III.

Scrittore latino, il Petrarca guerreggiò apertamente il medio evo;

vero padre del Rinascimento, non solo perché promosse la ricerca degli

antichi autori per tutte le città d’Italia e in Francia in Germania

in Spagna in Inghilterra, non solo perché trasse di Grecia Omero

e lo restituí all’occidente, ma piú perché rese laico il latino di

sacerdotale che era. Conversando nella lingua di Cicerone con gente

d’ogni parte dell’Europa, e per ogni parte dell’Europa meravigliata

di quella classica novità di stile disseminando le sue epistole e

i trattati ed i carmi; congiunse le nazioni occidentali, annodate

prima dalla teologia, con un vincolo nuovo, il vincolo filosofico e

letterario: fondò, nell’Europa soggetta ancora ai poteri ecclesiastico

e feudale, una nuova potenza, fuor della chiesa e dello stato, tutta

morale, tutta moderna, la repubblica delle lettere.

Né all’antichità egli richiese pur la retorica e l’erudizione, ma ne

ricercò come uom vivo la vita. Nella storia del popolo romano non vide

piú, come già Dante e gli scolastici, una serie di predestinazioni

provvidenziali, di mitiche adombrazioni d’una futura città di Dio;

e fu un gran passo: volle anche secernere, secondo il poter suo,

dalle preoccupazioni tradizionali il vero storico, del quale mostrò

d’intender bene il valore, presentendo l’età critica; se non che restò

vinto ben presto dall’ammirazione e dall’amore. Poeta, e attratto di

continuo verso l’ideale da un istinto generoso di perfezionamento,

egli adorò nei personaggi romani altrettanti esempi di nature umane

divinamente dotate e nella maggior dignità constituite: adorò nella

romana storia la piú poderosa manifestazione della civiltà umana; e

di quella umanità e civiltà ammirò negli scrittori la espressione piú

pura e piú degna; e voleva vivere di quella lor vita, tanto da scrivere

ad essi come a contemporanei. Dalla quale tornando al presente, e

paragonando quello splendore delle forme antiche alle condizioni

sociali e letterarie del tempo suo, ne prendeva in maggior abominio

il medio evo e i suoi coetanei che glie lo rappresentavano: — paion

vivi, ei diceva, e respirano, ma già son fatti cadaveri puzzolenti —;

perocché ei riponeva il suo ideale nell’avvenire. E questo è che piú

l’onora: ei non rifuggiva al passato per distendervisi e giacere, ma

per ispiccare indi piú agile e sicuro il volo verso un’età nuova. Le

opere sue sono piene di augurii: egli ha la fede del Rinascimento,

e vede prossimi giorni migliori, nei quali l’Italia trionferà da per

tutto, e le antiche virtú rifioriranno e con le virtú la dottrina e le

arti, e l’eloquenza occuperà di nuovo i rostri il fòro il senato, e la

poesia splendida, morale, benefica, consolerà di luce sovrumana quegli

uomini felici. In quei giorni ei vorrebbe vivere, e rivolgendosi alla

sua Africa la prega di ringiovanire quando prima rifulgerà l’alma luce

della poesia ed una età migliore ai buoni:

Tunc iuvenesce, precor, cum iam lux alma poësis

Commodiorque bonis cum primum adfulserit aetas.

Di sí fatto ideale dové il Petrarca esser da vero e profondamente

penetrato, se poté cosí efficacemente rifletterlo sopra il suo secolo

e farsene venerare come autore egli stesso del Rinascimento che

vaticinava. Torna a mente il mito d’Orfeo, quando vediamo non tanto i

re di Napoli e di Francia ammirati e stupiti innanzi a quest’uomo, e

l’imperatore e i pontefici corteggiarlo, ma, che è piú, i traditori i

rissosi i sanguinolenti i bestiali signori d’Italia ammansati intorno

a lui, e l’immane Barnabò Visconti volerlo padrino del suo figliuolo, e

Galeazzo, quel delle quaresime, carezzarlo. Ma piú volentieri ammiriamo

la pronta e lieta conversione del popolo italiano alla religione della

dottrina e al culto dell’ingegno, quando leggiamo di poveri maestri

ciechi che appoggiati alla spalla de’ figliuoli corron dietro al poeta

laureato da un capo all’altro della penisola, di artefici che mettono

a porpora e ad oro le camere per riceverlo. E quando leggiamo come i

giovinetti delle piú superbe famiglie baronali lo scorgessero vestiti

di rosso in Campidoglio, e come le mani dei Savelli dei Conti degli

Annibaldi incallite dal maneggio della partigiana nelle battaglie

civili si gloriassero di agitargli intorno corone di fiori, e i Colonna

e gli Orsini si trovassero d’accordo un sol giorno per deporre la

ghirlanda d’alloro su ’l capo di questo figlio d’un notaio fiorentino,

e il popolo salutarlo col grido — Viva il poeta, viva il Campidoglio!

— e il poeta rispondere — Viva il popolo romano, e che Dio lo mantenga

con libertà! —; allora ci pare che un raggio dell’antica gloria

illumini cotesta Roma ruinosa, la quale ringentilisce celebrando in

Campidoglio la sacra del Rinascimento; allora ci pare che l’Italia sia

veramente la patria degna di Francesco Petrarca.

Ma nell’ideale complesso del Rinascimento un concetto e un affetto

spiccavano tra tutti gli altri dinanzi alla mente e al cuore del

Petrarca: il concetto e l’affetto dell’Italia. Nato esule, trasportato

fanciullo da luogo a luogo, e presto oltre l’Alpi, vissuto lungi dalle

parti e dalle magistrature, la fiera tenerezza che gli altri italiani

avevano per il loro comune o per il simbolo di lor parte, ei la diè

tutta al nome d’Italia. L’Italia ei cominciò ad amarla nei libri di

Virgilio di Cicerone di Livio, grande, vittoriosa, una: ma, come il

Rinascimento non è l’antichità, sí bene ha una novità sua organicamente

mista d’antico, cosí l’Italia del Petrarca non è l’Italia romana,

per quanto molto ne ritenga. Fiorito nell’età dei signori, egli

ne comprese l’intendimento ed il fine; che era la dittatura contro

le parti guelfa e ghibellina, dittatura che assicurasse ai popoli

la pace, la concordia, il termine della guerra civile. Ma cotesto

intendimento non oltrepassava le mura della città, i confini dello

stato del signore; ora il Petrarca lo allargò; e, come Dante gridava

la guerra anche dei tiranni contro i guelfi per ristorare la maestà

dell’impero, cosí egli gridò la pace tra i signori per respingere ogni

ingerenza di armi e dominazioni straniere, per restituire in potestà

di sé entro i suoi naturali confini la nazione latina che ha per capo

Roma. La sentenza del Foscolo che per fare l’Italia bisogna disfare le

sette, i vóti del 1847 per la unione dei principi italiani, la tregua

e la trasformazione delle parti nella Società nazionale d’avanti il

1859, erano già i vóti la sentenza la politica del Petrarca nel secolo

decimoquarto. Quando il principe di Metternich disse l’Italia essere

una espressione geografica, non avea capito la cosa; ella era una

espressione letteraria, una tradizione poetica. Quell’oblio o quella

condanna delle parti nella terra dei guelfi e dei ghibellini, quella

concordia predicata nella terra delle mille e mille guerre municipali,

fu veramente una nobil poesia che incomincia dal canzonier dell’amore.

Io non so se sia vero ciò che uno scrittor francese racconta, che

il governo austriaco vietasse certa volta in Milano la recita della

canzone all’Italia; ma, se lo fece, certo che n’ebbe ragione, benché

oramai fosse tardi.

Ma il poeta, se fu sempre costante nel proseguire l’ideale d’Italia in

tutti gli avvenimenti, in tutte le guerre, in tutte le rivoluzioni che

empierono l’età sua, non predicò già sempre la concordia e la pace:

la concordia doveva essere nel fine, non la pace nei mezzi. Giovanni

ventesimosecondo pontefice e Filippo di Francia aiutano dell’autorità

loro e delle armi l’avventuriere Giovanni di Boemia; e il Petrarca, che

pur viveva alla corte di Avignone, manda alla patria l’avvertimento,

che poi nel coro del Carmagnola fu soltanto ricordo storico, come

intanto dalle vette dell’Alpi lo straniero misuri con animo avaro le

ricche nostre campagne:

sublimis ab Alpe

Ille minax animo iam praemetitur avaro

Ditia rura procul.

Chi non ricorda la canzone al senatore di Roma, ove il poeta avvolgendo

le mani entro i capelli dell’Italia le schiera cosí tragicamente

davanti le memorie della grandezza antica e le imagini della miseria

presente? Chi non ricorda la canzone indirizzata ai signori che

guerreggiavano intorno Parma nel 1344, la canzone lacrimosa ed

ardente ove l’odio agli stranieri ha cosí feroci gli accenti, e

cosí tenera espressione l’amore alla patria; la canzone che da una

parte rapisce i cittadini ad abbracciarsi, dall’altra ad uccidere?

E quando Cola di Rienzo co ’l suo scettro di tribuno raccoglieva

intorno a sé in Campidoglio i messaggeri di tutte le città italiane,

il Petrarca veramente credé il vóto di tutti i suoi giorni fosse alfin

per adempiersi. E lasciò la corte e Avignone, e dimenticò l’amore,

e fu ingrato ai Colonna: non vide piú, non pensò piú che Italia e

Roma: egli, che tre anni prima avea invocato pace pace pace, predicò

l’esterminio e la guerra; l’esterminio dei faziosi feudali, la guerra

alla guerra civile. Egli aveva, si può dire, congiurato col tribuno:

v’ha qualche sua lettera a Cola d’innanzi il 1347, in cui vampeggia

tra il secreto mistico la cupa ardenza d’un iniziato, d’un cospiratore

italiano delle generazioni a noi prossime. «Quando ripenso, egli

scrive, il gravissimo e santo discorso che mi tenesti l’altr’ieri su la

porta di quell’antica chiesa, parmi d’avere udito un oracolo sacro, un

dio, non un uomo. Cosí divinamente deplorasti lo stato presente, anzi

lo scadimento e la ruina, della repubblica; cosí a fondo mettesti il

dito della tua eloquenza nelle nostre piaghe; che, ogni qual volta il

suono di quelle tue parole mi ritorna alle orecchie, me ne cresce il

dolore all’animo, me ne sale la tristezza agli occhi; e il cuore che,

mentre tu parlavi, ardeva, ora, mentre pensa, mentre ricorda, mentre

prevede, si scioglie in lacrime, non già femminee, ma virili, ma d’uomo

che all’occasione oserà qualche cosa di pietoso secondo il potere

a difensione della giustizia. E se anche per addietro io era co ’l

pensiero teco sovente, dopo quel giorno son teco piú che sovente; e ora

dispero, ora spero, ora ondeggiando tra speranza e timore dico in me

stesso: Oh se fosse mai! oh se avvenisse a’ miei giorni! oh se anch’io

fossi a parte di sí grande impresa, di tanta gloria! E poi rivoltomi

al Crocefisso esclamo con voce mesta e con occhi molli di pianto: O

Gesú buono e troppo mansueto, che è ciò? Sorgi: perché dormi? Vedi cose

che patiamo, e da chi! vedi cose che si fanno da’ nemici tuoi sotto

lo scudo del tuo nome!» E cotesti nemici di Gesú, voi intendete bene

quali, Francesco Petrarca li sfolgorò con tanta ardenza di collera,

che i riformatori del secolo decimosesto crederono potere annoverarlo

tra i lor precursori. Né favori né timori né rispetti lo vinsero. Il

poeta della pace diventa, nel conspetto della corte romana, rabbioso:

il poeta dell’amore pudico getta, nel descrivere le vergogne dei

prelati, ogni vergogna. Nelle epistole senza titolo il suo stile latino

vigoreggia di nuova potenza: le frasi si accendono d’una maligna luce

sulfurea: vampe d’inferno lingueggiano lambendo le sozze imagini; e

Satana (la sola volta che il poeta lo nomini) Satana presiede e governa

ridendo il sabbato dei cardinali.

Ma il tribuno fu poi troppo minore di sé e delle speranze dell’amico,

e i signori d’Italia vendevano e barattavano quelle città che a mente

del poeta avrebbon dovuto liberare e congiungere e si afforzavano di

quei mercenari stranieri alla cui cacciata avrebbon dovuto accordarsi,

e ai vóti di pace il doge Dandolo rispondeva correggendo all’orator

cittadino un errore di geografia, Genova rispondeva con nuove

battaglie. Onde negli anni maturi il Petrarca riponea e rivolgeva,

quasi sfiduciato dei signori italiani, altre speranze nell’imperatore

Carlo quarto, e sollecitava il ritorno dei pontefici a Roma. Né già

la chiesa e l’impero potevano allora idealmente essere esclusi dalla

constituzione d’Italia: ma il Petrarca anche, scrivendo ammonimenti e

rimproveri a Carlo, gli rammentava l’Italia essere grande e rimanere la

stessa pur senza lui, e della restituzione della santa sede trattava

come di una ricongiunzione di Roma all’Italia. Del resto co ’l suo

occhio di vate ei vedeva per entro l’avvenire: «le due luci del mondo,

scriveva, l’imperatore e il pontefice sono su l’estinguersi; le due

spade stanno per ispuntarsi». Intanto ei procacciava di levare piú alto

che potesse tra gli occasi delle due luci il nome e l’idea d’Italia.

La quale, chi la consideri com’era in effetto nel secolo decimoquarto

e come la vagheggiava per l’avvenire il Petrarca, può essere comparata

in imagin sensibile al domo di Milano fondato a punto da un amico del

poeta, da Giovan Galeazzo, il primo signore che pensasse alla corona

italica: una selva di guglie che, diverse nella postura nel punto di

movenza nella grandezza nell’altezza, e ciascuna con la sua base il suo

tabernacolo i suoi ornamenti e il suo santo per sé, congiurano nulla

di meno tutte a una varia allegra fantastica unità: sta su tutte piú

snellamente aerea e splendida d’oro la guglia che sostiene la Vergine;

e questa, se ai vicini non pare dispiccarsi tanto su le altre e tra le

altre, apparisce ai lontani solenne e sublime dominatrice dell’immenso

e leggiadro tempio tutto e solo fatto per lei.

Tra le contraddizioni cagionate per grandissima parte dalla condizione

dei tempi, tra le indeterminazioni provenute dalla natura stessa

del poeta, questo di aver posto su la cima dell’ideale del popolo

italiano il concetto e il nome d’Italia nazione, questo è glorioso

e incontestabile merito del Petrarca verso la patria. La politica

sua, nella parte pratica e secondo allora moderna, che fu in somma la

glorificazione classica delle signorie repubblicane, rimase sommersa

per sempre dalla invasione straniera del 1494, piú ancora che non fosse

infranta dalla politica ferrea del Machiavello. Ma l’ideale restò. Che

anzi un oscuro cronista romagnolo descrivendo il danno dell’invasione

ricorda e commenta con voce di dolore la canzone profetica del Petrarca

a rimproverio dei signori d’Italia, e con i versi augurali di essa

canzone Nicolò Machiavelli conchiude il libro del principe. E ci sono

del Petrarca certi altri versi che dalla stessa loro indeterminatezza

paiono predestinati a divinare, a segnare, a simboleggiare, fuor della

rigida delimitazione delle parti, nel significato piú largamente e

universalmente nazionale, certi momenti, certi avvenimenti, certe idee

concettuali della rigenerazione d’Italia. La imagine del «cavalier che

Italia tutta onora» il quale ha da sedere su ’l monte Tarpeo «pensoso

piú d’altrui che di se stesso», se fin dal secolo decimoquinto, come

attesta il Machiavelli, attrasse e ispirò fino alla morte la gentile

anima di Stefano Porcari, fu poi cercata dall’Italia sempre con occhi

dolorosi dall’aspettazione; e chi la vide e la vede in uno, e chi in

altro; ma il fatto è che a sicurezza di civiltà e di pace è necessario

che in Campidoglio questo cavaliere laico ci sia. Che se per lungo

tempo l’Italia ridomandò pur sempre in vano a’ suoi reggitori,

Che fan qui tante peregrine spade?

quelli altri versi cosí romanamente feroci come non fece di simili

Dante,

Cesare taccio che per ogni piaggia

Fece l’erbe sanguigne

Di lor vene ove il nostro ferro mise,

paiono prenunziare fin nel suono rotto e anelante le cariche alla

baionetta di Varese e di san Martino; a quel modo che gli augurali,

Virtú contra furore

Prenderà l’armi, e fia ’l combatter corto,

Ché l’antico valore

Negl’italici cor non è ancor morto,

paiono incoronare della luce dell’inno i combattimenti popolari di

Genova, di Milano, di Brescia, di Bologna, di Roma. Né tali memorie,

io credo, soneranno spiacevoli agli onorandi citadini d’altre nazioni

che convennero a questa festa italiana: essi san troppo bene, e i loro

annali lo attestano, che, mentre lo straniero occupa il suol della

patria, l’odio è pietà, civiltà la battaglia.

Pagine di storia letteraria · 第 60 / 157 题