V.

Ma ciò non poteva essere nei primi cinquanta anni del secolo

quindicesimo; quando, tra perché la poesia popolare o borghese

trasse a sé le moltitudini al cui intendimento agguagliavasi senza

sollevarlo, e perché i dotti non curarono d’indirizzarsi al popolo

reputando la erudizione solo degna a cui si attendesse, avvenne che

letteratura propriamente nazionale in lingua italiana non esistesse;

quella letteratura, cioè, che al di sopra delle partizioni di scuole

e di classi si fa specchio a tutto il pensiero e il sentimento della

nazione, ne séguita i movimenti, ne è come l’irradiazione spirituale.

In questi anni preparavansi soltanto gli elementi di una nuova

assimilazione.

Ma il necessario procedere degli avvenimenti cagionava circa la

metà del secolo un mutamento notevolissimo nelle condizioni cosí

civili come letterarie d’Italia. E prima di tutto per la occupazione

di Costantinopoli [1453] la patria nostra divenne sola erede e

conservatrice della civiltà antica, come già era la ordinatrice della

nuova. Quindi lo stimolo a una letteratura piú operosa, fatto poi

maggiore dalla invenzione della stampa che ben presto di Germania passò

tra di noi [1465]. Aggiungasi che il fine dello scisma occidentale

[1438] rese stabile a Roma il papato e una successione per alcuni anni

di pontefici men tristi; che l’impiantamento definitivo degli aragonesi

in Napoli [1441] e degli Sforza in Lombardia [1447] e la nuova dignità

degli estensi [1450] e l’affermarsi dei Medici in Firenze [1434-1480]

determinarono meglio le relazioni dei maggiori stati d’Italia:

onde si condusse questa a piú pacifico e ordinato vivere, e nella

confederazione mantenuta con l’equilibrio si aprirono quei quarant’anni

di florida se non gloriosa indipendenza tanto ricordati poi e rimpianti

dal Machiavelli e dal Guicciardini. In quella quiete confortata

dalla prosperità materiale, rallegrata dai sollazzi dalle feste dalle

magnificenze civili e principesche, la poesia italiana risalí di per le

strade e le piazze nei palagi e nelle regge: dove strinse e raffermò

una alleanza talvolta un po’ servile, come avviene ai potentati

freschi, con la classica letteratura.

Lo studio dei grandi modelli dell’antichità, lo addestramento e il

disciplinamento degli ingegni e delle facoltà in quelle forme organiche

e sintetiche, doveva essere il mezzo onde gli scrittori delle varie

regioni italiche riuscissero a fare italiana la toscanità nazionale di

Dante del Petrarca del Boccaccio. Ciò si preparava, ciò cominciava a

scorgersi: ma la fusione, la trasformazione, non era ancora avvenuta.

La nuova letteratura del quattrocento rimase letteratura della

confederazione. E come la confederazione ebbe specialmente tre centri

intorno a cui si raccolsero le forze minori, Napoli pe ’l mezzogiorno,

Milano pe ’l settentrione, Firenze pe ’l mezzo; cosí tre scuole o tre

capitali ebbe la letteratura della confederazione; Napoli con isfoggio

di erudizione e lussuria di forma monarchica; non Milano che troppo

poco aveva nel Bellincioni e nel Visconti ed era riserbata centro

a un posteriore rinnovamento, ma Ferrara co’ suoi duchi già ospiti

dei trovatori, con le sue tradizioni signorili e l’aria magnifica

e cavalleresca; e Firenze in ultimo, sempre democratica per una

parte, per l’altra contemperatrice dei diversi elementi nell’arte

a quel modo che nell’ordine politico era co ’l Medici conservatrice

dell’equilibrio.

Pagine di storia letteraria · 第 76 / 157 题