IV.

Ma ne’ suoi primi romanzi e poemi il Boccaccio trasfuse meglio un

piacevole e giovenil senso della vita che non la conoscenza di essa e

un concetto o avvedimento proprio: e’ sono divinazioni o adombramenti

di generi nuovi anzi che opere perfette; e paiono anche tenere quasi

dal terreno ove furon prodotti certa esuberanza di fioritura e di

mollezza, per cui l’autore apparisce piú inebriato amatore che non

possessore dell’arte. Quando ciò che aveva sentito e pensato in

Napoli poté maturarlo nelle tranquille armonie della natura e delle

costumanze e della lingua di Toscana, quando in quell’aere, che era

il suo, lontano alle distrazioni, nel vigor dell’età congiungendo alla

raffreddata esperienza la calda animazion dell’idea, dopo gli ambiziosi

lavori giovanili e innanzi ai pazienti degli anni maturi, giunse a ciò

che era il suo naturale; allora il Boccaccio compié il Decameron. La

vita di Dante e il Laberinto d’amore, composti a quel medesimo tempo,

nei pregi o della colorata facondia o dello stil comico tengono del

Decamerone.

Il Decameron è per grandissima parte fiorentino. Come i cittadini di

Firenze finivano di abbattere il medio evo nelle ultime ròcche de’

feudatari dell’Appennino, cosí il Boccaccio lo abbatte nelle fantasie,

lo cancella nei sentimenti. I fiorentini aveano costretto i grandi

all’eguaglianza delle arti, il Boccaccio li agguaglia nel ridicolo.

Quando la repubblica è presso a pigliar guerra col pontefice, il suo

poeta l’ha già mossa a’ preti ed ai monaci. Pure il Decameron non

sarebbe qual’è, se l’autore non avesse dimorato in Napoli e usato alla

corte.

Alla corte il Boccaccio, il borghese italiano a fronte della

feudalità, della cavalleria, della monarchia storica, aveva scrutato

la vecchia società, ma non con la soppiatteria del valletto spione o

con la perfidia del servo ribelle. La plebe montando e la feudalità

discendendo s’erano riscontrate faccia a faccia in condizione

d’eguali, quasi in terreno neutrale, nel sentimento del piacere e

della liberazione dal medio evo. In condizione d’eguali, veramente

no: la plebe, con la facoltà d’attrazione della gioventú, aveva piú

da guadagnare nel contatto. Il Boccaccio sentí bene che il presente

era il regno della borghesia da cui egli usciva, che l’avvenire era

quello dell’arte cui egli iniziava: mercante pochi giorni a dietro,

oggi era amato da una figliuola di re e contessa d’Aquino: nato di

donna parigina, aveva in fondo un po’ della lieta rozzezza gallese, ma

la ripuliva nella conversazione con una famiglia de’ reali di Francia.

Qualche cosa del magnifico e del signorile gli si appigliò all’ingegno

e allo stile: dall’uso delle dame apprese un che di morbido a levigarne

le costumanze democratiche, e certi lussi di adornamenti e gale

cortigiane ei li dedusse, spoglia del trionfo, nell’austerità toscana e

tra le grazie fiorentine.

E questa pompa elegante onde conduce il trionfo su ’l medio evo, e

quella secura e decente tranquillità con cui esercita la vittoria, è

il carattere del Boccaccio e il suo pregio. Giovanni di Meung aveva

non molti anni prima nella continuazione del Romanzo della rosa fatta

un’opera, che in certe parti e per certi effetti viene a un fine co

’l Decameron. Ma egli scrisse a instigazione di Filippo il Bello,

che al suo despotismo reputava utile l’abbassamento de’ feudatari e

della chiesa; mentre il Decameron è libero e pur necessario portato

della vita civile italiana. Giovanni di Meung, teologo, è un villano

ribelle che si gode a sputacchiare quel che ieri inchinava, è un

servo sguinzagliato che nella prossima vendetta pregusta i tripudii

del senso; al Romanzo della rosa tien dietro la «jacquerie»: Giovanni

Boccacci è un cittadino cresciuto dopo gli ordinamenti di giustizia di

Giano della Bella; è un poeta, e compone un’opera d’arte, a cui tien

dietro il Rinascimento.

Perocché il Decameron è anzitutto una grande opera d’arte. È il

rovescio della commedia divina di Dante; è la commedia umana in

tutti i secoli, in tutti i paesi, in tutte le condizioni, disegnata

su ’l fondo della natura, al lume della ragione. L’autore, plebeo e

mercatante, erudito e poeta, viaggiatore e uso alle corti, si trasmuta

per tutte le guise, si rinnova in tutte le rappresentazioni. Niuno

dopo Dante e prima dello Shakespeare creò come il Boccaccio tante

figure diverse in tante diverse posizioni. E questa diversità delle

cento novelle è poi distribuita in una solenne unità, con accorgimenti

artificiosissimi: a canto la novella che burla e sorride, quella che

piange o che sanguina; dopo il cinismo, la passione e il sacrifizio;

presso il motto, l’orazione. E la unità che incornicia, mi sia lecito

dirlo, tanta varietà, è un poema ella stessa: un poema comico nel senso

di Dante, che move dai lutti della pestilenza e dagli oscuri silenzi

d’una chiesa per distendersi e serpeggiare su per i colli di Firenze e

le convalli di Fiesole, cercando gli splendori del sole e il gioioso

colle della felicità tra fiori e alberi e acque e sorrisi e giuochi

e canti di giovani e donne. E quei giovani e quelle donne, pur nella

lieta concordia con cui servono all’officio di narratori, sono gente

viva, hanno un carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro

narrazione. Tale è la mirabile opera di messer Giovanni Boccacci:

l’opera che dopo la Divina Commedia piú attesta la potenza dell’ingegno

italiano nell’accoppiare a tanta facoltà d’invenzione una temperanza

cosí artistica, anzi cosí matematica, di distribuzione e di armonia.

Certo, poiché in natura v’è il senso e nella società i traviamenti

e le colpe del senso, cosí la materia sensuale fu maneggiata anche

dal Boccaccio, come da molti prima e dopo di lui. Ma chi declamasse

ch’egli guastò il costume, che spogliò di fede e pudicizia la donna,

che degrada l’amore, che attenta alla famiglia, quegli dimenticherebbe

o dissimulerebbe piú cose. Dimenticherebbe la passione fedele della

popolana Lisabetta e della principessa Gismonda, dimenticherebbe la

gentil cortesia di Federigo degli Alberighi e le gare di generosità

tra Gisippo e Tito Quinzio, dimenticherebbe le celesti sofferenze di

Griselda, la pastorella provata fino al martirio dal marito marchese,

la Griselda a cui la poesia cavalleresca nulla ha da contrapporre

né pur da lontano. Dissimulerebbe che le novelle ove il puro senso

trionfa sono ben poche, che una ben piú grossolana sensualità regnava

già da tempo anche nei canti del popolo, ed era stata provocata dalle

ipocrisie del misticismo cavalleresco e dagli eccessi dell’ascetismo.

Dimenticherebbe o dissimulerebbe che il Boccaccio non distilla a’

suoi lettori i lenti filtri della voluttà condensata in meditazione,

non li inebria con la calda e vaporosa sensualità sentimentale,

non li perverte a cercare la felicità nella malattia delle languide

fantasticherie, dell’ammollimento e dell’effeminazione. Il Boccaccio

fu un poeta sano; e l’avvenimento della pornografia in letteratura è

impresa di altri tempi e di altri scrittori.

Che se messer Giovanni, oltre le beatificazioni dei Ciappelletti e le

predicazioni dei fra’ Cipolla recanti a torno le penne degli angeli,

si piacque anche a descrivere gli immascheramenti angelici dei frati

Alberti per recare gli amori di Gabriele alle loro devote, se narrò

dei don Felici che mandano in paradiso i mariti e degli abbati che li

metton in purgatorio e dei romiti che ricacciano il diavolo in inferno,

ciò può dispiacere a piú d’uno; ma era pur tanto tempo che l’Europa

gridava vendetta, dibattendosi tra le strette dei malvagi ascetici,

che, dopo ubriacatale la intelligenza la violavano. E il vendicatore

venne; e la vendetta fu degna; il riso, ma un riso che era turbine. E

la triste sètta non se n’è piú riavuta; e ogni volta che ella accenni a

risentirsi, ecco quel riso risuonare da tutte le conscienze in tutte le

lingue di Europa, immortale.

Come il Boccaccio ebbe molteplice la fantasia ed eguale ad ogni

argomento, cosí lo stile. E che stile! Quanta eleganza e quale armonia

in quelle frasi cosí abilmente prolungate, in quei raggruppamenti

non pur sonori ma razionali d’una folla d’idee accessorie, in quei

legamenti! Uno scrittore francese, che vuol dire della lingua piú

chiara e netta e dello stile piú logico e disinvolto che oggi ci sia,

scrittore abilissimo e intenditor fino della proprietà dello scriver

dei classici, definì e apprezzò come niun altri, parmi, lo stile del

Boccaccio. «Il Boccaccio — egli dice — non aveva impunemente studiati

Cicerone, Virgilio, Orazio, Terenzio. Egli da quello studio acquistò un

gusto squisito di eleganza e di naturalezza, un’arte fina e delicata;

e dal mescolar di quest’arte ai primi e vivi movimenti di un idioma

nascente, che all’autore non occorreva sforzare per farlo originale,

provenne il piú sapiente il piú nativo il piú grazioso stile che si

fosse ancora veduto nelle nostre lingue moderne». Certo che anche

nell’opera maggiore del Boccaccio prevale il grande stile, lo stile

periodico. Ma non corriamo per amor delle parole a involgere di una

general condanna una tanta opera. E, prima di tutto, piacque ella,

scritta cosí, al suo tempo e molto di poi? fu popolar lettura di tutti,

anche delle donne? Francesi, spagnoli, inglesi, tedeschi, che sí presto

la tradussero nei loro idiomi, si lagnarono essi mai di quello stile?

E se quello fosse stato lo stile di quei tempi e di quella coltura,

potremo, noi, perché diversi di coltura e di tempi, condannarlo cosí

universalmente? E non parlatemi, o puristi, dei vostri fraticelli e

dei novellini: non abbiate l’infelice coraggio di raffrontare quei

pusilli a questo grande. Certa semplicità è imbecillità; e la nudità

non è sempre natura, ma il piú delle volte miseria; e i sommarii restan

sempre sommarii. E né meno mi si oppongano magnificamente Tucidide e

gli oratori antichi; quegli raccontava da storico una lunga guerra,

e per lui la descrizione del contagio era a pena un episodio; questi

parlavano al popolo, e avevano da spicciarsi: il Decameron in vece era

il libro degli ozi tranquilli nelle veglie e nelle villeggiature, e

quel largo distendersi nei particolari e quell’abbandonarsi all’onda

della parola accresceva il piacere del racconto e n’era parte. E poi

l’arte della parola si risvegliò nelle nuove lingue latine con la

rimembranza del discorso periodico: ricordate l’artificiosa rozzezza

delle lettere di Guittone, vedete la gravità solenne del Convito di

Dante. Da tale istinto romano il Boccaccio fu tratto a vagheggiare

il periodo di Cicerone; e, come se ne fu impossessato, lo stancò con

la furia delle carezze di un primo amore. Che gioia quando senti il

volgar fiorentino dei Lapi e dei Bindi sollevarsi cosí magnifico nella

arsi, cosí pieno e sonante discendere nella tesi! Cotesta lingua dei

Ciompi ei si piacque a farla ravvolgere con tutti i contorcimenti

della voluttà per tutti i meandri del pensiero, a farle rendere con le

variazioni di tutte le note tutti i gridi e i gemiti d’ogni passione,

a farle seguire con la sfumatura di tutte le tinte le adombrature

di un’imagine. Egli sedevasi novellando a grand’agio nella Valletta

delle donne o nelle logge della villa Palmieri (perocché egli pose la

scena del Decamerone nel piú bel paese toscano); e i grandi pioppi

accompagnavano con un fremente ondeggiamento il numeroso movere dei

suoi periodi, e Africo e Mensola, mitologici rivi, parevano mormorar

di piacere sotto la voce carezzevole del poeta che gli aveva animati e

cantati, e i raggi de’ tuoi rosei tramonti, o dolce Toscana, coloravano

miti l’ampia fronte del narratore sereno. Giú basso, è vero, giaceva

la città appestata. Ma Giovanni Boccacci era uscito dal lazzaretto

del medio evo; e nelle regioni della fantasia ei sta nel mezzo

della distanza tra Aristofane e il Molière, accennando a sinistra al

Cervantes, a destra alla gaiezza e alla saviezza del La Fontaine e

del Voltaire, del Lessing e del Wieland. Lasciate i grandi spiriti a

intendersi su l’opportunità dell’arte tra loro in famiglia.

Pagine di storia letteraria · 第 66 / 157 题