
propriamente detto, si corre pericolo di cadere nel falso. Potrete,
e per l’argomento patetico e per la catastrofe e per la divisione
in atti nella lezione dell’Affò, chiamarlo tragedia. Potrete, per la
parte che v’hanno i pastori e le driadi, chiamarlo _favola pastorale_
e considerarlo come l’antecedente dell’_Aminta_ e del _Pastor fido_.
Potrete, per la canzone di Aristeo e pe’ cori delle ninfe e delle
baccanti, vantarlo il primo melodramma[95]: e un maestro di musica, il
signor Germi, potrà vestirlo d’armonie, aprendo forse un nuovo campo
o uno obliato riaprendone all’arte sua. E il signor Giovan Battista
Mameli, a cui debbo questa ultima notizia[96], avrà ben ragione di
ammirare la creazione di certi caratteri e la sapienza della favola;
nel terzo atto, il satiro _Mnesillo,_ abbozzo di quelle figure le
quali aspettavano intiera vita da Shakespeare, né uomo né bruto, che,
ammirando in principio lo ingegno e rinnegandolo poi perchè no ’l può
seguitare, rappresenta il volgo degli uomini; nel quarto, spettacoloso
e insieme commovente, Orfeo in presenza della morte, come l’arte umana
dinanzi alle forze della natura, con l’illusione della vittoria, sin
che Tesifone, la realità, non sorga a folgorarlo co ’l vero «Piú non
venire avanti; anzi il piè ferma; La legge dell’Abisso è immota e
ferma»; nel quinto, l’uomo che grande d’ingegno e di sventura si separa
dal consorzio umano, apparendogli questo come un baccanale, e ne rompe
le leggi, e la società, la quale, attingendo la vita e il piacere da
ciò che è principio di dolore a certi uomini fatali, quel loro dolore
non intende e del loro disprezzo si vendica; e la vendetta, atroce
e orribile nel modo, è pur giusta e legittima. Tutto ciò sarà vero e
bello: e nell’_Orfeo_ un occhio acuto scorgerà elementarmente i varii
generi del dramma. Ma non però cessa l’_Orfeo_ di essere in sostanza
una rappresentazione: e come tale, invece del progressivo svolgimento
dei caratteri e del loro contrasto, non altro dà che una narrazione
in dialogo, la quale, dove la passione cresca, assorge alla lirica;
e del fatto non è colto il momento supremo per raccogliervi intorno
le circostanze secondarie, ma è cronologicamente esposto in tutte le
sue parti; e la scena è immobile, e, là dove Orfeo prega dinanzi alle
porte dello inferno serrate e Plutone con Proserpina consultano al
di dentro, è duplice e parallela: delle unità di luogo e tempo non è
pur da parlare. La differenza tra l’_Orfeo_ e l’altre rappresentanze
è in questo, che il Poliziano alle storie de’ due Testamenti e alle
leggende ha sostituito la egloga; v’ha portato maggior poesia di forma
e di stile, non però maggior verità o passione (i dialoghi tra padre e
figlio nel _Sacrificio d’Abramo_ e certi luoghi della _Stella_ valgon
bene gli eleganti lamenti del poeta trace), e piú varietà di metri per
segnare il passaggio da una condizione di persone a un’altra da uno
ad altro affetto; ha dato larga parte alle forme liriche, trattate del
resto da gran maestro.
.... Cosí con ambedue i poemi, il descrittivo e il drammatico, il
Poliziano, per usare la felice metafora del Giovio, _portò fra il
popolo i piú stupendi fiori eletti da’ greci e da’ latini_[97]. Perché
opera di verso al par delle Stanze dottissima è la favola d’_Orfeo_,
derivata quasi letteralmente per molta parte da Virgilio e da Ovidio,
tutta imitazioni di Teocrito e di Mosco; e il coro delle Driadi e
quello delle Baccanti sono nella letteratura italiana i piú antichi e
piú eleganti esempii della lirica propriamente classica; e nell’ultimo
i critici del secolo passato riconoscono l’origine della poesia
ditirambica, coltivata poi con industria piú o meno felice ma sempre
eruditissima nelle due età che a noi precedettero. In fine, anche alla
favola di _Orfeo_ si può applicare quel che delle _Stanze_ giudicava
Ugo Foscolo: «Gli spiriti e i modi della lingua latina de’ classici
erano già stati trasfusi nella prosa dal Boccaccio e da altri. Ma
il Poliziano fu il primo a trasfonderli nella poesia; e vi trasfuse
ad un tempo quanta eleganza poté derivare dal greco. Infatti non v’è
lingua che come l’italiana possa imbeversi di quanto v’è di semplice
e d’amabile e d’energico nelle forme e negli accidenti della greca,
segnatamente in poesia; e se potesse ottenere la stessa prosodia e lo
stesso genere di versi e potesse ad un tempo liberarsi della necessità
degli articoli, forse non avrebbe da invidiare la greca»[98]. E qui
sta la meraviglia; come, non ostante i classicissimi studi dei quali
sa pur pompeggiarsi, il Poliziano riuscisse poeta popolare a’ suoi
giorni, e di fama quasi popolare sieno tuttora le _Stanze_; delle quali
come di parecchie ballate la grazia e la bellezza nativa è palese
a tutti i leggitori senza bisogno di dissertazioni che insegnino a
gustarle. Onde ciò? e come? Notisi bene che in alcuna sua epistola il
Poliziano si chiarisce apertamente avverso alla imitazione esclusiva di
un solo autore[99]; e che i cinquecentisti alle poesie latine di lui
preferivano di gran lunga le poesie del Pontano e del Sanazzaro[100],
perchè in queste gustavano Orazio Tibullo e Virgilio e in quelle
l’erudizione loro sdegnavasi di non rinvenire i vestigi speciali di
alcuno. Perocché il Poliziano, tutti conoscendo da gran filologo gli
scrittori antichi e di tutti con l’assimilazione del buon gusto fattosi
succo vitale, niuno poi ne imitava particolarmente; forte com’era di
dottrina e d’ingegno osava improntare del proprio stampo anche quella
morta favella, osava darle movimenti suoi proprii e stendere su ’l
verso antico un colorito novello. L’uomo dunque che cosí padroneggiava
il latino è facile imaginare con qual procedimento si facesse imitatore
in italiano. Erano bellezze da mille anni antiche, e nel suo verso
apparian nate oggi: erano imagini un po’ appannate un po’ stropicciate
dalla man grave degli scoliasti e degli imitatori, e nelle sue rime
rifiorivano splendide e fragranti, come rose e viole dopo una pioggia
di primavera: Omero prendea la sembianza di Dante, Virgilio quella del
Petrarca; e nel tutto era Angelo, l’_omerico giovinetto_, che rinnovava
il linguaggio poetico d’Italia. «Tentammo.... di non macchiare la
castità latina con le inette peregrinità né con le figure grecizzanti,
se tali non fossero che s’abbiano oramai per accolte; tentammo che le
due lingue serbassero la medesima chiarezza le medesime eleganze e
il senso e l’indole loro: niuna incresciosaggine di vocabolo, niuna
ansietà faticosa»[101]. Qui il critico spiega da vero il poeta: e
queste parole onde messer Angelo dichiarava il modo da sé tenuto
nel far latino Erodiano segnano la differenza che è dal classicismo
dell’autor delle Stanze a un classicismo piú recente di cui la cima e
lo sdrucciolo a un tempo sono le _Grazie_ del Foscolo.