II.

Le novissime parole su la grande letteratura del secolo decimoquarto,

con la espressione del presentimento, radamente vano, che ha della

debolezza de’ suoi successori ogni generazione vigorosa, furono dette

da Franco Sacchetti nella canzone per la morte del Boccaccio:

Sonati sono i corni

D’ogni parte a ricolta:

La stagione è rivolta:

Se tornerà non so, ma credo tardi.

E in vero come disco su la fine del corso segna ancora per la forza

del primo impulso alcuni giri nella rena, poi vacilla, poi cade; cosí,

su ’l declinare del trecento e ’l cominciare del secolo di poi, la

letteratura toscana divenuta per virtú del triumvirato italiana. Ora di

quello scoramento e di quella diminuzione di pensieri e di produzioni

debbonsi cercare piú sottilmente le cause.

Unico Dante aveva potuto rivolgere laicamente il principio religioso ad

una sua grande concezione artistica, del resto piú tosto cristiana che

nazionale, piú tosto europea che italiana. Del principio cavalleresco

il Petrarca aveva saputo trasformare classicamente l’elemento

soggettivo lirico: l’elemento oggettivo ed epico era stato incominciato

a lavorare con sola intenzione e a solo fine di arte dal Boccaccio

ne’ suoi poemi. Quanto al principio nazionale, la restaurazione della

tradizion romana nell’idea di stato e di patria e nelle forme civili,

e con ciò della tradizion virgiliana e tulliana nell’arte e nello

stile, la restaurazione in somma della tradizione solenne aristocratica

unitaria, era stata in gran parte operata per intiero e in altre

parti tentata felicemente da tutti tre insieme quei grandi scrittori:

ma il Boccaccio poi rappresentava meglio nell’opera sua maggiore la

tradizione italica di varietà, di libertà, di resistenza, la tradizione

democratica e federale di Nevio, di Lucilio, di Plauto.

La Divina Commedia, ammirata, venerata, ma solitaria, rimaneva quasi

monumento di un favoloso gigante, che gli uomini contemplano stupiti,

ma che non lascia addentellato alle costruzioni di una generazione

minore, che niuno osa abitare, niuno edificarvi appresso, e sorge come

avvolto nell’ombra di una sacra paura: la luce della visione allegorica

già abbuiatasi nel Quadriregio finisce spegnendosi in alcuni poemi

inferiori nominati appena dai dotti. È pur forza persuadersene: Dante

nella vita del popolo italiano è un’apparizion singolare: piú che

romano o italico, lo direste etrusco: vissuto un po’ prima, nel secolo

duodecimo, egli avrebbe forse suscitato una letteratura religiosa e

ideale, ma piú civile che non fosse poi quella della Spagna cattolica,

ma piú pratica che non quella della panteistica Germania: fiorito nel

trecento, di vivo ed effettuale non lasciò che il movimento impresso

alla lingua, il lavoro poetico, la passione sua, e non è poco; ma

l’essersi vent’anni dopo la Commedia potuto comporre e universalmente

ammirare il Decameron, prova che l’idea fondamentale, l’anima di quella

era sparita, era fuggita dalla nazione. Tanto ciò è vero, che la forma

dell’epopea dantesca serví nel quattrocento al Medici per la satira

comica de’ Beoni, e la solenne terzina andò a finire ne’ capitoli

berneschi; mentre l’ottava del novellatore, l’ottava del Filocopo,

della Teseide, del Ninfale, divenne di piú in piú popolare, visse di

florida vita, maestrevolmente coltivata dal Poliziano, dall’Ariosto,

dal Tasso.

Della poesia del Petrarca il contenuto era molto inferiore al dantesco

e piú limitato il campo, ma quello piú comprensibile e a piú, piú

accessibile questo: onde gli effetti furono piú larghi e piú duraturi.

Se non che, anche del Petrarca le forme anzi che altro rimasero: le

forme che eccitavano il vagheggiamento lo studio la imitazione, perchè

meglio mostravano il lavorío, a dir vero finissimo e meraviglioso:

onde tutt’insieme esercitarono non inutilmente le facoltà artistiche

dei successori. Ma l’intima poesia del canzoniere non poteva, come

s’intende facilmente, essere riprodotta: ci voleva quell’anima e quella

vita: ond’è che la elegia psicologica del Petrarca, già svaporata nelle

eleganti fantasiucce del Montemagno, inacidí ben presto tra le frasi

contorte o pedantesche di Cino Rinuccini e coetanei, e svaní del tutto

nelle lievi imitazioni di Giusto de’ Conti. Rimaneva il Boccaccio; il

cui ingegno eclettico, oggettivo, sensuale, meglio accordavasi al genio

del popolo italiano; la cui opera molteplice, con la rappresentazione

della vita reale nelle novelle, col rimaneggiamento non epico ma

romanzesco della materia cavalleresca ne’ poemi d’argomento medioevale,

con la riproduzione del fantastico dell’arte antica innovellato ne’

poemi d’argomento classico, forní gli esempi e le norme al lavoro delle

generazioni posteriori, che meno distratte dall’agitazione politica

e nulla preoccupate dal sentimento religioso dovevano essere piú

artistiche se meno poetiche.

Ma e il Boccaccio e gli altri maggiori del trecento, quantunque

traessero intenzioni e modi dall’età loro, tuttavia nei concepimenti

dell’arte e nell’uso della dottrina di troppo avanzarono i

contemporanei e i prossimi successori, i quali non avevano piú né

forze né mezzi ad aiutare e continuare adeguatamente il rinnovamento

da quelli promosso. Anche: è vero che i tre grandi scrittori del

trecento improntarono saldamente e immutabilmente alla nuova produzione

letteraria un suggello nazionale; ma l’opera fu, piú che altro,

individuale, e toscano l’instrumento e la materia. Occorreva adunque

esercitar le forze e mettere in comune i mezzi del lavoro artistico,

per aggiungere quel grado di perfezione, per serbare quell’ideale di

bellezza che il gran triumvirato del trecento avea tócco. Occorreva

che l’opera stessa da individuale divenisse comparativamente sociale,

e l’impronta di toscana si facesse italiana. Il movimento letterario

nel trecento fu parziale, generale nel cinquecento: il processo fu nel

trecento toscano, italiano nel cinquecento. Il quattrocento fu secolo

di passaggio; un po’ staccato, un po’ anarchico, ma tutto fermentante e

fecondo di trasformazioni e fenomeni nuovi. Sotto questo aspetto vuolsi

studiare il quattrocento, o, meglio, quella età critica della nostra

letteratura che corre dal tumulto de’ Ciompi alla seconda cacciata dei

Medici, dal ristabilimento dei papi in Italia e dal primo affermarsi

delle signorie in principati regionali fino alla calata di Carlo

ottavo, dal 1378 al 1494, dalla morte del Petrarca e del Boccaccio a

quella del Boiardo e del Poliziano, dalla morte di Caterina da Siena

a Girolamo Savonarola. Ora questa età presenta cosí negli avvenimenti

storici come in quelli della coltura e degli spiriti due periodi

nettamente distinti; il primo, nella storia politica, è dello scisma e

dei condottieri; nella letteraria, è del dissidio tra l’italiano e il

latino e della poesia popolare: il secondo, nella storia politica, è

della confederazione ordinata e dell’equilibrio, nella letteraria, è il

rinascimento della vita italiana nella forma classica.

Pagine di storia letteraria · 第 73 / 157 题