Vedetelo alla corte di Napoli, ove la curiosità dell’uom novo e
la giovinezza fervente di piacere lo trassero, e la grazia e la
bellezza e l’amore soli lo trattennero, vedetelo, lui uscito dalla or
signoreggiante plebe dei comuni, in faccia alla feudal monarchia di san
Luigi scaduta agli intrighi e nell’avarizia di re Roberto, in faccia
alla cavalleria che finalmente denudasi nelle prostituzioni sanguinose
di Giovanna regina di Sicilia e Gerusalemme. In quelle corti d’amore
napolitano, ove le questioni potevano esser risolute in ultimo appello
dalla Filippa catanese provveditrice del talamo regio e dal laccio
del duca di Durazzo, il certaldese, bello, elegante, d’ornatissimo
ingegno, aveva aperte innanzi le vie della fortuna; e gliene mostrava
l’àdito Nicola Acciaiuoli, con lui venutovi e tanto men degno di lui,
che dai letti della duchessa di Taranto andava ascendendo alle dignità
prime del regno. Ma Giovanni era già devoto ad altri amori: su la
tomba di Virgilio la visione della poesia e lo splendor delle muse gli
aveano lambito la fronte. Egli aveva amato Dante e Virgilio prima che
Fiammetta; e la bella e voluttuosa figlia reale darà bensí il motivo
e la materia a’ poemi del mercante fiorentino, ma no ’l distrarrà
lungamente dalla sua geniale opera d’arte. In men di dieci anni e tra
i vent’otto e i trentacinque della sua vita, Giovanni Boccaccio compose
tre romanzi e quattro poemi.
Quando, com’egli scrive, quasi maturo d’età e libero di sé, diedesi,
su i venticinque, alla poesia, cioé a studiare ne’ poeti latini, non
sospinto né erudito da alcuno, quel che ne apprese fu sua conquista.
Egli non usciva dottore da alcuna università, ma avea già cercato
terre e lingue e costumanze diverse: nulla ei sapeva di teologia e
di filosofia, assai di romanzi e di favolelli francesi, e avea fin da
giovinetto messo amore in Dante. Ora a quella sua nutrizione romanzesca
e alla polpa toscana aggiunse, e con mirabile prestezza agevolezza
e novità assimilò, le favole e i colori di Virgilio, di Ovidio, di
Stazio.
Lo studio delle forme dantesche signoreggia nel poema prima concepito
dal Boccaccio se non prima finito, l’Amorosa Visione: nello Ameto
è cercato l’accordo delle forme dantesche con le virgiliane. Se non
che i cieli di Dante si erano chiusi; e con tutta la venerazione che
il Boccaccio professò sempre al maggior fiorentino, e tutto che egli
mostri d’avere tutt’a mente la Divina Commedia e finisse da vecchio
commentandola, con tutto ciò, dico, per l’indole del suo ingegno e per
le condizioni stesse della sua libera educazione e dei tempi, l’Amorosa
Visione riesce in fine ad essere la contraddizione della Divina
Commedia. La visione è la stessa, ma ai dannati ai santi agli angeli
sottentrano i poeti gli eroi le ninfe: il fine del viaggio è in terra:
i tre mondi sono quelli della scienza, della gloria e dell’amore. Anche
nell’Ameto l’allegoria già ecclesiastica si secolarizza; e l’intreccio
della prosa co ’l verso, già solenne nella Consolazione filosofica
di Boezio, poi scolastico nella Vita nuova di Dante e senza arte o
ragione nella didascalica del Barberino, si svolge qui con libera e
pomposa ricchezza in vaghi ricami, fiorisce dalle innovate bellezze
delle ècloghe ed elegíe antiche meravigliate quasi di acconciarsi cosí
leggiadramente in una lingua uscita pur ora dal fiero duecento, per
offerire vaghissimi contorni alla favola e alla moralità principale,
l’uomo plebeo del medio evo che si trasmuta mercé l’amore e la poesia
in nobile e generoso.
Ai piú de’ suoi romanzi e poemi il Boccaccio, nato in Parigi e usato
alla corte francese di Napoli, trasse la materia dalla Francia,
come il popolo italiano costumava da oltre un secolo; se non che,
mentre quella dei predecessori suoi popolari era opera impersonale
e inconscia, egli recò nel suo lavoro tutti gli avvedimenti di un
artista novello, che è già fino pur restando ingenuo; vi dedusse la
corrente della coloritrice poesia antica, onde tra i pallidi ripetitori
apparisce originale; vi introdusse la personalità sua, che era in somma
l’imagine del popolo italiano uscente dal medio evo e affacciantesi
alle gioie del Rinascimento. Nel Filocopo, Fiorio, l’eroe avventuroso,
viene accolto nella compagnia di Fiammetta e di Caleone; e Caleone è
il Boccaccio, il plebeo già nobilitato nell’amore e nell’arte. Nella
Teseide, Palemone, il cavaliere vinto e pur vittorioso nell’affetto
della giovane contrastata, è il Boccaccio, il borghese che rapisce
agli antichi cavalieri anche gli animi delle belle. Nel Filostrato, i
dolci intrattenimenti e le amare dipartenze di Troilo e Criseida sono
la storia degli amori del mercante fiorentino e della figliuola di re
Roberto. Cotesti greci argomenti della Teseide e del Filostrato, già
maneggiati cavallerescamente in Francia, il Boccaccio li rimaneggia
a modo suo. Egli è un Ovidio romanzesco e toscano; e con la Teseide
prenunzia nell’abito a divisa d’un damigello d’armi del trecento il
poema del secolo decimosesto, e nel Filostrato fa la novella borghese
con lieta abondanza di particolari e di versificazione. E fu danno che
quell’esempio rimanesse unico e sia dimenticato, oggi che la poesia
va ricercando faticosamente certe piú naturali guise di rappresentare
e una dizione che a quelle risponda. Come bella ed agevole un secolo
prima del Pulci e del Poliziano esulta la ottava nel Filostrato e nel
Ninfale! ella è come una fanciulla del contado toscano che novelleggi,
non sai se accorta o sprovveduta, se sciolta o succinta, e che volgasi
a quando a quando con eleganti lusinghe, pittando motti fiori e sorrisi
agli ascoltatori.
Italiani del tutto anche nella materia prima, e originalmente concepiti
se bene con diversa riuscita, sono la Fiammetta e il Ninfale fiesolano.
La Fiammetta è già il romanzo moderno: di quanto già lontana, anzi
discorde, benché non superiore, alla Vita nuova, ove le confessioni
d’un adolescente danno materia all’allegoria e occasione a un manifesto
di poetica, e al Segreto del Petrarca, che è il dialogo del dualismo
nella conscienza del poeta! Qui l’amatore e l’autore si estrinsecano
e cedono il campo alla donna, che è introdotta a recitare ella stessa
la dolce elegia de’ suoi errori e dei dolori, che nella passione ha la
scusa della voluttà e dall’abbandono acquista compassione. Dalla colpa
sociale al sentimento della natura, dalla Fiammetta al Ninfale fu un
salto, non pericoloso allo snello ingegno del Boccaccio; singolarmente
grazioso in questo ultimo forse de’ suoi poemi. Qui l’idillio d’amore
persuaso dalla stessa natura s’intreccia con l’epopea delle origini, e
la sensualità in mezzo a campi e torrenti è selvatica e pura come nel
Dafni e Cloe, e la verità di tutti i giorni, un’avventura d’amore forse
dell’altr’ieri, è carezzata dal canto delle ninfe mitologiche su le
cime di Fiesole soavemente illuminate dagli splendori di maggio e della
leggenda, nelle fiorenti convalli che saranno poi scena al Decamerone;
e viene in fine Atalante, il mitico incivilitore, e, a vendetta de’
due amanti sacrificati ai vóti crudeli di Diana, disperde le ninfe o
le costringe ai matrimoni, e fonda la città e la civiltà. Non sembra la
parabola del Rinascimento su le rovine degli instituti ascetici?
Basterebbe, io credo, il Ninfale perché non fosse negato al Boccaccio
l’onore di poeta anche in versi, se a ciò non avesse, oltre alcune rime
graziose e native, un titolo forse maggiore, quello di padre naturale
o adottatore dell’ottava. Che poemi in ottava rima ci fossero prima
del Boccaccio, resta a provare; ma è provato che egli primo almanco
nobilitò l’ottava raccogliendola nella poesia letteraria. Egli sentí
che la terzina era nata e fatta co ’l poema dantesco e per la visione
soggettiva tra epica e didascalica e drammatica: sentí che per il
poema suo, per il poema delle nuove generazioni popolane e borghesi,
occorreva un metro men solenne e forse men triste di quel di Dante,
meno uniforme di quello delle epopee feudali francesi, un metro nel
quale molleggiasse la fantasia del poeta artefice, che non cantava piú
né contemplava ma raccontava. E, o che togliesse a raccorciare la nona
rima dei siciliani, o che accettasse dal canto popolare napolitano
l’ottava già sbozzata, il fatto è che egli ebbe accorgimento di vero
artista pigliando un metro dal popolo per averlo vitale e da resistere
ai secoli, e uno eleggendone tanto musicalmente variato di alto e
basso, che scorre come per piú tasti nell’intrecciamento de’ primi sei
versi sopra due rime, che si appoggia e si posa nell’unità della coppia
finale, con una cadenza che dà insieme lo slancio per il passaggio da
una stanza all’altra e il riposo per ciascheduna, un metro che è non
un istrumento ma un’orchestra d’istrumenti, flauto e liuto, tromba e
violino.
Cosí il Boccaccio non pur diede nella Teseide e nell’Ameto gli esempi
all’epopea mista e alla pastorale del secolo decimosesto, non solo
diede nel Ninfale l’esempio d’un idillio nuovo e nel Filostrato quel
d’una nuova novella che fu imitata dallo Chaucer e dallo Shakespeare,
ma fermò egli il metro per l’epica del Rinascimento, porse egli lo
instrumento della lor gloria all’Ariosto al Tasso al Camoens.