Tale ammira la posterità Giovanni Boccacci. E a lei ricca della scienza
e della letteratura di molti secoli, non importa che il novelliere
fosse anche nella sua generazione il piú devoto uomo negli studi
classici, che primo degli occidentali imparasse a rileggere Omero
in greco e a tradurre Platone, e i libri e le lettere della Grecia,
spendendo del suo, raccogliesse in Firenze: non le importa delle sue
ècloghe latine, e che la Genealogia degli dèi, i libri di geografia,
e quelli su gli uomini e le donne illustri, lavori degli ultimi anni,
fossero anch’essi, trovata a pena la stampa, riprodotti in Francia e
in Germania, e voltati in quelle lingue: tanto il Boccaccio non pur
promosse, ma partecipò, il Rinascimento.
Ma a tutti che riveriscono in lui un rivendicatore della ragione e
della natura deve importare che ei fosse uomo d’animo tutt’altro che
molle, anzi di nobilissimi sensi. Giovine e amato, tra le lusinghe
d’una società delicata e corrotta, non lasciò vincersi all’ardore delle
passioni e dei piaceri tanto, che non trovasse tempo ad acquistarsi
quella dottrina, in cui, se non nella latina eleganza, lasciossi a
dietro il Petrarca. Non serví mai ad altri signori che non fossero
gli occhi delle belle donne; e né meno fu cercatore di famigliarità
illustri: anche nella corte di Napoli dichiarava che, ad alcun
grande accostandosi, poco con lui sofferiva, se non gli si mostrasse
arrendevole e di costumi conformi. Dell’avere intitolato a Ugo re di
Cipro la Genealogia degli dèi si scusò e giustificò con questo, che il
re lo aveva fatto richiedere di trattare quell’argomento: né meno a
Cesare dittatore, se rinascesse, egli indirizzerebbe, non richiesto,
i suoi scritti. A Nicola Acciaiuoli, amico della sua gioventú e poi
gran siniscalco del regno di Napoli, — me non tirano — ei diceva — i
pastorali dei pontefici né i grandi uffici di palazzo: a me è desiderio
d’onesta vita e d’onore; — e quando costui con la indecenza d’un
borghese risalito volle fargli il mecenate, lo piantò, e lo tramandò
in una lettera ridicolo alla posterità. Né la riverenza e l’amicizia
ch’ei professava al Petrarca lo tenne dall’ammonire l’amico che non
gli era onorevole il mostrarsi, com’ei faceva, cosí assiduo cortigiano
dei signori lombardi. Dalla corte di Napoli uscí con le mani pure
e con l’animo civile. Nicola Acciaiuoli, il gran siniscalco, tornò
in Firenze a mostrarsi sfoggiatore di regie pompe: il Boccaccio vi
tornò soltanto come primo scrittore in prosa della lingua materna,
e di quella democrazia di mercanti e d’artieri egli, un dei sovrani
dell’intelligenza, si piacque, e appunto perchè sommo, vi si trovò
bene. E serví la patria al bisogno con prudenza e devozione in offici
onorifici ma temporanei e a pena remunerati; e nulla mai le chiese o
mendicò, né meno quelle onoranze di cui pure i poeti si appagano: volea
lasciarsi il diritto di parlar chiara la verità anche alla patria. Di
fatti, quando vide la democrazia degenerare, ei la marchiò con due
versi che ben si affanno a tutti i reggimenti di molti affari e di
niuno ideale:
Questi ingrati meccanici, nemici
D’ogni gentile e caro adoperare.
In vecchiezza fu afflitto dalla povertà; e trascriveva libri.