A Napoli avvenne ciò che a Roma: erano ambedue quelle città troppo
rimaste fuori dal movimento dei comuni, e per ciò tardi entrarono
al lavoro letterario, e vi entrarono con il latino. Napoli nel
quattrocento con la sua academia pontaniana promuove e coopera anche
piú che essa Roma al movimento di restaurazione dell’arte classica e
della poesia latina.
All’ultima perfezione dell’arte classica, quale dimostravasi nella
poesia latina rinnovellata allora genialmente in Italia, toccò, in
mezzo la erudizione del secolo decimoquinto, Gioviano Pontano. Da
quella folla di grammatici e retori, di filologi ed eruditi, che
empierono di lor fatiche la maggior parte del secolo, piú lavoranti
che artisti, piú zappatori che costruttori, egli uscí fuori poeta;
egli, e il Poliziano: ma il Pontano rende ancora piú spiccata imagine
che non il Poliziano di ciò che fu il pensiero e l’opera di tutto
insieme il secolo, la reazione estetica e dotta contro il misticismo
e l’idealismo cristiano dell’età anteriore. I libri suoi degli amori
e li endecasillabi baiani sono proprio il contrario dei canzonieri di
Dante e del Petrarca, e Fannia e Focilla il contrapposto di Beatrice
e di Laura: queste non hanno mai velo che basti, quelle si affrettano
ridenti a denudare ogni loro bellezza in conspetto al sole e all’amore:
quelli adoravano, inginocchiati o con gli occhi levati; il Pontano
abbraccia con un rapimento di voluttà non meno lirico di quell’estasi.
Tutto ciò che la fantasia riflessa dell’antichità poteva operare su ’l
sentimento assai superficiale d’un borghese italiano del quattrocento,
il Pontano lo provò e lo rese. E, con quel suo riposato senso di
voluttà e di sincero godimento della vita, egli, in latino, è il poeta
piú moderno e piú vero del suo tempo e del suo paese. Perocché Napoli,
la sensuale e imaginosa Napoli, non ha poeti ed artisti nel piú severo
significato della parola: quel popolo, cosí potente nell’astrazione,
non ha vigore alla concezione feconda e all’espressione vitale del
fantasma: un’onda colorata e sonante, senza armonia nel suo monotono
flusso e riflusso; un vortice di forme e di imagini lussureggianti che
s’incalzano e si confondono tra loro sino al delirio della tarantella;
ecco la poesia napolitana o meridionale. E cosí la rappresenta nel
secolo decimoquinto il Pontano fattosi napolitano d’imaginazione,
di studi, di affetti, il Pontano che è per avventura il maggiore dei
napolitani poeti, che ricorda Ovidio e che accenna un po’ a quel che
sarà nelle parti piú elette il Marini.
Ma il Pontano non presenta che una sembianza del Rinascimento: questo
nel concetto suo piú nobile, come risorgimento del naturalismo ideale,
doveva nell’accordo dell’antichità e del cristianesimo e nell’accordo
esteticamente migliore delle belle forme greche alle belle forme
toscane, di Omero a Dante, di Virgilio al Petrarca, doveva, dico,
essere inteso e tentato in Firenze. Nel palazzo di Via Larga, monumento
magnifico dell’arte toscana adorno delle piú rare e pregiate reliquie
di Grecia, Lorenzo de’ Medici dà l’una mano al Poliziano, l’altra
al Pulci. Ei per sé non fu artista o inventore eccellentissimo, ma
operò efficacemente su i circostanti e i contemporanei, risollevando
a piú razionalità col platonismo l’ideale dantesco e petrarchesco, e
con ciò ritornando egli e richiamando l’arte e lo stile alle nobili
tradizioni del trecento per quanto, e non era poco, rimaneva in esse
di vivo, e in quelle chiare fresche e dolci acque riforbendo la poesia
popolare dall’attrito plebeo: nella quale ultima opera gli fu compagno
il Poliziano. E tutti due presero a rifare un po’ piú letterariamente
il dramma popolare, senza che riuscissero a dargli novità alcuna o
movimento di vita e di composizione; ripresero, e con incomparabile
felicità, la lirica popolare: le canzoni a ballo e certe ottave sí
dell’uno sí dell’altro sono delle cose piú spontanee e piú schiette di
tutta la nostra poesia, ridono d’una rosea morbidezza che è pur gran
pregio dell’arte e non fu raggiunta piú mai. Ma il sommo di quell’arte
assimilatrice in originale imitazione, che uscir dovea dagli antichi
monumenti e da quei del trecento studiati con ingegno e con animo desto
al senso del presente, il sommo di quella bella e breve arte fu toccato
dal Poliziano. Scrittore greco e latino a quattordici anni, traduttore
di Omero a quindici, padre della filologia, revisore del testo delle
Pandette, poeta di mitologia viva e di classicismo elegante e fervido
nelle Stanze e nell’Orfeo, e insieme improvvisator fiorentino;
egli, accoppiando la dottrina alla popolarità, la riflessione alla
spontaneità, è il tipo, se non piú grande, certo piú universale e piú
vero, del miglior quattrocento. E, non ostante alcune macchie della
sua vita e alcune brutture de’ suoi carmi latini, anche il piú gentile.
Il Pontano è troppo materialmente sensuale e stanca; il Poliziano ama
con sentimento di greco la natura bella e serena, e ne rispecchia la
imagine nella quiete dell’idillio, ch’egli insegnò o lasciò in retaggio
con l’armonia dell’ottava all’Ariosto ed al Tasso.
Il Medici e il Poliziano detersero quella parte di poesia popolana
ch’e’ tolsero a maneggiare; il Pulci nella massa informe dell’epopea
di popolare sollazzo, della quale abbozzai piú sopra l’imagine,
impresse il suo individuale suggello. Egli sentendosi, come ogni
poeta vero, tratto ad espandere la disposizione dell’animo suo nel
suo tempo, le cui tempre e condizioni partecipava e sperimentava
tutte, non andò cercando materie e forme strane; ma ad infondervi
l’anima sua tolse la materia che piú aveva alla mano, le rapsodie
cavalleresche e avventuriere delle piazze e delle strade; e anche
serbò il colorito e le formole dei rapsodi che le componevano o le
cantavano. Ma non si lasciò assorbire com’essi dall’argomento: egli
intervenne co’ sentimenti suoi all’opera epica, vi mescolò i suoi
intendimenti, che erano a punto i sentimenti e gl’intendimenti della
borghesia italiana del tempo. Il Pulci non è ateo: egli, come il
popolo italiano, ondeggia tra lo scetticismo a cui la educazione delle
circostanze lo portarono, e le memorie effettive, piú che credenze,
della religione a cui il sentimento della prima educazione lo richiama:
quindi una professione di fede epicurea a canto d’una invocazione a
Maria. Il Pulci in fondo non crede a quelli imperatori e re, a quelli
eroi, a que’ giganti, e piú d’una volta dà loro repubblicanamente e
filosoficamente la baia; ma curioso, e, come il popolo italiano, avido
del mirabile, del fantastico, del soprannaturale ben trovato e bene
adobbato, cupido d’impressioni e di sensazioni tuttor rinnovantisi, si
lascia trasportare dal suo racconto; e a certi punti grida, strepita,
benedice, prega e piange, per poi tornare a scherzare e sorridere
quando il nodo dell’avventura è sciolto. Tale è Luigi Pulci: non
credente ma né pure ateo, non certo caldo di spiriti cavallereschi ma
né pure intenzionato di parodiarli, non romanzesco ma né pure burlesco:
tutto insieme, il poeta piú indipendente del Rinascimento, il piú
popolare forse della nostra letteratura o quello almeno che piú si
lascia andare alla natura sua; e per ciò forse il piú maltrattato dai
cultori della poesia fatturata.
Il Pulci, in Firenze democratica, infondeva i suoi spiriti e la vita
del suo ingegno nella materia epica cavalleresca, pur serbandole
la trasformazione che il popolo le aveva dato: Matteo Boiardo,
nell’aristocratica Ferrara, prendeva a rinnovarla signorilmente con
l’intenzione a un ideale artistico. Ciò che dell’elemento feudale
e delle tradizioni cavalleresche poté salvarsi e soprannuotare alla
invasione borghese e plebea erasi raccolto nelle corti lombarde, e
le popolazioni lombarde, forse per una segreta affinità elettiva a
quelle tradizioni, le conservarono piú volontieri e piú lungamente;
e da codeste tradizioni fu ben presto attratto il conte di Scandiano,
gentiluomo e feudatario. Egli sarebbe, senza Torquato Tasso, il primo
e l’ultimo vero cavaliere della poesia italiana; certo, è il solo
cavaliere della prima età del Rinascimento, e pure non ha nulla del Don
Chisciotte: è cavaliere e dotto e cittadino italiano insigne. Studia
i poeti francesi, e traduce Erodoto e Senofonte: compone rime con le
piú squisite forme dantesche e petrarchiane ammollite e rifiorenti
alla tepida aura dell’antica poesia, e traduce lo Anfitrione e l’Asino
d’oro; ricerca memorie storiche pe’ suoi castelli e contraffà i
cronisti del medio evo, e scrive ecloghe latine; serve i duchi come
governatore militare, e si fa rimproverare da un solenne giurista
l’avversione alla pena di morte; conversa con i contadini del suo
feudo, e fa suonare le campane a doppio quando ha trovato un bel nome
per un bell’episodio. Cosí fatto il Boiardo, un de’ piú vari e larghi
e amabili esemplari dell’ingegno italiano, impresse la piú varia e
larga e genial rinnovazione della materia cavalleresca a racconto
romanzesco che abbiano le letterature del Rinascimento, fondendo
insieme per una parte i poemi del ciclo carolingio e quelli del ciclo
bretone, l’eroismo e l’avventura, l’ideale epico e l’intreccio amoroso,
e in quella fusione mescolando per l’altra parte l’epopea antica,
gli episodi omerici e virgiliani. E tutto questo fece su ’l serio,
imperocché egli credeva a’ suoi cavalieri e gli amava: quanto studio
di verità, quanto fervore di artista nei caratteri che egli primo in
questa terza lavorazione dell’antica materia determinò, e fissò! quanta
gentilezza in quelle donne, ch’egli creò, naturali e tenere e nobili
insieme! Il Boiardo è senza dubbio un de’ piú grandi poeti italiani:
con tutto ciò a quella prolissità, a quel suo manco, alle volte, di
forza risentita nel colorire, mentre ha pur cosí larga facoltà di
comprendere e rappresentare, voi v’accorgete che egli, il cavaliere, è
vecchio di qualche secolo. Che aveva a fare con la età dei condottieri
e degli avvelenatori il principio cavalleresco?
E, poi che la Divina Commedia non aveva lasciato effetti, che cosa
poteva ormai operare in Italia il principio religioso? Dal lavoro
letterario troppo è evidente la sua assenza. E pure, mentre per un lato
l’elemento ecclesiastico seguitava esagerando la sua trasformazione
romana sino a far pagana la corte dei papi, il principio religioso,
per l’altro lato, contro il sensualismo classico del Pontano, contro
lo scetticismo popolaresco del Pulci, contro il paganesimo artistico
del Poliziano, contro l’idealismo romanzesco del Boiardo, contro la
corruzione dei Medici, di Firenze, d’Italia e della Chiesa, contro il
Rinascimento in somma insorgeva con un ultimo tentativo di ascetica
reazione in persona di Girolamo Savonarola. Non tutto il clero, a dir
vero, avea seguitato il pontificato nella sua abiettazione, e nella
sua degenerazione la Chiesa: che anzi, quanto piú quello e questa
avanzavano, tanto piú, in quegli ordini specialmente che parteciparono
con maggior ardenza al rinnovamento cattolico dei secoli decimosecondo
e decimoterzo, andavano crescendo gli spiriti dell’opposizione: la
quale negli scrittori ascetici del trecento e del quattrocento va
sempre piú maturando un cotal concetto di riformazione, tanto piú
chiaramente accennato quanto quegli scrittori sentivano la necessità
di raffermare, purificando la Chiesa, il sentimento cristiano e il
dogma cattolico contro la civiltà profana che d’ogni parte dilagava e
premeva. E il movimento di opposizione cristiana mise capo in Girolamo
Savonarola. Nel quale, posto, per un’incidenza che non è tutta caso,
tra il chiudere del medio evo e l’aprirsi della modernità, quasi a
raccogliere e benedire gli ultimi aneliti della libertà popolana già
sorta nel nome del cristianesimo e a mandare l’ultima vampa di fede
verso i tempi nuovi, voi vedete convergere le aspirazioni piú pure, voi
vedete rinascere le figure piú ardite del monachismo democratico. In
lui lo sdegno su la corruzione della chiesa che traeva alla solitudine
i contemplanti, in lui l’amore alle plebi fraterne che richiamava su
le piazze e tra le armi dei cittadini contendenti ad uccidersi i frati
paceri, in lui la scienza teologica e civile di Tommaso, in lui il
repubblicanismo di Arnaldo, in lui finalmente anche le fantasie e le
fantasticherie di Iacopone da Todi. E di quel pensiero italiano che
intorno alla religione andavasi da secoli svolgendo nell’arte nella
scienza nella politica, di quel pensiero che è lo stesso cosí in
Arnaldo repubblicano all’antica come in Dante ghibellino o nel Petrarca
letterato, cosí in fra’ Iacopone maniaco religioso come nel Sacchetti
novelliere profano, il Savonarola pronunziò la formola: Rinnovamento
della Chiesa. Era troppo tardi. Quel che nella mente italiana del
Savonarola era avanzato di intendimento civile tra le ebrietà mistiche
del chiostro, ei lo depose grandiosamente nella istituzione del
Consiglio grande: del resto, come martire religioso, salva la reverenza
debita sempre a cui nobilita il genere umano attestando col sangue suo
la sua fede, come novatore mistico, egli (perchè no ’l diremo?) egli è
misero. Rivocare il medio evo su la fine del secolo decimoquinto; far
da profeta alla generazione tra cui cresceva il Guicciardini; ridurre
tutta a un monastero la città ove il Boccaccio avea novellato di ser
Ciappelletto e dell’agnolo Gabriele, la città ove di poco era morto
il Pulci; respingere le fantasie della natura, novamente rivelatasi,
alla visione, le menti dalla libertà e dagli strumenti suoi, novamente
conquistati, alla scolastica; fu concetto quanto superbo altr’e tanto
importuno e vano. Il Rinascimento sfolgorava da tutte le parti; da
tutti i marmi scolpiti, da tutte le tele dipinte, da tutti i libri
stampati in Firenze e in Italia irrompeva la ribellione della carne
contro lo spirito, della ragione contro il misticismo; ed egli, povero
frate, rizzando suoi roghi innocenti contro l’arte e la natura,
parodiava gli argomenti di discussione di Roma; egli ribelle, egli
scomunicato, egli in nome del principio d’autorità destinato a ben
altri roghi. E non sentiva che la riforma d’Italia era il rinascimento
pagano, che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri
popoli piú sinceramente cristiani; e tra le ridde de’ suoi piagnoni
non vedeva, povero frate, in qualche canto della piazza sorridere
pietosamente il pallido viso di Nicolò Machiavelli.