È cotesto il concetto e quasi l’insegna del Boccaccio nel movimento
letterario del tempo suo.
Imperocché il secolo decimoquarto, l’età aurea della lingua italiana,
fu di lento sfacimento per gli intelletti e gli instituti sociali. Il
medio evo finiva: l’ideale dell’impero era caduto con gli Svevi, quel
della chiesa oscuratosi con Bonifazio ottavo si spegneva nella servitú
di Avignone, la cavalleria avea salito il palco infame con i Templari
e le succedeano le compagnie di ventura: gli Absburghesi in Germania
aveano cominciato a mutare in azienda di famiglia il sacro universale
impero degli Ottoni e dei Federici, Filippo il Bello avea ridotto
a dispotismo amministrativo la cristiana monarchia di san Luigi: in
Italia la gente nuova, dove i comuni serbassero del vigore, cacciava da
per tutto e sopraffaceva le vecchie famiglie custodi della tradizione
eroica; o i signori, protettori del popolo e tutori del buono stato,
livellavano sotto la lor dittatura guelfi e ghibellini, grandi e
plebe. Certo, era necessario che la società ecclesiastica e feudale
compenetrata piú sempre dagli spiriti della borghesia si trasformasse;
ma intanto nella trasformazione il presente annebbiavasi, titubava la
fede e si smarrivan le idee, istituzioni e costumi alteravansi, l’uomo
degenerava e scemava. L’epopea era finita, e il dramma non compariva:
triste intervallo nella storia della coltura, aspettazione dolorosa
nell’ideale delle generazioni.
Ma l’Italia riempié della sua gloriosa operosità l’intervallo. Quella
che Dante chiamò commedia fu la tragedia delle forti generazioni del
medio evo, che l’Allighieri, gigante superstite, rispecchiò con gli
occhi fissi al cielo, con ferma fede nella riconstituzione politica e
religiosa della società cristiana. Il Petrarca dalle perturbazioni del
secolo trasformantesi rifuggí in se stesso, e con gli occhi raccolti
ritrasse ed esemplò in limpide armonie il suo intimo soliloquio,
tutto inteso a ricercare l’equilibrio della passione con la idea,
tutto assorto nel perfezionamento dell’individuo. Il Boccaccio fu
attratto dal secolo, che era il tempo della gente nuova e il tempo
suo, e, girati attorno gli occhi, ne raccolse tutto il sensibile ed
il reale, onde compose la sua umana commedia con mano nello stesso
affaccendamento tranquilla, con mente accesa in un nuovo ideale,
l’arte. Perocché a certi momenti d’una civiltà anche l’arte per sé
sola diventa un ideale; ed è bene che ciò sia. Solo appunto l’ideale
dell’arte salvò dall’oscuramento le generazioni intercesse tra il
mancare del medio evo e le rivoluzioni del secolo decimosesto; e
fu tutto italiano, ed ebbe per primo cultore, per ritrovatore, il
Boccaccio. «Studium fuit alma poësis».