I.

Nominanza non buona ha tra i secoli della coltura italiana il

decimoquinto; e gli nuoce forse piú ch’altro la gloria grande

dell’età che gli fu innanzi e di quella che dopo. Gli storici della

nostra letteratura, attratti agli splendori del trecento e del

cinquecento, cercano solo in que’ due secoli le manifestazioni della

vita italiana nell’arte, e, pur trovandole tanto diverse tra loro, di

quella diversità non curano indagar le ragioni o ne recano di tali

che potrebbero al piú valer per le forme: nel quattrocento poi non

veggono che densa barbarie e ricrudescenza di vecchiume e brulicame di

pedanteria, dove galleggia, non si sa come, il Boiardo e il Poliziano,

e onde emergono il Bembo e il Sannazzaro, il Machiavello e l’Ariosto.

Cosí la storia della letteratura, la storia cioè de’ mutamenti e degli

avvenimenti dell’arte, mutamenti e avvenimenti che procedendo dalle

facoltà intellettuali e morali dell’uomo hanno uno svolgimento tutto

graduale e coordinato, si cambia per molti in una storia di miracoli.

O, meglio, cosí certi geografi, conosciuti da Plutarco, i paesi a loro

ignoti sopprimevano nelle estremità di lor tavole, notando ne’ margini

che al di là erano secche arene e torbida palude o freddo scitico o

mare agghiacciato.

Ma perché la produzione letteraria del cinquecento è tanto ricca e

svariata e lieta in confronto a quella del trecento che per parte

sua è piú profonda piú comprensiva piú vera? Perché tanta differenza

tra la poesia di Dante e quella dell’Ariosto? E quale delle due

risponde meglio al genio del popolo italiano? quale ne rende meglio

gli spiriti? e come si trasmutò o come si fermò questo genio, che

dall’una si potesse passare all’altra? Dalla risposta a tali dimande si

avrà la piena intelligenza del generale svolgimento della letteratura

nazionale; e quella risposta non saprei richiederla che allo studio su

le mutazioni della vita intellettuale italiana nel secolo decimoquinto,

il quale non fu né di sosta né di scadimento, ma di fermentazione e

di maggior dichiarazione del carattere e del sentimento italiano. Né

altrimenti poteva essere il secolo, nel quale l’Europa vide fermarsi

le diverse nazionalità e gli ordini politici tuttora esistenti, e, nel

cominciato dissidio tra il ragionamento e la fede, il pensiero umano in

faccia alle presentite battaglie armarsi di nuovi e stupendi trovati;

il secolo nel quale non fu speranza agl’italiani dolorosa e scherno

agli estranei miserabile la indipendenza d’Italia, e Italia vide lo

scoprimento del nuovo e il ritrovamento dell’antico mondo compiuto da

soli quasi italiani, e fiorire nelle lettere insieme il Belcari ed il

Poggio, il Pulci ed il Ficino, il Boiardo e il Pontano, e Lorenzo de’

Medici e il Savonarola.

Pagine di storia letteraria · 第 72 / 157 题