Ma ne’ suoi primi romanzi e poemi il Boccaccio trasfuse meglio un
piacevole e giovenil senso della vita che non la conoscenza di essa e
un concetto o avvedimento proprio: e’ sono divinazioni o adombramenti
di generi nuovi anzi che opere perfette; e paiono anche tenere quasi
dal terreno ove furon prodotti certa esuberanza di fioritura e di
mollezza, per cui l’autore apparisce piú inebriato amatore che non
possessore dell’arte. Quando ciò che aveva sentito e pensato in
Napoli poté maturarlo nelle tranquille armonie della natura e delle
costumanze e della lingua di Toscana, quando in quell’aere, che era
il suo, lontano alle distrazioni, nel vigor dell’età congiungendo alla
raffreddata esperienza la calda animazion dell’idea, dopo gli ambiziosi
lavori giovanili e innanzi ai pazienti degli anni maturi, giunse a ciò
che era il suo naturale; allora il Boccaccio compié il Decameron. La
vita di Dante e il Laberinto d’amore, composti a quel medesimo tempo,
nei pregi o della colorata facondia o dello stil comico tengono del
Decamerone.
Il Decameron è per grandissima parte fiorentino. Come i cittadini di
Firenze finivano di abbattere il medio evo nelle ultime ròcche de’
feudatari dell’Appennino, cosí il Boccaccio lo abbatte nelle fantasie,
lo cancella nei sentimenti. I fiorentini aveano costretto i grandi
all’eguaglianza delle arti, il Boccaccio li agguaglia nel ridicolo.
Quando la repubblica è presso a pigliar guerra col pontefice, il suo
poeta l’ha già mossa a’ preti ed ai monaci. Pure il Decameron non
sarebbe qual’è, se l’autore non avesse dimorato in Napoli e usato alla
corte.
Alla corte il Boccaccio, il borghese italiano a fronte della
feudalità, della cavalleria, della monarchia storica, aveva scrutato
la vecchia società, ma non con la soppiatteria del valletto spione o
con la perfidia del servo ribelle. La plebe montando e la feudalità
discendendo s’erano riscontrate faccia a faccia in condizione
d’eguali, quasi in terreno neutrale, nel sentimento del piacere e
della liberazione dal medio evo. In condizione d’eguali, veramente
no: la plebe, con la facoltà d’attrazione della gioventú, aveva piú
da guadagnare nel contatto. Il Boccaccio sentí bene che il presente
era il regno della borghesia da cui egli usciva, che l’avvenire era
quello dell’arte cui egli iniziava: mercante pochi giorni a dietro,
oggi era amato da una figliuola di re e contessa d’Aquino: nato di
donna parigina, aveva in fondo un po’ della lieta rozzezza gallese, ma
la ripuliva nella conversazione con una famiglia de’ reali di Francia.
Qualche cosa del magnifico e del signorile gli si appigliò all’ingegno
e allo stile: dall’uso delle dame apprese un che di morbido a levigarne
le costumanze democratiche, e certi lussi di adornamenti e gale
cortigiane ei li dedusse, spoglia del trionfo, nell’austerità toscana e
tra le grazie fiorentine.
E questa pompa elegante onde conduce il trionfo su ’l medio evo, e
quella secura e decente tranquillità con cui esercita la vittoria, è
il carattere del Boccaccio e il suo pregio. Giovanni di Meung aveva
non molti anni prima nella continuazione del Romanzo della rosa fatta
un’opera, che in certe parti e per certi effetti viene a un fine co
’l Decameron. Ma egli scrisse a instigazione di Filippo il Bello,
che al suo despotismo reputava utile l’abbassamento de’ feudatari e
della chiesa; mentre il Decameron è libero e pur necessario portato
della vita civile italiana. Giovanni di Meung, teologo, è un villano
ribelle che si gode a sputacchiare quel che ieri inchinava, è un
servo sguinzagliato che nella prossima vendetta pregusta i tripudii
del senso; al Romanzo della rosa tien dietro la «jacquerie»: Giovanni
Boccacci è un cittadino cresciuto dopo gli ordinamenti di giustizia di
Giano della Bella; è un poeta, e compone un’opera d’arte, a cui tien
dietro il Rinascimento.
Perocché il Decameron è anzitutto una grande opera d’arte. È il
rovescio della commedia divina di Dante; è la commedia umana in
tutti i secoli, in tutti i paesi, in tutte le condizioni, disegnata
su ’l fondo della natura, al lume della ragione. L’autore, plebeo e
mercatante, erudito e poeta, viaggiatore e uso alle corti, si trasmuta
per tutte le guise, si rinnova in tutte le rappresentazioni. Niuno
dopo Dante e prima dello Shakespeare creò come il Boccaccio tante
figure diverse in tante diverse posizioni. E questa diversità delle
cento novelle è poi distribuita in una solenne unità, con accorgimenti
artificiosissimi: a canto la novella che burla e sorride, quella che
piange o che sanguina; dopo il cinismo, la passione e il sacrifizio;
presso il motto, l’orazione. E la unità che incornicia, mi sia lecito
dirlo, tanta varietà, è un poema ella stessa: un poema comico nel senso
di Dante, che move dai lutti della pestilenza e dagli oscuri silenzi
d’una chiesa per distendersi e serpeggiare su per i colli di Firenze e
le convalli di Fiesole, cercando gli splendori del sole e il gioioso
colle della felicità tra fiori e alberi e acque e sorrisi e giuochi
e canti di giovani e donne. E quei giovani e quelle donne, pur nella
lieta concordia con cui servono all’officio di narratori, sono gente
viva, hanno un carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro
narrazione. Tale è la mirabile opera di messer Giovanni Boccacci:
l’opera che dopo la Divina Commedia piú attesta la potenza dell’ingegno
italiano nell’accoppiare a tanta facoltà d’invenzione una temperanza
cosí artistica, anzi cosí matematica, di distribuzione e di armonia.
Certo, poiché in natura v’è il senso e nella società i traviamenti
e le colpe del senso, cosí la materia sensuale fu maneggiata anche
dal Boccaccio, come da molti prima e dopo di lui. Ma chi declamasse
ch’egli guastò il costume, che spogliò di fede e pudicizia la donna,
che degrada l’amore, che attenta alla famiglia, quegli dimenticherebbe
o dissimulerebbe piú cose. Dimenticherebbe la passione fedele della
popolana Lisabetta e della principessa Gismonda, dimenticherebbe la
gentil cortesia di Federigo degli Alberighi e le gare di generosità
tra Gisippo e Tito Quinzio, dimenticherebbe le celesti sofferenze di
Griselda, la pastorella provata fino al martirio dal marito marchese,
la Griselda a cui la poesia cavalleresca nulla ha da contrapporre
né pur da lontano. Dissimulerebbe che le novelle ove il puro senso
trionfa sono ben poche, che una ben piú grossolana sensualità regnava
già da tempo anche nei canti del popolo, ed era stata provocata dalle
ipocrisie del misticismo cavalleresco e dagli eccessi dell’ascetismo.
Dimenticherebbe o dissimulerebbe che il Boccaccio non distilla a’
suoi lettori i lenti filtri della voluttà condensata in meditazione,
non li inebria con la calda e vaporosa sensualità sentimentale,
non li perverte a cercare la felicità nella malattia delle languide
fantasticherie, dell’ammollimento e dell’effeminazione. Il Boccaccio
fu un poeta sano; e l’avvenimento della pornografia in letteratura è
impresa di altri tempi e di altri scrittori.
Che se messer Giovanni, oltre le beatificazioni dei Ciappelletti e le
predicazioni dei fra’ Cipolla recanti a torno le penne degli angeli,
si piacque anche a descrivere gli immascheramenti angelici dei frati
Alberti per recare gli amori di Gabriele alle loro devote, se narrò
dei don Felici che mandano in paradiso i mariti e degli abbati che li
metton in purgatorio e dei romiti che ricacciano il diavolo in inferno,
ciò può dispiacere a piú d’uno; ma era pur tanto tempo che l’Europa
gridava vendetta, dibattendosi tra le strette dei malvagi ascetici,
che, dopo ubriacatale la intelligenza la violavano. E il vendicatore
venne; e la vendetta fu degna; il riso, ma un riso che era turbine. E
la triste sètta non se n’è piú riavuta; e ogni volta che ella accenni a
risentirsi, ecco quel riso risuonare da tutte le conscienze in tutte le
lingue di Europa, immortale.
Come il Boccaccio ebbe molteplice la fantasia ed eguale ad ogni
argomento, cosí lo stile. E che stile! Quanta eleganza e quale armonia
in quelle frasi cosí abilmente prolungate, in quei raggruppamenti
non pur sonori ma razionali d’una folla d’idee accessorie, in quei
legamenti! Uno scrittore francese, che vuol dire della lingua piú
chiara e netta e dello stile piú logico e disinvolto che oggi ci sia,
scrittore abilissimo e intenditor fino della proprietà dello scriver
dei classici, definì e apprezzò come niun altri, parmi, lo stile del
Boccaccio. «Il Boccaccio — egli dice — non aveva impunemente studiati
Cicerone, Virgilio, Orazio, Terenzio. Egli da quello studio acquistò un
gusto squisito di eleganza e di naturalezza, un’arte fina e delicata;
e dal mescolar di quest’arte ai primi e vivi movimenti di un idioma
nascente, che all’autore non occorreva sforzare per farlo originale,
provenne il piú sapiente il piú nativo il piú grazioso stile che si
fosse ancora veduto nelle nostre lingue moderne». Certo che anche
nell’opera maggiore del Boccaccio prevale il grande stile, lo stile
periodico. Ma non corriamo per amor delle parole a involgere di una
general condanna una tanta opera. E, prima di tutto, piacque ella,
scritta cosí, al suo tempo e molto di poi? fu popolar lettura di tutti,
anche delle donne? Francesi, spagnoli, inglesi, tedeschi, che sí presto
la tradussero nei loro idiomi, si lagnarono essi mai di quello stile?
E se quello fosse stato lo stile di quei tempi e di quella coltura,
potremo, noi, perché diversi di coltura e di tempi, condannarlo cosí
universalmente? E non parlatemi, o puristi, dei vostri fraticelli e
dei novellini: non abbiate l’infelice coraggio di raffrontare quei
pusilli a questo grande. Certa semplicità è imbecillità; e la nudità
non è sempre natura, ma il piú delle volte miseria; e i sommarii restan
sempre sommarii. E né meno mi si oppongano magnificamente Tucidide e
gli oratori antichi; quegli raccontava da storico una lunga guerra,
e per lui la descrizione del contagio era a pena un episodio; questi
parlavano al popolo, e avevano da spicciarsi: il Decameron in vece era
il libro degli ozi tranquilli nelle veglie e nelle villeggiature, e
quel largo distendersi nei particolari e quell’abbandonarsi all’onda
della parola accresceva il piacere del racconto e n’era parte. E poi
l’arte della parola si risvegliò nelle nuove lingue latine con la
rimembranza del discorso periodico: ricordate l’artificiosa rozzezza
delle lettere di Guittone, vedete la gravità solenne del Convito di
Dante. Da tale istinto romano il Boccaccio fu tratto a vagheggiare
il periodo di Cicerone; e, come se ne fu impossessato, lo stancò con
la furia delle carezze di un primo amore. Che gioia quando senti il
volgar fiorentino dei Lapi e dei Bindi sollevarsi cosí magnifico nella
arsi, cosí pieno e sonante discendere nella tesi! Cotesta lingua dei
Ciompi ei si piacque a farla ravvolgere con tutti i contorcimenti
della voluttà per tutti i meandri del pensiero, a farle rendere con le
variazioni di tutte le note tutti i gridi e i gemiti d’ogni passione,
a farle seguire con la sfumatura di tutte le tinte le adombrature
di un’imagine. Egli sedevasi novellando a grand’agio nella Valletta
delle donne o nelle logge della villa Palmieri (perocché egli pose la
scena del Decamerone nel piú bel paese toscano); e i grandi pioppi
accompagnavano con un fremente ondeggiamento il numeroso movere dei
suoi periodi, e Africo e Mensola, mitologici rivi, parevano mormorar
di piacere sotto la voce carezzevole del poeta che gli aveva animati e
cantati, e i raggi de’ tuoi rosei tramonti, o dolce Toscana, coloravano
miti l’ampia fronte del narratore sereno. Giú basso, è vero, giaceva
la città appestata. Ma Giovanni Boccacci era uscito dal lazzaretto
del medio evo; e nelle regioni della fantasia ei sta nel mezzo
della distanza tra Aristofane e il Molière, accennando a sinistra al
Cervantes, a destra alla gaiezza e alla saviezza del La Fontaine e
del Voltaire, del Lessing e del Wieland. Lasciate i grandi spiriti a
intendersi su l’opportunità dell’arte tra loro in famiglia.