IV.

Il che tutto se è vero, pur da questo apparrà vana l’accusa che altri

fanno al culto delle risorte lettere latine e greche: cioè dello

avere l’arte italiana per esse smarrito il sentimento e il concetto

religioso, abbandonato le tradizioni nazionali, alterato le forme,

impoverito la lingua. È vero che il secolo decimoquinto non ebbe nei

primi cinquanta o sessanta anni scrittori italiani degni di nota: ché

tali non sono certamente i poveri imitatori del Petrarca o di Dante,

né i continuatori delle leggende ascetiche, e né pure Leon Battista

Alberti e quei pochi i quali del Boccaccio ripresero piú o meno

felicemente lo stile non i modi larghi e vivi della rappresentazione.

Ma in quella metà prima del quattrocento séguita da canto alla corrente

un po’ mista e non troppo abondevole della letteratura dotta, séguita

dalle sorgive del duecento e trecento a devolversi il bel fiume della

popolar letteratura, e par che acquisti in cammino maggior copia di

acque, e a certi luoghi anche rompendo dilaga per nuove campagne con

avviamenti nuovi. Vi sarebbe da mettere insieme una rara e non breve

biblioteca di cotesta letteratura popolare, e perciò quasi tutta

anonima, del secolo decimoquinto: la quale, in disparte dalle tre

grandi opere classiche del trecento, onde solo accettò certe forme

e colori di stile, ebbe largamente coltivati, oltre le novelle e

leggende in prosa, i tre generi della poesia, la lirica, la epica, la

drammatica.

Della lirica popolare del quattrocento, che trae la vita dal secolo

innanzi benché allora fosse piú regolata su gli esempi de’ poeti

letterati, e che su quelli esempi improntò o modificò le forme

retoriche e metriche, poco v’è a dire, non potendosi né dovendosi qui

far dimostrazioni od analisi. Vi scarseggia, se non manca del tutto,

l’elemento epico; nulla che pur da lontano assomigli alla ballata

scozzese, alla romanza spagnola: v’è in quella vece l’elemento della

novella borghese, satirica e cinica, con le smorfie della farsa. Del

resto, la maggior sua materia sono le laudi religiose, le canzoni a

ballo, le canzonette e frottole, gli strambotti o rispetti d’amore:

né tra il canto religioso e l’amoroso v’è differenza altro che

dell’oggetto; la intonazione, la espressione, la versificazione è la

stessa ne’ due diversi indirizzi: si cantavano i medesimi strambotti

alla Vergine e alla donna del cuore, alla rosa di Gerico e alla

rosa rossa del balcone: le antiche stampe delle laudi avvertono che

«_Crocifisso a capo chino_» si canta su l’aria di una delle piú sconce

ballate. Non è lirica di riflessione come quella de’ migliori poeti de’

due secoli anteriori, e né pur di forma, di pura forma classica, come

quella de’ secoli di poi. È lirica di sentimento, di senso, con tutti

i rapimenti e le delicature, ma anche con le volgarità e i traviamenti

del senso: esclamazione enfatica, piú che espressione; improvvisazione

abondante in cui il sospiro si smarrisce tra le parole, l’affetto tra i

colori. E con tutto ciò v’è passione, la passione degli elegiaci latini

che fu sublimata e diversamente atteggiata dall’Ariosto e dal Tasso

in Olimpia e in Fiordiligi, in Armida e in Erminia. Del resto, quella

lirica vive tutt’ora, a punto perché è la natural rappresentazione

della vita affettiva del popolo nostro, vive materiata nei canti

popolari che si va raccogliendo per le diverse regioni d’Italia, vive

idealizzata nella nostra opera in musica dal Cimarosa al Rossini.

Piú notevoli, per la opposizione tra la materia e il lavoro, per la

complicazione dei soggetti con l’opera, sono la epica e la drammatica

popolare del quattrocento. Il popolo italiano era risorto pagano e

classico, e ciò non per tanto nel secolo decimoquinto lavora e rilavora

la materia cavalleresca e cristiana. Né poteva altrimenti avvenire.

Antico, e molto meno misto di nuovi elementi che non fossero al

paragone gli altri popoli neolatini, come quello che con la sua potente

vitalità romana aveasi assorbito e assimilato il germanesimo, egli

non aveva né materia né idea epica sua: imperocché la epopea, quando è

indigena, necessaria, primitiva, sia quasi l’ardore e la luce che manda

una nazione ancor rovente nella fusione de’ suoi vari elementi. Per

la drammatica poi, almeno in quanto la drammatica non è intieramente

comica né recente, doveva anch’essa partire dalla religione: nella

razza nostra le origini del dramma sono religiose, il primo teatro è il

tempio. Cosí, nell’Italia del quattrocento, l’epopea, o, a dir meglio,

il racconto poetico fu cavalleresco, biblico od evangelico il dramma.

Ho detto che il nostro racconto poetico fu cavalleresco: e avrei dovuto

dire che i nostri lavorarono la materia epica francese importata in

Italia con le idee cavalleresche fin dal primo duecento. La quale,

fatta ormai volgare nel trecento dai cantastorie specialmente lombardi

e veneti che la riproducevano in un francese italianizzato o in

un italiano francesizzato, avea già preso nella prosa de’ «Reali

di Francia» le forme classiche nostre, con un’ampiezza di riposata

narrazione quasi liviana, con una macchina ideale quasi virgiliana,

con un accendimento nella rappresentazione delle passioni d’amore

quasi ovidiano, con un apparente intendimento di cristianesimo, ma di

cristianesimo tutto politico, tutto romano. I Reali di Francia sono

ancora oggi lettura del popolo, e specialmente dei campagnoli; e ciò

dimostra che quella ricomposizione romanzesca rispondea veramente al

sentimento epico fantastico del popolo italiano preso in generale.

Ma per il popolo delle città italiane del secolo decimoquinto, ove le

cattedrali rimanevano interrotte, ove le logge d’ordine misto s’eran

fatte largo tra le torri feudali smozzate o atterrate, ove su le

pareti a bozze che rammentavano i castelli feudali cominciava a ridere

la finestra del rinascimento co ’l suo colonnato ad arco rotondo e,

dentro, l’atrio ad ordine dorico, ciò era già troppo: in quella prosa

quasi aristocratica soverchia l’idealismo del trecento. Ignoti rapsodi

ripresero adunque quella materia: la rimaneggiarono e la rimpastarono

in forma piú moderna, piú ciompa: la volgarizzarono con un senso di

crudo realismo. I paladini ne divennero un po’ béceri e lazzaroni;

ma ne acquistarono un tanto di vita, in paragone almeno non degli

originali francesi, ma delle misere traduzioni e imitazioni italiane

del duecento e dei rifacimenti del trecento.

Con le sacre rappresentanze il popolo italiano arrivò da sé, senza

o prima che gli scrittori propriamente detti se ne accorgessero o

lo tentassero essi, a quello che è il terzo stadio d’una civiltà

letteraria, il passaggio dal racconto alla imitazione del fatto,

dall’epopea o dalla leggenda al dramma. E questo procedimento lo fece

su la materia greggia ch’egli aveva presente, il mito religioso,

la leggenda cristiana. Ma al modo onde il popolo italiano maneggia

cotesta materia, alla trasformazione ch’ei fa de’ tipi mitici, è facile

avvedersi come a perdere il sentimento intimamente religioso non gli

occorressero motivi od esempi esterni: ei di per sé non lo aveva. Nelle

sacre rappresentanze del secolo decimoquinto ricerchereste in vano

l’ideale e la fede; in vano guardate intorno al capo dei personaggi

del vecchio e nuovo Testamento, intorno al capo dei martiri o dei

padri del deserto, per l’aureola d’oro e d’azzurro: i santi han messo

il cappuccio e portano la barbetta aguzza ed arguta del cittadin

fiorentino. Nelle città di Palestina o d’Egitto, nel tempio ebraico,

nel pretorio o nell’anfiteatro romano, nelle catacombe voi rivedete la

piazza di Firenze, il palazzo dei Signori, Mercato vecchio, San Marco e

Santa Maria Novella, con le loro anguste superstizioni, con l’ipocrisia

loro, co ’l loro formalismo, con la commedia, che non avendo ancora un

campo proprio e una forma sua sbizzarrisce ad arbitrio nella leggenda

del martirologio e sotto i veli della religione. Nella poesia sacra è

avvenuto ben presto, troppo presto forse, lo stesso che nella pittura

religiosa: le figure bizantine hanno disciolto quelle loro avviluppate

e indistinte gambe, e movon quegl’informi piedi danzando; le teste

estatiche, ove Giotto raccogliea tutta la vita della figura, hanno

scosso il lor duro incordamento, e si volgono meravigliate e ridenti

su ’l corpo di carne novellamente acquistato, tutte liete che siasi

rotto lo incanto che le condannava all’immobilità ascetica. Masaccio

e il naturalismo fioriscono e regnano: frate Angelico, che dipinge

in ginocchio, è solitario nel suo chiostro di San Marco: Lippo Lippi

disegna le vergini facendo all’amore con le monache, e rapisce dal

convento i modelli.

Quindi è facile presentire che, quando l’antichità con le sue forme

e co ’l senso del naturale idealizzato si rivelerà a questo popolo,

questo popolo sarà ben preparato ad accoglierla e ad abbracciarla.

Pagine di storia letteraria · 第 75 / 157 题