V.

Tale ammira la posterità Giovanni Boccacci. E a lei ricca della scienza

e della letteratura di molti secoli, non importa che il novelliere

fosse anche nella sua generazione il piú devoto uomo negli studi

classici, che primo degli occidentali imparasse a rileggere Omero

in greco e a tradurre Platone, e i libri e le lettere della Grecia,

spendendo del suo, raccogliesse in Firenze: non le importa delle sue

ècloghe latine, e che la Genealogia degli dèi, i libri di geografia,

e quelli su gli uomini e le donne illustri, lavori degli ultimi anni,

fossero anch’essi, trovata a pena la stampa, riprodotti in Francia e

in Germania, e voltati in quelle lingue: tanto il Boccaccio non pur

promosse, ma partecipò, il Rinascimento.

Ma a tutti che riveriscono in lui un rivendicatore della ragione e

della natura deve importare che ei fosse uomo d’animo tutt’altro che

molle, anzi di nobilissimi sensi. Giovine e amato, tra le lusinghe

d’una società delicata e corrotta, non lasciò vincersi all’ardore delle

passioni e dei piaceri tanto, che non trovasse tempo ad acquistarsi

quella dottrina, in cui, se non nella latina eleganza, lasciossi a

dietro il Petrarca. Non serví mai ad altri signori che non fossero

gli occhi delle belle donne; e né meno fu cercatore di famigliarità

illustri: anche nella corte di Napoli dichiarava che, ad alcun

grande accostandosi, poco con lui sofferiva, se non gli si mostrasse

arrendevole e di costumi conformi. Dell’avere intitolato a Ugo re di

Cipro la Genealogia degli dèi si scusò e giustificò con questo, che il

re lo aveva fatto richiedere di trattare quell’argomento: né meno a

Cesare dittatore, se rinascesse, egli indirizzerebbe, non richiesto,

i suoi scritti. A Nicola Acciaiuoli, amico della sua gioventú e poi

gran siniscalco del regno di Napoli, — me non tirano — ei diceva — i

pastorali dei pontefici né i grandi uffici di palazzo: a me è desiderio

d’onesta vita e d’onore; — e quando costui con la indecenza d’un

borghese risalito volle fargli il mecenate, lo piantò, e lo tramandò

in una lettera ridicolo alla posterità. Né la riverenza e l’amicizia

ch’ei professava al Petrarca lo tenne dall’ammonire l’amico che non

gli era onorevole il mostrarsi, com’ei faceva, cosí assiduo cortigiano

dei signori lombardi. Dalla corte di Napoli uscí con le mani pure

e con l’animo civile. Nicola Acciaiuoli, il gran siniscalco, tornò

in Firenze a mostrarsi sfoggiatore di regie pompe: il Boccaccio vi

tornò soltanto come primo scrittore in prosa della lingua materna,

e di quella democrazia di mercanti e d’artieri egli, un dei sovrani

dell’intelligenza, si piacque, e appunto perchè sommo, vi si trovò

bene. E serví la patria al bisogno con prudenza e devozione in offici

onorifici ma temporanei e a pena remunerati; e nulla mai le chiese o

mendicò, né meno quelle onoranze di cui pure i poeti si appagano: volea

lasciarsi il diritto di parlar chiara la verità anche alla patria. Di

fatti, quando vide la democrazia degenerare, ei la marchiò con due

versi che ben si affanno a tutti i reggimenti di molti affari e di

niuno ideale:

Questi ingrati meccanici, nemici

D’ogni gentile e caro adoperare.

In vecchiezza fu afflitto dalla povertà; e trascriveva libri.

Pagine di storia letteraria · 第 67 / 157 题