VI.

A Napoli avvenne ciò che a Roma: erano ambedue quelle città troppo

rimaste fuori dal movimento dei comuni, e per ciò tardi entrarono

al lavoro letterario, e vi entrarono con il latino. Napoli nel

quattrocento con la sua academia pontaniana promuove e coopera anche

piú che essa Roma al movimento di restaurazione dell’arte classica e

della poesia latina.

All’ultima perfezione dell’arte classica, quale dimostravasi nella

poesia latina rinnovellata allora genialmente in Italia, toccò, in

mezzo la erudizione del secolo decimoquinto, Gioviano Pontano. Da

quella folla di grammatici e retori, di filologi ed eruditi, che

empierono di lor fatiche la maggior parte del secolo, piú lavoranti

che artisti, piú zappatori che costruttori, egli uscí fuori poeta;

egli, e il Poliziano: ma il Pontano rende ancora piú spiccata imagine

che non il Poliziano di ciò che fu il pensiero e l’opera di tutto

insieme il secolo, la reazione estetica e dotta contro il misticismo

e l’idealismo cristiano dell’età anteriore. I libri suoi degli amori

e li endecasillabi baiani sono proprio il contrario dei canzonieri di

Dante e del Petrarca, e Fannia e Focilla il contrapposto di Beatrice

e di Laura: queste non hanno mai velo che basti, quelle si affrettano

ridenti a denudare ogni loro bellezza in conspetto al sole e all’amore:

quelli adoravano, inginocchiati o con gli occhi levati; il Pontano

abbraccia con un rapimento di voluttà non meno lirico di quell’estasi.

Tutto ciò che la fantasia riflessa dell’antichità poteva operare su ’l

sentimento assai superficiale d’un borghese italiano del quattrocento,

il Pontano lo provò e lo rese. E, con quel suo riposato senso di

voluttà e di sincero godimento della vita, egli, in latino, è il poeta

piú moderno e piú vero del suo tempo e del suo paese. Perocché Napoli,

la sensuale e imaginosa Napoli, non ha poeti ed artisti nel piú severo

significato della parola: quel popolo, cosí potente nell’astrazione,

non ha vigore alla concezione feconda e all’espressione vitale del

fantasma: un’onda colorata e sonante, senza armonia nel suo monotono

flusso e riflusso; un vortice di forme e di imagini lussureggianti che

s’incalzano e si confondono tra loro sino al delirio della tarantella;

ecco la poesia napolitana o meridionale. E cosí la rappresenta nel

secolo decimoquinto il Pontano fattosi napolitano d’imaginazione,

di studi, di affetti, il Pontano che è per avventura il maggiore dei

napolitani poeti, che ricorda Ovidio e che accenna un po’ a quel che

sarà nelle parti piú elette il Marini.

Ma il Pontano non presenta che una sembianza del Rinascimento: questo

nel concetto suo piú nobile, come risorgimento del naturalismo ideale,

doveva nell’accordo dell’antichità e del cristianesimo e nell’accordo

esteticamente migliore delle belle forme greche alle belle forme

toscane, di Omero a Dante, di Virgilio al Petrarca, doveva, dico,

essere inteso e tentato in Firenze. Nel palazzo di Via Larga, monumento

magnifico dell’arte toscana adorno delle piú rare e pregiate reliquie

di Grecia, Lorenzo de’ Medici dà l’una mano al Poliziano, l’altra

al Pulci. Ei per sé non fu artista o inventore eccellentissimo, ma

operò efficacemente su i circostanti e i contemporanei, risollevando

a piú razionalità col platonismo l’ideale dantesco e petrarchesco, e

con ciò ritornando egli e richiamando l’arte e lo stile alle nobili

tradizioni del trecento per quanto, e non era poco, rimaneva in esse

di vivo, e in quelle chiare fresche e dolci acque riforbendo la poesia

popolare dall’attrito plebeo: nella quale ultima opera gli fu compagno

il Poliziano. E tutti due presero a rifare un po’ piú letterariamente

il dramma popolare, senza che riuscissero a dargli novità alcuna o

movimento di vita e di composizione; ripresero, e con incomparabile

felicità, la lirica popolare: le canzoni a ballo e certe ottave sí

dell’uno sí dell’altro sono delle cose piú spontanee e piú schiette di

tutta la nostra poesia, ridono d’una rosea morbidezza che è pur gran

pregio dell’arte e non fu raggiunta piú mai. Ma il sommo di quell’arte

assimilatrice in originale imitazione, che uscir dovea dagli antichi

monumenti e da quei del trecento studiati con ingegno e con animo desto

al senso del presente, il sommo di quella bella e breve arte fu toccato

dal Poliziano. Scrittore greco e latino a quattordici anni, traduttore

di Omero a quindici, padre della filologia, revisore del testo delle

Pandette, poeta di mitologia viva e di classicismo elegante e fervido

nelle Stanze e nell’Orfeo, e insieme improvvisator fiorentino;

egli, accoppiando la dottrina alla popolarità, la riflessione alla

spontaneità, è il tipo, se non piú grande, certo piú universale e piú

vero, del miglior quattrocento. E, non ostante alcune macchie della

sua vita e alcune brutture de’ suoi carmi latini, anche il piú gentile.

Il Pontano è troppo materialmente sensuale e stanca; il Poliziano ama

con sentimento di greco la natura bella e serena, e ne rispecchia la

imagine nella quiete dell’idillio, ch’egli insegnò o lasciò in retaggio

con l’armonia dell’ottava all’Ariosto ed al Tasso.

Il Medici e il Poliziano detersero quella parte di poesia popolana

ch’e’ tolsero a maneggiare; il Pulci nella massa informe dell’epopea

di popolare sollazzo, della quale abbozzai piú sopra l’imagine,

impresse il suo individuale suggello. Egli sentendosi, come ogni

poeta vero, tratto ad espandere la disposizione dell’animo suo nel

suo tempo, le cui tempre e condizioni partecipava e sperimentava

tutte, non andò cercando materie e forme strane; ma ad infondervi

l’anima sua tolse la materia che piú aveva alla mano, le rapsodie

cavalleresche e avventuriere delle piazze e delle strade; e anche

serbò il colorito e le formole dei rapsodi che le componevano o le

cantavano. Ma non si lasciò assorbire com’essi dall’argomento: egli

intervenne co’ sentimenti suoi all’opera epica, vi mescolò i suoi

intendimenti, che erano a punto i sentimenti e gl’intendimenti della

borghesia italiana del tempo. Il Pulci non è ateo: egli, come il

popolo italiano, ondeggia tra lo scetticismo a cui la educazione delle

circostanze lo portarono, e le memorie effettive, piú che credenze,

della religione a cui il sentimento della prima educazione lo richiama:

quindi una professione di fede epicurea a canto d’una invocazione a

Maria. Il Pulci in fondo non crede a quelli imperatori e re, a quelli

eroi, a que’ giganti, e piú d’una volta dà loro repubblicanamente e

filosoficamente la baia; ma curioso, e, come il popolo italiano, avido

del mirabile, del fantastico, del soprannaturale ben trovato e bene

adobbato, cupido d’impressioni e di sensazioni tuttor rinnovantisi, si

lascia trasportare dal suo racconto; e a certi punti grida, strepita,

benedice, prega e piange, per poi tornare a scherzare e sorridere

quando il nodo dell’avventura è sciolto. Tale è Luigi Pulci: non

credente ma né pure ateo, non certo caldo di spiriti cavallereschi ma

né pure intenzionato di parodiarli, non romanzesco ma né pure burlesco:

tutto insieme, il poeta piú indipendente del Rinascimento, il piú

popolare forse della nostra letteratura o quello almeno che piú si

lascia andare alla natura sua; e per ciò forse il piú maltrattato dai

cultori della poesia fatturata.

Il Pulci, in Firenze democratica, infondeva i suoi spiriti e la vita

del suo ingegno nella materia epica cavalleresca, pur serbandole

la trasformazione che il popolo le aveva dato: Matteo Boiardo,

nell’aristocratica Ferrara, prendeva a rinnovarla signorilmente con

l’intenzione a un ideale artistico. Ciò che dell’elemento feudale

e delle tradizioni cavalleresche poté salvarsi e soprannuotare alla

invasione borghese e plebea erasi raccolto nelle corti lombarde, e

le popolazioni lombarde, forse per una segreta affinità elettiva a

quelle tradizioni, le conservarono piú volontieri e piú lungamente;

e da codeste tradizioni fu ben presto attratto il conte di Scandiano,

gentiluomo e feudatario. Egli sarebbe, senza Torquato Tasso, il primo

e l’ultimo vero cavaliere della poesia italiana; certo, è il solo

cavaliere della prima età del Rinascimento, e pure non ha nulla del Don

Chisciotte: è cavaliere e dotto e cittadino italiano insigne. Studia

i poeti francesi, e traduce Erodoto e Senofonte: compone rime con le

piú squisite forme dantesche e petrarchiane ammollite e rifiorenti

alla tepida aura dell’antica poesia, e traduce lo Anfitrione e l’Asino

d’oro; ricerca memorie storiche pe’ suoi castelli e contraffà i

cronisti del medio evo, e scrive ecloghe latine; serve i duchi come

governatore militare, e si fa rimproverare da un solenne giurista

l’avversione alla pena di morte; conversa con i contadini del suo

feudo, e fa suonare le campane a doppio quando ha trovato un bel nome

per un bell’episodio. Cosí fatto il Boiardo, un de’ piú vari e larghi

e amabili esemplari dell’ingegno italiano, impresse la piú varia e

larga e genial rinnovazione della materia cavalleresca a racconto

romanzesco che abbiano le letterature del Rinascimento, fondendo

insieme per una parte i poemi del ciclo carolingio e quelli del ciclo

bretone, l’eroismo e l’avventura, l’ideale epico e l’intreccio amoroso,

e in quella fusione mescolando per l’altra parte l’epopea antica,

gli episodi omerici e virgiliani. E tutto questo fece su ’l serio,

imperocché egli credeva a’ suoi cavalieri e gli amava: quanto studio

di verità, quanto fervore di artista nei caratteri che egli primo in

questa terza lavorazione dell’antica materia determinò, e fissò! quanta

gentilezza in quelle donne, ch’egli creò, naturali e tenere e nobili

insieme! Il Boiardo è senza dubbio un de’ piú grandi poeti italiani:

con tutto ciò a quella prolissità, a quel suo manco, alle volte, di

forza risentita nel colorire, mentre ha pur cosí larga facoltà di

comprendere e rappresentare, voi v’accorgete che egli, il cavaliere, è

vecchio di qualche secolo. Che aveva a fare con la età dei condottieri

e degli avvelenatori il principio cavalleresco?

E, poi che la Divina Commedia non aveva lasciato effetti, che cosa

poteva ormai operare in Italia il principio religioso? Dal lavoro

letterario troppo è evidente la sua assenza. E pure, mentre per un lato

l’elemento ecclesiastico seguitava esagerando la sua trasformazione

romana sino a far pagana la corte dei papi, il principio religioso,

per l’altro lato, contro il sensualismo classico del Pontano, contro

lo scetticismo popolaresco del Pulci, contro il paganesimo artistico

del Poliziano, contro l’idealismo romanzesco del Boiardo, contro la

corruzione dei Medici, di Firenze, d’Italia e della Chiesa, contro il

Rinascimento in somma insorgeva con un ultimo tentativo di ascetica

reazione in persona di Girolamo Savonarola. Non tutto il clero, a dir

vero, avea seguitato il pontificato nella sua abiettazione, e nella

sua degenerazione la Chiesa: che anzi, quanto piú quello e questa

avanzavano, tanto piú, in quegli ordini specialmente che parteciparono

con maggior ardenza al rinnovamento cattolico dei secoli decimosecondo

e decimoterzo, andavano crescendo gli spiriti dell’opposizione: la

quale negli scrittori ascetici del trecento e del quattrocento va

sempre piú maturando un cotal concetto di riformazione, tanto piú

chiaramente accennato quanto quegli scrittori sentivano la necessità

di raffermare, purificando la Chiesa, il sentimento cristiano e il

dogma cattolico contro la civiltà profana che d’ogni parte dilagava e

premeva. E il movimento di opposizione cristiana mise capo in Girolamo

Savonarola. Nel quale, posto, per un’incidenza che non è tutta caso,

tra il chiudere del medio evo e l’aprirsi della modernità, quasi a

raccogliere e benedire gli ultimi aneliti della libertà popolana già

sorta nel nome del cristianesimo e a mandare l’ultima vampa di fede

verso i tempi nuovi, voi vedete convergere le aspirazioni piú pure, voi

vedete rinascere le figure piú ardite del monachismo democratico. In

lui lo sdegno su la corruzione della chiesa che traeva alla solitudine

i contemplanti, in lui l’amore alle plebi fraterne che richiamava su

le piazze e tra le armi dei cittadini contendenti ad uccidersi i frati

paceri, in lui la scienza teologica e civile di Tommaso, in lui il

repubblicanismo di Arnaldo, in lui finalmente anche le fantasie e le

fantasticherie di Iacopone da Todi. E di quel pensiero italiano che

intorno alla religione andavasi da secoli svolgendo nell’arte nella

scienza nella politica, di quel pensiero che è lo stesso cosí in

Arnaldo repubblicano all’antica come in Dante ghibellino o nel Petrarca

letterato, cosí in fra’ Iacopone maniaco religioso come nel Sacchetti

novelliere profano, il Savonarola pronunziò la formola: Rinnovamento

della Chiesa. Era troppo tardi. Quel che nella mente italiana del

Savonarola era avanzato di intendimento civile tra le ebrietà mistiche

del chiostro, ei lo depose grandiosamente nella istituzione del

Consiglio grande: del resto, come martire religioso, salva la reverenza

debita sempre a cui nobilita il genere umano attestando col sangue suo

la sua fede, come novatore mistico, egli (perchè no ’l diremo?) egli è

misero. Rivocare il medio evo su la fine del secolo decimoquinto; far

da profeta alla generazione tra cui cresceva il Guicciardini; ridurre

tutta a un monastero la città ove il Boccaccio avea novellato di ser

Ciappelletto e dell’agnolo Gabriele, la città ove di poco era morto

il Pulci; respingere le fantasie della natura, novamente rivelatasi,

alla visione, le menti dalla libertà e dagli strumenti suoi, novamente

conquistati, alla scolastica; fu concetto quanto superbo altr’e tanto

importuno e vano. Il Rinascimento sfolgorava da tutte le parti; da

tutti i marmi scolpiti, da tutte le tele dipinte, da tutti i libri

stampati in Firenze e in Italia irrompeva la ribellione della carne

contro lo spirito, della ragione contro il misticismo; ed egli, povero

frate, rizzando suoi roghi innocenti contro l’arte e la natura,

parodiava gli argomenti di discussione di Roma; egli ribelle, egli

scomunicato, egli in nome del principio d’autorità destinato a ben

altri roghi. E non sentiva che la riforma d’Italia era il rinascimento

pagano, che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri

popoli piú sinceramente cristiani; e tra le ridde de’ suoi piagnoni

non vedeva, povero frate, in qualche canto della piazza sorridere

pietosamente il pallido viso di Nicolò Machiavelli.

Pagine di storia letteraria · 第 77 / 157 题