Le novissime parole su la grande letteratura del secolo decimoquarto,
con la espressione del presentimento, radamente vano, che ha della
debolezza de’ suoi successori ogni generazione vigorosa, furono dette
da Franco Sacchetti nella canzone per la morte del Boccaccio:
Sonati sono i corni
D’ogni parte a ricolta:
La stagione è rivolta:
Se tornerà non so, ma credo tardi.
E in vero come disco su la fine del corso segna ancora per la forza
del primo impulso alcuni giri nella rena, poi vacilla, poi cade; cosí,
su ’l declinare del trecento e ’l cominciare del secolo di poi, la
letteratura toscana divenuta per virtú del triumvirato italiana. Ora di
quello scoramento e di quella diminuzione di pensieri e di produzioni
debbonsi cercare piú sottilmente le cause.
Unico Dante aveva potuto rivolgere laicamente il principio religioso ad
una sua grande concezione artistica, del resto piú tosto cristiana che
nazionale, piú tosto europea che italiana. Del principio cavalleresco
il Petrarca aveva saputo trasformare classicamente l’elemento
soggettivo lirico: l’elemento oggettivo ed epico era stato incominciato
a lavorare con sola intenzione e a solo fine di arte dal Boccaccio
ne’ suoi poemi. Quanto al principio nazionale, la restaurazione della
tradizion romana nell’idea di stato e di patria e nelle forme civili,
e con ciò della tradizion virgiliana e tulliana nell’arte e nello
stile, la restaurazione in somma della tradizione solenne aristocratica
unitaria, era stata in gran parte operata per intiero e in altre
parti tentata felicemente da tutti tre insieme quei grandi scrittori:
ma il Boccaccio poi rappresentava meglio nell’opera sua maggiore la
tradizione italica di varietà, di libertà, di resistenza, la tradizione
democratica e federale di Nevio, di Lucilio, di Plauto.
La Divina Commedia, ammirata, venerata, ma solitaria, rimaneva quasi
monumento di un favoloso gigante, che gli uomini contemplano stupiti,
ma che non lascia addentellato alle costruzioni di una generazione
minore, che niuno osa abitare, niuno edificarvi appresso, e sorge come
avvolto nell’ombra di una sacra paura: la luce della visione allegorica
già abbuiatasi nel Quadriregio finisce spegnendosi in alcuni poemi
inferiori nominati appena dai dotti. È pur forza persuadersene: Dante
nella vita del popolo italiano è un’apparizion singolare: piú che
romano o italico, lo direste etrusco: vissuto un po’ prima, nel secolo
duodecimo, egli avrebbe forse suscitato una letteratura religiosa e
ideale, ma piú civile che non fosse poi quella della Spagna cattolica,
ma piú pratica che non quella della panteistica Germania: fiorito nel
trecento, di vivo ed effettuale non lasciò che il movimento impresso
alla lingua, il lavoro poetico, la passione sua, e non è poco; ma
l’essersi vent’anni dopo la Commedia potuto comporre e universalmente
ammirare il Decameron, prova che l’idea fondamentale, l’anima di quella
era sparita, era fuggita dalla nazione. Tanto ciò è vero, che la forma
dell’epopea dantesca serví nel quattrocento al Medici per la satira
comica de’ Beoni, e la solenne terzina andò a finire ne’ capitoli
berneschi; mentre l’ottava del novellatore, l’ottava del Filocopo,
della Teseide, del Ninfale, divenne di piú in piú popolare, visse di
florida vita, maestrevolmente coltivata dal Poliziano, dall’Ariosto,
dal Tasso.
Della poesia del Petrarca il contenuto era molto inferiore al dantesco
e piú limitato il campo, ma quello piú comprensibile e a piú, piú
accessibile questo: onde gli effetti furono piú larghi e piú duraturi.
Se non che, anche del Petrarca le forme anzi che altro rimasero: le
forme che eccitavano il vagheggiamento lo studio la imitazione, perchè
meglio mostravano il lavorío, a dir vero finissimo e meraviglioso:
onde tutt’insieme esercitarono non inutilmente le facoltà artistiche
dei successori. Ma l’intima poesia del canzoniere non poteva, come
s’intende facilmente, essere riprodotta: ci voleva quell’anima e quella
vita: ond’è che la elegia psicologica del Petrarca, già svaporata nelle
eleganti fantasiucce del Montemagno, inacidí ben presto tra le frasi
contorte o pedantesche di Cino Rinuccini e coetanei, e svaní del tutto
nelle lievi imitazioni di Giusto de’ Conti. Rimaneva il Boccaccio; il
cui ingegno eclettico, oggettivo, sensuale, meglio accordavasi al genio
del popolo italiano; la cui opera molteplice, con la rappresentazione
della vita reale nelle novelle, col rimaneggiamento non epico ma
romanzesco della materia cavalleresca ne’ poemi d’argomento medioevale,
con la riproduzione del fantastico dell’arte antica innovellato ne’
poemi d’argomento classico, forní gli esempi e le norme al lavoro delle
generazioni posteriori, che meno distratte dall’agitazione politica
e nulla preoccupate dal sentimento religioso dovevano essere piú
artistiche se meno poetiche.
Ma e il Boccaccio e gli altri maggiori del trecento, quantunque
traessero intenzioni e modi dall’età loro, tuttavia nei concepimenti
dell’arte e nell’uso della dottrina di troppo avanzarono i
contemporanei e i prossimi successori, i quali non avevano piú né
forze né mezzi ad aiutare e continuare adeguatamente il rinnovamento
da quelli promosso. Anche: è vero che i tre grandi scrittori del
trecento improntarono saldamente e immutabilmente alla nuova produzione
letteraria un suggello nazionale; ma l’opera fu, piú che altro,
individuale, e toscano l’instrumento e la materia. Occorreva adunque
esercitar le forze e mettere in comune i mezzi del lavoro artistico,
per aggiungere quel grado di perfezione, per serbare quell’ideale di
bellezza che il gran triumvirato del trecento avea tócco. Occorreva
che l’opera stessa da individuale divenisse comparativamente sociale,
e l’impronta di toscana si facesse italiana. Il movimento letterario
nel trecento fu parziale, generale nel cinquecento: il processo fu nel
trecento toscano, italiano nel cinquecento. Il quattrocento fu secolo
di passaggio; un po’ staccato, un po’ anarchico, ma tutto fermentante e
fecondo di trasformazioni e fenomeni nuovi. Sotto questo aspetto vuolsi
studiare il quattrocento, o, meglio, quella età critica della nostra
letteratura che corre dal tumulto de’ Ciompi alla seconda cacciata dei
Medici, dal ristabilimento dei papi in Italia e dal primo affermarsi
delle signorie in principati regionali fino alla calata di Carlo
ottavo, dal 1378 al 1494, dalla morte del Petrarca e del Boccaccio a
quella del Boiardo e del Poliziano, dalla morte di Caterina da Siena
a Girolamo Savonarola. Ora questa età presenta cosí negli avvenimenti
storici come in quelli della coltura e degli spiriti due periodi
nettamente distinti; il primo, nella storia politica, è dello scisma e
dei condottieri; nella letteraria, è del dissidio tra l’italiano e il
latino e della poesia popolare: il secondo, nella storia politica, è
della confederazione ordinata e dell’equilibrio, nella letteraria, è il
rinascimento della vita italiana nella forma classica.