LE RIME E LE SELVE D’AMORE.

Nel 1465[24] passava di Pisa Federico d’Aragona, figliuolo al falso e

crudele Ferdinando re di Napoli, fratello all’avaro e feroce Alfonso

duca di Calabria, pur lodato egli di lealtà, di generosità, di mitezza;

tanto che da’ baroni congiurati contro il padre e il fratello fu

nell’85 invocato re, e ne’ rovesci del 96 chiamato a regnare da’

principi di Salerno e Bisignano e dal conte di Capaccio fuorusciti,

a casa d’Aragona nemici. Convenne in Pisa con lui il figliuolo del

magnifico Piero: e consenzienti ambidue ne’ medesimi studi, e, come

giovani, aperti e amorevoli, nella serena solitudine dell’antica

città si intrattennero a lungo su la poesia vecchia d’Italia. Né l’uno

avrebbe allora creduto d’aver poi a comandare il sacco di Volterra, e

l’ire repubblicane affogare nel molto sangue de’ Pazzi e loro aderenti

e strozzarle con la corda che troncò le vite del Frescobaldi del

Balducci del Baldovinetti, e con le frodi e le lusinghe e il mal tolto

tutta guastar la città; né l’altro imaginava pure che, veduto mancare

d’un tratto al padre potentissimo il regno, e questi e i due fratelli o

abdicati o morti in desolazione, spogliato anch’ei del potere nel 1501

mirerebbesi intorno nella rocca d’Ischia «accumulate con miserabile

spettacolo tutte le infelicità della progenie di Ferdinando»[25], i

figliuoli piccoli circondati di prepotenze e d’insidie, l’una sorella

repudiata da Ladislao di Boemia dopo aiutatolo a ripigliare il reame,

l’altra, già duchessa di Milano, orbata ora del marito, dello stato,

del figliuolo unico, e che esulerebbe egli stesso ai nemici per

morirsi a Tours in dominio di chi i suoi spodestò. Sí bene, improvvidi

dell’avvenire, pareano allora que’ giovani fatti da natura soltanto

agli eruditi ragionari co ’l Poliziano, all’ameno conversare co ’l

Sannazaro. E Federico aprí a Lorenzo il desiderio di vedere tutti

i vecchi scrittori per opera di lui in un volume raccolti. Per che

Lorenzo, «non senza grandissima fatica fatti ritrovare gli antichi

esemplari e di quelli alcune cose men rozze eleggendo», glie ne mandò

nel 66 in un codice in foglio di pagine 292, «aggiunti nello estremo

alcuni suoi sonetti e canzone, perchè pareva che cosí a Federigo

piacesse»[26].

In cotesto codice, secondo che ne dice Apostolo Zeno il quale ebbelo

a vedere dal Facciolati e lo afferma esistente dei tempi suoi nella

libreria Foscarini[27], l’ultimo componimento co ’l nome d’autore è

a pagina 283 un sonetto del notaro da Lentino: gli altri che dalla

pagina 284 van sino al fine gli ritrovò lo Zeno nell’edizione aldina

delle Poesie del Magnifico. Ora Lorenzo nato del 1 gennaio 1448 era nel

66 poco piú che diciottenne: delle rime adunque molte furono composte

nell’adolescenza e nella gioventú prima, altre, come da piú luoghi

rilevasi, anche dopo il matrimonio con la Clarice Orsini che «gli

fu data»[28] nel 69. Ma la disposizione delle rime del Medici, com’è

nelle stampe, non pare secondo ordine di tempi e di affetti: a che si

dovrebbe, e, credo certo, potrebbesi, rimediare, quando un’edizione di

tutte le scritture di lui si rifarà sui manoscritti. Pur tuttavia non

è difficile scorgervi entro due maniere diverse. Nella prima il lavorío

è tutto quasi d’industria a rappezzare e riadattare le forme prese qua

e là; lavorío di giovane che scrive d’amore sol perché vede informati

dall’amore i modelli del bello stile che s’ha posti davanti. Di questa

maniera, a cui crederei appartenessero i versi mandati a Federigo ch’io

mi figuro essere i primi nell’ordine delle stampe, pochi saggi ho dato,

tenendomi come al parer dell’autore: il quale, movendo il comento

de’ suoi sonetti da quelli per morte di bella donna (LXVI-LXX del

canzoniere) onde mostra che cominciasse l’amore suo e la poesia, viene

a fare quasi una tacita rifiutazione de’ versi anteriori.

Ed è bello a udir Lorenzo de’ Medici narrare con effetto e colorito

di poeta in quel suo comento, come da una bara s’incominciò a lui

conoscenza universale d’amore e di vita. Portavano al luogo della

sepoltura, scoperto il volto, la persona bellissima di Simonetta

Cattaneo amata da Giuliano de’ Medici. L’acerbità della morte e la

bellezza in cadavere anche stupenda trasse il popolo a lacrimare,

i dotti a comporre versi dove la chiamaron divina[29]; e forse il

faceano per lusingheria a Giuliano. Quattro epigrammi che degnamente

parvero greci scriveva un giovinetto da Montepulciano, che poi con

la imagine di lei soavemente mesta e attristata della nube di morte

doveva adombrare il colorito smagliante d’un poema famoso. E Lorenzo,

passeggiando la sera con un amico suo, veduta per la splendida notte

d’aprile una stella chiarissima che su tutte l’altre lucea, «Non

ce ne maravigliamo — disse all’amico —; perchè l’anima di quella

gentilissima o è trasformata in questa nuova stella o si è congiunta

con essa»[30]. E ne’ giorni di poi andandosi per certi amenissimi prati

solo e meditabondo, e scòrto tra gli altri un fiore di Clizia, pensò:

presto, ché la sera è vicina, perderebbe quel fiore la dolcissima

visione dell’amato suo: ma bene l’aurora benigna renderebbe a Clizia

l’aspetto dell’astro desiderabile: al mondo chi renderà la luce di

colei che c’è morta?[31]. Quindi, rivestendo la persona d’amatore

della bella defunta, imaginava in ogni luogo veder lei e di lei

addolorarsi; e desiderava morire, e non voleva, «ché la morte da poi

ch’era stata negli occhi di colei tanto era addivenuta gentile, che

anche gli dèi nel cielo vorrebbon morire»[32]. Tanto che «stimando

grandissima felicità e dolcezza dover essere quella di colui, il quale

per ingegno o per fortuna avesse grazia di scrivere d’una tal donna,

cominciò a cercar colla mente se alcun’altra ne fosse nella nostra

città degna di tanto onore amore e lode»[33]. Dove il Ginguené osserva:

«Quando un giovine di vent’anni si mette a questa ricerca, non ci

spende gran tempo in vano»[34]. Di fatti, «in una festa pubblica della

nostra città ove concorsono molti uomini e quasi tutte le giovani

nobili e belle»[35], trovò Lorenzo la donna desiderata, di bellezza

e grazia, com’è naturale, sopra la morta. Tacque egli il nome: ma la

indiscrezione de’ poeti amici, che agli innamorati come il Medici si

prestano incomodi encomiatori per lo meno, lo rivelò. E il Poliziano

fe’ nella Giostra un tal suo bisticcio di Lucrezia e di Lauro[36]; e

Luca Pulci introdusse una Lucrezia parlante a Lauro in terzetti, dove

si discorre di versi «amebèi» e la erudizione e i latinismi sdruccioli

sono meravigliosi per donna fiorentina[37]: in fine Ugolino Verini

indirizza apertamente, quanto si può a donna in latino, un’elegia

«ad Lucretiam Donatam ut amet Laurentium Medicem»; nella quale dicesi

che Lorenzo è bello (i contemporanei e i ritratti rispondon che no) e

nobile e ricco e poeta, dunque lo lascerà morire crudelmente di amore?

e dove troverà giovine piú degno?

Hunc, sæva, immiti patieris amore perire?

Et quis te juvenis dignior alter erit?

Manco male, che dopo toccato non so che di spalle, di braccia, e fino

di «parva forma mamillarum», conchiude che Lorenzo la amò salvo il

pudore e niuna rea favola offese il nome di lei.

Hic te dilexit salvo, Donata, pudore,

Et famam læsit fabula nulla tuam[38].

Di che, e dal cantare alto de’ poeti (che in diverso caso avrebber

taciuto o velato le persone ed i nomi) e dal tenore delle poesie di

Lorenzo e dalla storia della sua vita, è da inferire con Roscoe,

Ginguené e Sismondi[39], che l’affetto del nostro per la Donati

fosse piú di poeta che altro, e che sceltala come personificazione

dell’oggetto d’un amore ideale ei l’adornasse e atteggiasse ne’ versi a

seconda della sua imaginazione; bella donna, modello a bella poesia.

E già questo amore tutto mentale, che ispirato da un mortorio ha

principio in una festa, ne ricorda un altro, che da’ lieti ritrovi del

calen di maggio e dalla bara d’una fanciulla incominciato si leva piú

che umano d’accanto al cadavere di Folco Portinari e si fa metafisico

al trapassar dell’amata. E l’altiero popolano del duecento e il signore

popolaresco del quattrocento scrissero ambidue versi d’amore avanti e

dopo il matrimonio, e dopo con piú ardore che avanti; taciuto il nome

delle donne con vereconda premura, delle quali non si sa certo che ad

essi corrispondessero; ebbero, pur ammogliati ed amanti, altri ben

piú terreni e meno artistici amori; anche, cementarono i loro versi

con minuzia d’analisi e concitazione di sentimento, con visioni e

descrizioni poetiche e con dispute di scolastica e di retorica, con

tanta insistenza a ricercare il perché dell’affetto, quanta mettono

i grammatici dietro il perché della frase. Piú che probabilmente

dall’Allighieri e dai duecentisti mosse Lorenzo la seconda maniera

della sua poesia: il quale, e credeva che «le canzoni e i sonetti di

Dante fossero di tanta gravità sottilità ed ornamento da non avere

comparazione in prosa o orazione soluta»[40], e le rime de’ vecchi

toscani sceglieva come intendente, e come amatore le facea ricercare e

copiare, e davane giudizio acuto e verissimo nell’epistola a Federico.

Di fatto l’impeto come ispirato di talune intonazioni, e le invenzioni

sottili con le figure e le frasi ardite e scultorie di parecchi sonetti

suoi, non tengon di Dante? non sente del Cavalcanti quel «dare alle

potenze dell’anima, ai fantasmi, agli affetti, persona, vita, operare

umano, e crear cosí mitologia ignota ai greci e a’ latini»?[41] non

sente di Cino la purezza di certe imagini e la facilità briosa delle

gentilezze pur meditate? Non però l’amore del Medici è l’amore del

medio evo e del Cavalcanti e di Dante, che viene

A guisa d’uno arcier presto soriano

Acconcio sol per ancider altrui[42]

e che

.... fere tra gli spiriti paurosi

E quale ancide e qual caccia di fora:[43]

si mostra d’avere assistito alle disputazioni di Marsilio Ficino,

d’aver seduto nello Studio di Firenze alle lezioni del Landino e

segnato nel recitare del Poliziano la cadenza del distico e dell’ode

asclepiadea. Le amenità degli epigrammi dell’Antologia, le candide

invenzioni d’Anacreonte, le forme rigogliose di Tibullo, di Properzio,

d’Ovidio, ti scherzano, ti sorridono, ti tondeggiano dinanzi in

alcun verso del Medici; rinfrescate in una vena corrente d’antica

ingenuità, rintegrate nella gentilezza paesana di Dino Frescobaldi e

di Lapo Gianni. Ne già te n’accorgi, se non vi poni ben mente: perché

egli, pari anche in questo ai toscani antichi, ha gran larghezza

d’imitazione; e, come osserva il Roscoe[44], in quasi tutti gli

aspetti della natura e negli annali dell’istoria e nelle regioni della

mitologia e nei misteri del platonismo rintraccia le imagini sue; che

poi molteplici ti saltano agli occhi dal fondo di quel suo colorito,

ben comparato dal biografo inglese «alle meno corrette e piú animate e

brillanti pitture della scuola veneziana»[45].

Il che tutto ravviva e ringentilisce l’amore alla solitudine e

alle bellezze della natura: onde tra i canzonieri italiani, che i

piú sentono il rinserrato e la polvere delle biblioteche, appare

freschissimo questo del Medici. Mirabile ciò nell’uomo cresciuto alle

cupe macchinazioni nella casa di Via Larga, avvezzatosi a simulare e

dissimulare nel Palagio dei Priori. Infelice! e certo intendeva che

fosse la quiete umile e solitaria egli che scrisse,

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,

Le piazze i tempii e gli edifizi magni....

Un verde praticel pien di bei fiori,

Un rivolo che l’erba intorno bagni,

Un augelletto che d’amor si lagni,

Acqueta molto meglio i nostri ardori;

egli che pur invocando la dea della voluttà, Lascia, le dice, il troppo

delicato regno di Cipro, e

vien sopra il ruscello

Che bagna la minuta e verde erbetta,

Vieni a quest’ombra ed alla dolce auretta

Che fa mormoreggiar ogni arboscello,

A’ canti dolci d’amoroso augello;

Questa da te per patria sia eletta,

egli che desidera seco la donna sua

Alla dolce ombra e sopra questo rio

Che co’ miei pianti si lamenta e geme[46].

Onde bella e vera l’imagine che della Musa del Medici figurava il

Poliziano:

importunas mulcentem pectine curas

Umbrosæ recolo te quondam vallis in antrum

Monticolam traxisse deam. Vidi ipse corollas

Nexantem, numerosque tuos prona aure bibentem;

Viderunt socii pariter: seu grata Dianæ

Nympha fuit, quamquam nullæ sonuere pharetrae:

Seu soror Aonidum, et nostræ tunc hospita silvæ.

Illa tibi, lauruque tua semperque recenti

Flore comam cingens, pulcrum ispiravit amorem[47].

«Ricordo come tu un giorno al suono della cetera addolcitore delle cure

importune attraesti nell’antro di ombrosa valle una dea montanina. Io

la vidi che t’intrecciava ghirlandelle e bevea per le prone orecchie

i tuoi canti; videro anche gli amici: o ella fu una ninfa compagna di

Diana se bene non le sonasse al fianco faretra, o sorella delle Aonidi

ed ospite allora della nostra selva. Ella, cingendoti e del lauro e del

fiore d’ogni stagione la chioma, ispirò a te il bello amore».

E quanto cara dové costare la voglia smisurata di signoria a

quest’anima virgiliana; che ogni bellezza vede connaturata con la

bellezza dei campi e del cielo; che alla figura della donna ideale dà

il piú delle volte per isfondo il riso interminato dell’orizzonte,

per contorno il verde delle selve e dei prati. Ella gli apparisce

«novella Flora; e dove volge i belli occhi, germina la terra e fuora

escono mille color vari di fiori novelli»; e al cantar suo «gli uccelli

rendono amorosa armonia», a udirla favellare «le selve rivestono i

rami secchi». La vede sopra un «fresco rio tra belle donne e verdi

fronde», quando «il sole inchina all’occidente lasciando ombrosa e

scura la terra»: a lei dormente dà in vece di cortinaggio «un’alta

e frondosa quercia» che i rami interpone tra il bel volto e i raggi

solari: «presso là dove il mar Tirreno bagna ed allaga», la figura «tra

fronde e fronde, nuova Diana che allieti ogni oscuro». E questo amore

squisito che gli dà a cogliere gli aspetti piú nuovi della schietta

natura e lo spira a colorirli con le tinte piú efficaci e a farne

uscire tante vaghissime imagini, in quell’ingegno potente d’analisi e

di fantasia, avvezzo alle meditazioni filosofiche e al culto dell’arte,

tal copia risveglia d’idee comparative, da illuminarne i pensieri piú

oscuri, da farne bellissime le belle apparenze. Vede i capelli biondi

cadenti su la bianca veste a madonna? e gli rifulge in mente il sole

che spande il bel lume su i monti alti e nevosi. Avviene che il volto

di lei è bagnato di pianto? gli tremola innanzi la imagine d’un ruscel

chiaro che per un bel prato vada bagnando fior bianchi e rossi, e vede

Amore starsi in quel volto lacrimoso come augello che dopo l’ardore

riceve ad ale aperte la fresca pioggia d’estate. Fin la concordia

tutta intellettuale tra la bellezza e la pietà ti rappresenta con una

comparazione splendida, come i colori a che accenna:

Come su bei crin d’òr verde ghirlanda

Fa l’òr parer piú chiaro e piú lucente,

E l’auree chiome il verde assai piú snello:

Cosí quella pietà, che al cor le manda

Amor, fa sua beltà piú eccellente,

E piú grata pietà l’aspetto bello.

Fino il commercio platonico tra i pensieri suoi e dell’amata ti si

muove dinanzi nel paragone delle formiche, che un bel giorno d’estate

vanno, vengono, ristanno intorno al faticoso procacciare del grano. E i

raggi amorosi che escono del volto di madonna a risvegliare gli spiriti

di lui sono il raggio del sole di primavera, che commove l’alveare

delle api, e quelle «accese di novella cura escono per la vaga foresta»

a saziarsi d’odore e di miele.

Ma la novità del nostro autore, meno parvente nelle forme del sonetto

e della canzone già usate a uno stampo, splende in piú aperta luce,

quand’egli, contesa l’ottava alla narrazione, per la quale aveala

trovata il Boccaccio e nella quale l’avevano adoperata il Pucci e i due

Pulci, primi autori d’epopea romanzesca, osò con impeto lirico vibrarla

speditissima nelle Selve d’amore. Alle quali diè nome dall’errare

che in esse fa la sua poesia con varie e larghe meditazioni intorno

a un affetto piú presto che insistere sur un sentimento; come chi si

aggirasse con diversi avvolgimenti in una selva senza però uscirne

mai. Nel qual genere di poesia sentenziò dirittamente il Landino che

sarebbe il Medici senza controversia superiore d’ogni emulo[48]. E in

vero, imitatore di nessuno, fu il Medici nelle Selve dai posteriori

imitato: e il Benivieni, il Poliziano, Serafino dell’Aquila, il Bembo,

il Martelli e i cinquecentisti tutti che scrissero stanze liriche,

da lui ritrassero il genere: ma deviarono nel concetto; in quanto si

trattennero con lunghe ripetizioni sopra un sentimento o un pensiero

solo, piú corretti che non caldi, piú fioriti che non imaginosi, piú

tornitori di versi elegantissimi che non poeti; eccetto l’unico Molza,

che nella Ninfa tiberina e nel Ritratto della Gonzaga varietà ebbe,

poniamo pur solo di descrizioni e pitture. Ma il Medici per le ampie

volute dell’ottava scorre con agevole pieghevolezza, come fiume reale

che devolve con variati meandri le acque abondose per valli svariate

di cólti e di boschi, di verdi praterie e di poggi silvestri, di

popolose campagne e di solitudini amene. Cosí la prima Selva incomincia

con tre descrizioni che paiono omeriche, tanto sono semplici, piene,

efficaci; séguita con una pittura soavissima come del pennello di Guido

Reni; finisce temperando le fantasie platoniche con poesia d’affetto

leggiadrissima e piana.

Pagine di storia letteraria · 第 79 / 157 题