III.

La letteratura dell’età anteriore, come scintilla dall’attrito di

due massi, come fulmine dallo scontro di due nubi, proruppe dai

contrasti della chiesa con l’impero e poi del popolo con l’impero

e la chiesa: l’elemento romano contro il germanico, la borghesia

contro la feudalità, la plebe contro la borghesia, il laicismo contro

il chiericato, ecco i moventi, o almeno le circostanze di quella

letteratura. Ma il papato, conteso per settanta interi anni tra due

o tre pretendenti, schiaffeggiato da tutti i principi e dai preti

stessi nei concilii di Costanza e Basilea, mentre un soldato di ventura

assidevasi nella Marca funesta agli imperatori del secolo decimoterzo

segnando le lettere _Ex Girifalco nostro firmiamo invito Petro et

Paulo_; il papato, non che delle ire di Dante e del Petrarca, era

indegno oramai degli sghignazzamenti del Boccaccio e del Sacchetti:

«Papa Martino non vale un quattrino», questo distico intonato dietro il

successore di Gregorio settimo d’Innocenzo terzo di Bonifazio ottavo

dai ragazzi della guelfa Firenze, ecco i paralipomeni dell’invettiva

di san Pietro nel ventisettesimo del Paradiso, ecco la sola poesia

degna del papato nel secolo decimoquinto. E l’impero? A chi importava

piú dell’impero in Italia? L’ultimo dei lussemburghesi, di quella

famiglia che tanti amori e odii di sé aveva eccitati nel secolo prima,

Sigismondo, mercanteggi pure a sua posta le alleanze, ingrossi gli

stati ereditari, faccia il gendarme ai preti di Costanza; l’Italia sa

a pena che egli esista. E in Italia intanto la democrazia avea da per

tutto ceduto o cedeva il luogo ai tiranni mutantisi in principi, e la

borghesia con le invidie e paure sue aveva sollevato i signori. Chi

ricorda come finisse Michele di Lando, il Cavaignac dei Ciompi, dai

borghesi, per merito di averli sottratti alla vendetta plebea, cacciato

in esilio? La stessa oscurità che è su la fine dell’eroe popolare

involge il lento venir meno della democrazia fiorentina. Spaventata

co’ supplizi, dispersa per gli esilii, lusingata, domata forse con

la miseria e con la corruzione ad un’ora, la plebe tace, s’allontana,

sparisce, se non quanto si mostra a bestemmiare i vinti ad applaudire

i vincitori padroni. Le grandi casate del popolo grasso constituiscono

a poco a poco un’aristocrazia dell’oro, avida, inetta, brigante, senza

né onore né valore; e come già ai comuni del duecento e del trecento

si sovrappose a poco alla volta l’oligarchia della capital regionale,

cosí tra le famiglie borghesi insorge e soverchia, quasi da parte della

plebe e rappresentante e vindice de’ suoi diritti, prima un uomo, poi

una famiglia; e ne riesce il piú corruttor de’ governi, il principato

civile in uno stato a forme repubblicane. Né i principi sentirono piú

le grandi ambizioni, onde dai popoli troppo spesso si fan perdonare la

tirannia: niuno di essi dopo Giovan Galeazzo Visconti ordinò al suo

gioielliere la corona d’Italia. Battaglie ingloriose degli angioini

tra loro nel mezzogiorno e nel centro, poi d’angioini e d’aragonesi;

schermaglie tra il senato veneto la cui cupidigia non può chiamarsi

ambizione, la debolezza di Filippo Maria Visconti e l’astuzia di

Cosimo dei Medici; e scorazzare delle masnade di ventura da una parte

ad un’altra, e sorgerne un prode o fortunato od accorto e giungere

al regno: ecco i fatti della metà prima del secolo. L’oscurarsi delle

idee, il mancare de’ principii, la incertezza degli stessi avvenimenti

avean tolto via quei contrasti fecondi delle passioni e dei pensieri

onde risulta la letteratura viva. In verità la sola letteratura a

cotesti anni possibile fu quella degli antiquari, che nel fervore dei

ritrovamenti e nell’adorazione del passato non avean agio da riguardare

al presente o non se ne accorgevano, o solo ne coglievano le apparenze

mobili e false.

In fatti súbito dopo la morte del Boccaccio l’elemento nazionale

cominciò a manifestare nello svolgimento letterario due tendenze

diverse: l’armonia, che nelle opere del triumvirato era stata

meravigliosa, tra la ristorazione e l’innovazione, tra le memorie

dell’antichità e le instituzioni nuove e il sentimento del presente,

tra l’ideale e il reale, tra la nobiltà dei concetti e la popolarità

delle forme, si rompe; e, per l’una parte, la forza viva popolare,

sopraffatta nel trecento dallo splendore del triumvirato, si risente

ora e sbizzarrisce a baldanza in una quasi anarchica foggia di

produzione, e il tumulto de’ Ciompi passa dalla piazza nell’arte,

ove par che vada perdendosi ogni decoro, ogni norma, ogni ordine;

per l’altra la letteratura dotta crede che la tradizione classica

basti a sé sola, e tesaurizzando l’antichità riprende l’opera della

ristorazione romana dai tre grandi fiorentini con devoto ardore

incominciata, ma rimasta ben di qua dal termine di perfezione a cui

aveano condotto il rinnovamento italiano; la riprende con intendimenti

esclusivi e come fine a se stessa.

Ed ecco: per un Petrarca che andava frugando le città dei barbari

in cerca di qualche opera obliata di Cicerone; per un Boccaccio che

saliva trepidante di gioia nella biblioteca di Montecassino tra l’erba

cresciuta grande su ’l pavimento, mentre il vento soffiava libero per

le finestre scassinate e le porte lasciate senza serrami scotendo la

polvere da lunghi anni ammontata su’ volumi immortali, e sdegnavasi a

vederli mancanti de’ quadernetti onde la stupida ignoranza dei monaci

avea fatto brevi da vendere alle donne; per uno, dico, ecco sorgere

le diecine di questi devoti dell’antichità, affrontando pericoli di

lunghi viaggi, passando monti e mari, peregrinando poveri e soli per

contrade inospitali, tra popoli o avversi o sospettosi, de’ quali

non sapevan la lingua, tra tedeschi, tra turchi. Andavano, dicean

essi, a liberare i gloriosi padri «dagli ergastoli dei germani e dei

galli». E i baroni dai torrazzi del castello e i servi della gleba per

avventura ridevano al veder passare quegl’italiani magri, sparuti,

con lo sguardo fisso, con l’aria trasognata, e salire affannosi le

scale ruinate di qualche abbazia gotica, e scenderne raggianti con un

codice sotto il braccio: ridevano, e non sapevano che da quel codice

era per uscire la parola e la libertà, che dovea radere al suolo quelle

torri e spezzare quelle catene; non sapevano che quei poveri stranieri

erano i vati di un dio ancora ignoto ma prossimo successore al dio

medioevale, immane dio medioevale con la cui sanzione non solo i servi

esistevano, ma erano dati cibo ai mastini del barone, e le loro donne

arse per istreghe dai monaci. Fino a questi ultimi tempi usò in Italia

ridere del fanatismo erudito del quattrocento; e piú ne ridevano e

declamavano i piú ignoranti ai quali è permesso godere i frutti della

coltura laica moderna e schernire i primi operai, perché non ebbero

propriamente l’aria di giardinieri eleganti. Ma è forza ai discreti

ammirare la fede e la religione che ebbe per la scienza e per l’arte

il secolo decimoquinto, riconoscere il progredimento della società

italiana ne’ suoi amori nelle sue passioni intellettive, quando leggesi

(e sia pur un mito) come il Guarino veronese, perdute per naufragio

due casse di libri che trasportava da Costantinopoli, incanutí dal

cordoglio, come il Panormita per comperare un Tito Livio vendé un

podere, come gli antichi manoscritti rubavansi con lo stesso furore

di devozione che secoli innanzi le reliquie dei santi. E a quella

guisa che alcuni secoli innanzi l’un re mandava all’altro per dono

preziosissimo qualche frammento di un legno della croce, cosí ora la

repubblica di Lucca attestava la sua gratitudine al duca Filippo Maria

di Milano col presente di due codici; e Cosimo de’ Medici inviava per

tessera di pace ad Alfonso di Napoli un Tito Livio, aperto súbito con

avidità grande del re contro l’avviso dei cortigiani e dei fisici, i

quali coi sospetti d’allora ammonivano, badasse bene, in quel libro,

dono di nemico, potersi ascondere un veleno che solo aspirato uccidesse

l’uomo; e quel re stesso a udirsi leggere un capitolo di Quinto Curzio

guaría dalla febbre. Secolo strano cotesto, in cui i re ed i potenti

facevano da cortigiani a poveri grammatici. Cotanto amore sfrenato

per la ritrovata antichità prese veramente la forma di superstizione:

il furore dei crociati parve rinascere negli eruditi viaggianti

in cerca di codici, ma fu una crociata della civiltà: come quella

fratellanza degli studi umani per mezzo della lingua latina fu quasi un

cattolicismo letterario contro la barbarie e la tirannia spirituale.

E testimonianza onesta rendevane Poggio Bracciolini, quando in mezzo

a’ chierici del concilio di Costanza e a’ masnadieri di Sigismondo

imperatore osava, solo forse in Europa, venerare la gran figura di

Girolamo da Praga e accoglier nel cuore gli ultimi accenti dell’inno

che tra il vortice delle fiamme attizzate dallo scettro e dal pastorale

quel martire del libero esame cristiano innalzava al trono del suo dio.

Ora questo ritorno all’antichità, il quale contribuí piú d’ogni

altra cosa a liberar l’Europa dai lacci della scolastica e dal

carcere tenebroso del medio evo, è senza dubbio il fatto del secolo

decimoquinto piú notato e piú notevole: del quale alcuni vorrebbero

dar l’onore ai greci sfuggenti dinanzi alla ruina ottomana, e nel

quale altri veggono un furore intempestivo che venne a interrompere

il filo delle tradizioni nazionali nell’arte e impedí lo svolgimento

ulteriore dell’original medio evo. Per noi è la continuazione e

l’esplicazione necessaria del moto di restaurazione del risvegliato

elemento romano. Come? pochi greci passando in Italia avranno informato

un secolo intero e fatto rinascere la letteratura classica qui, dove,

pur tacendo del Petrarca e del Boccaccio, fin Tommaso d’Aquino fu

ricercatore avidissimo degli autori antichi? ove la Divina Commedia

fu cominciata in versi latini, ove in latino fu scritta la piú antica

forse delle tragedie europee, certo la prima d’argomento moderno, da

Albertino Mussato? La caduta dell’impero orientale recò nuovi aiuti

al classico rinascimento: ma la cagione intrinseca era, lo ripeto, nel

genio paesano, allettato anche da quel bisogno di riposo in un ideale

artistico determinato, che ogni nazione sente dopo le grandi creazioni

prime. L’idea di ristorazione, e l’ho avvertito già piú d’una volta in

questi discorsi, ebbe gran parte nelle rivoluzioni italiane del medio

evo; o almeno il movimento fu sentito e operato come restaurazione dei

nostri. Dante credeva nell’impero romano, reduce con Cesare, quando

che fosse, in Campidoglio, e scriveva latino; come latino scriveva

il Petrarca, aspettando ch’e’ ritornasse lingua civile dell’Italia

innovata e affrettando co’ vóti la repubblica degli Scipioni. E

se i cronisti del secolo decimoterzo chiamavano figliuola di Roma

Firenze e la dicevano fabbricata da Cesare a imagine di Roma, se i

nobili del primo cerchio vantavano sé di puro sangue romano, potea

bene il Poliziano chiamarla anch’egli città meonia, potea ben dire,

come avrebbe detto Catullo della Roma dei tempi suoi, essere in essa

trasportato con tutto il suo suolo e con ogni suppellettile Atene. E se

i pavesi celebravano offici di santo a Boezio, se Dante d’accordo col

tempo suo metteva in paradiso Traiano e custode al purgatorio Catone,

qual meraviglia che il Ficino tentasse d’intramettere all’ufficiatura

ecclesiastica qualche sentenza di Platone? E quando Pomponio Leto,

per l’amore dell’antichità romana a cui aveva consacrato il suo libero

e alto animo e la vita innocente, mutava in gentili i nomi cristiani

degli ascritti alla sua academia, quando partiva il tempo per calende,

quando nell’annuale dell’edificazione di Roma si prostrava co’ suoi

dinanzi alla statua di Romolo Quirino; non era ciò una conseguenza,

fantastica se volete, ma pur conseguenza, dell’essere stato il

rinascimento italiano inauspicato nel nome di Roma antica e delle

antiche instituzioni da Arnaldo? E osservate: per una parte Paolo

secondo scomunica l’academia romana e imprigiona gli academici, a quel

modo stesso e per quella stessa ragione che l’arcivescovo di Ravenna

aveva nel secolo undecimo scomunicato il grammatico Vilgardo: per

l’altra Lorenzo Valla, lo scrittore delle eleganze latine, combatte

non pure gli aristotelici e gli scolastici in nome della natura e della

voluttà, ma la donazione di Costantino e il dominio temporale dei papi

in nome della critica storica.

Pagine di storia letteraria · 第 74 / 157 题