Scrittore latino, il Petrarca guerreggiò apertamente il medio evo;
vero padre del Rinascimento, non solo perché promosse la ricerca degli
antichi autori per tutte le città d’Italia e in Francia in Germania
in Spagna in Inghilterra, non solo perché trasse di Grecia Omero
e lo restituí all’occidente, ma piú perché rese laico il latino di
sacerdotale che era. Conversando nella lingua di Cicerone con gente
d’ogni parte dell’Europa, e per ogni parte dell’Europa meravigliata
di quella classica novità di stile disseminando le sue epistole e
i trattati ed i carmi; congiunse le nazioni occidentali, annodate
prima dalla teologia, con un vincolo nuovo, il vincolo filosofico e
letterario: fondò, nell’Europa soggetta ancora ai poteri ecclesiastico
e feudale, una nuova potenza, fuor della chiesa e dello stato, tutta
morale, tutta moderna, la repubblica delle lettere.
Né all’antichità egli richiese pur la retorica e l’erudizione, ma ne
ricercò come uom vivo la vita. Nella storia del popolo romano non vide
piú, come già Dante e gli scolastici, una serie di predestinazioni
provvidenziali, di mitiche adombrazioni d’una futura città di Dio;
e fu un gran passo: volle anche secernere, secondo il poter suo,
dalle preoccupazioni tradizionali il vero storico, del quale mostrò
d’intender bene il valore, presentendo l’età critica; se non che restò
vinto ben presto dall’ammirazione e dall’amore. Poeta, e attratto di
continuo verso l’ideale da un istinto generoso di perfezionamento,
egli adorò nei personaggi romani altrettanti esempi di nature umane
divinamente dotate e nella maggior dignità constituite: adorò nella
romana storia la piú poderosa manifestazione della civiltà umana; e
di quella umanità e civiltà ammirò negli scrittori la espressione piú
pura e piú degna; e voleva vivere di quella lor vita, tanto da scrivere
ad essi come a contemporanei. Dalla quale tornando al presente, e
paragonando quello splendore delle forme antiche alle condizioni
sociali e letterarie del tempo suo, ne prendeva in maggior abominio
il medio evo e i suoi coetanei che glie lo rappresentavano: — paion
vivi, ei diceva, e respirano, ma già son fatti cadaveri puzzolenti —;
perocché ei riponeva il suo ideale nell’avvenire. E questo è che piú
l’onora: ei non rifuggiva al passato per distendervisi e giacere, ma
per ispiccare indi piú agile e sicuro il volo verso un’età nuova. Le
opere sue sono piene di augurii: egli ha la fede del Rinascimento,
e vede prossimi giorni migliori, nei quali l’Italia trionferà da per
tutto, e le antiche virtú rifioriranno e con le virtú la dottrina e le
arti, e l’eloquenza occuperà di nuovo i rostri il fòro il senato, e la
poesia splendida, morale, benefica, consolerà di luce sovrumana quegli
uomini felici. In quei giorni ei vorrebbe vivere, e rivolgendosi alla
sua Africa la prega di ringiovanire quando prima rifulgerà l’alma luce
della poesia ed una età migliore ai buoni:
Tunc iuvenesce, precor, cum iam lux alma poësis
Commodiorque bonis cum primum adfulserit aetas.
Di sí fatto ideale dové il Petrarca esser da vero e profondamente
penetrato, se poté cosí efficacemente rifletterlo sopra il suo secolo
e farsene venerare come autore egli stesso del Rinascimento che
vaticinava. Torna a mente il mito d’Orfeo, quando vediamo non tanto i
re di Napoli e di Francia ammirati e stupiti innanzi a quest’uomo, e
l’imperatore e i pontefici corteggiarlo, ma, che è piú, i traditori i
rissosi i sanguinolenti i bestiali signori d’Italia ammansati intorno
a lui, e l’immane Barnabò Visconti volerlo padrino del suo figliuolo, e
Galeazzo, quel delle quaresime, carezzarlo. Ma piú volentieri ammiriamo
la pronta e lieta conversione del popolo italiano alla religione della
dottrina e al culto dell’ingegno, quando leggiamo di poveri maestri
ciechi che appoggiati alla spalla de’ figliuoli corron dietro al poeta
laureato da un capo all’altro della penisola, di artefici che mettono
a porpora e ad oro le camere per riceverlo. E quando leggiamo come i
giovinetti delle piú superbe famiglie baronali lo scorgessero vestiti
di rosso in Campidoglio, e come le mani dei Savelli dei Conti degli
Annibaldi incallite dal maneggio della partigiana nelle battaglie
civili si gloriassero di agitargli intorno corone di fiori, e i Colonna
e gli Orsini si trovassero d’accordo un sol giorno per deporre la
ghirlanda d’alloro su ’l capo di questo figlio d’un notaio fiorentino,
e il popolo salutarlo col grido — Viva il poeta, viva il Campidoglio!
— e il poeta rispondere — Viva il popolo romano, e che Dio lo mantenga
con libertà! —; allora ci pare che un raggio dell’antica gloria
illumini cotesta Roma ruinosa, la quale ringentilisce celebrando in
Campidoglio la sacra del Rinascimento; allora ci pare che l’Italia sia
veramente la patria degna di Francesco Petrarca.
Ma nell’ideale complesso del Rinascimento un concetto e un affetto
spiccavano tra tutti gli altri dinanzi alla mente e al cuore del
Petrarca: il concetto e l’affetto dell’Italia. Nato esule, trasportato
fanciullo da luogo a luogo, e presto oltre l’Alpi, vissuto lungi dalle
parti e dalle magistrature, la fiera tenerezza che gli altri italiani
avevano per il loro comune o per il simbolo di lor parte, ei la diè
tutta al nome d’Italia. L’Italia ei cominciò ad amarla nei libri di
Virgilio di Cicerone di Livio, grande, vittoriosa, una: ma, come il
Rinascimento non è l’antichità, sí bene ha una novità sua organicamente
mista d’antico, cosí l’Italia del Petrarca non è l’Italia romana,
per quanto molto ne ritenga. Fiorito nell’età dei signori, egli
ne comprese l’intendimento ed il fine; che era la dittatura contro
le parti guelfa e ghibellina, dittatura che assicurasse ai popoli
la pace, la concordia, il termine della guerra civile. Ma cotesto
intendimento non oltrepassava le mura della città, i confini dello
stato del signore; ora il Petrarca lo allargò; e, come Dante gridava
la guerra anche dei tiranni contro i guelfi per ristorare la maestà
dell’impero, cosí egli gridò la pace tra i signori per respingere ogni
ingerenza di armi e dominazioni straniere, per restituire in potestà
di sé entro i suoi naturali confini la nazione latina che ha per capo
Roma. La sentenza del Foscolo che per fare l’Italia bisogna disfare le
sette, i vóti del 1847 per la unione dei principi italiani, la tregua
e la trasformazione delle parti nella Società nazionale d’avanti il
1859, erano già i vóti la sentenza la politica del Petrarca nel secolo
decimoquarto. Quando il principe di Metternich disse l’Italia essere
una espressione geografica, non avea capito la cosa; ella era una
espressione letteraria, una tradizione poetica. Quell’oblio o quella
condanna delle parti nella terra dei guelfi e dei ghibellini, quella
concordia predicata nella terra delle mille e mille guerre municipali,
fu veramente una nobil poesia che incomincia dal canzonier dell’amore.
Io non so se sia vero ciò che uno scrittor francese racconta, che
il governo austriaco vietasse certa volta in Milano la recita della
canzone all’Italia; ma, se lo fece, certo che n’ebbe ragione, benché
oramai fosse tardi.
Ma il poeta, se fu sempre costante nel proseguire l’ideale d’Italia in
tutti gli avvenimenti, in tutte le guerre, in tutte le rivoluzioni che
empierono l’età sua, non predicò già sempre la concordia e la pace:
la concordia doveva essere nel fine, non la pace nei mezzi. Giovanni
ventesimosecondo pontefice e Filippo di Francia aiutano dell’autorità
loro e delle armi l’avventuriere Giovanni di Boemia; e il Petrarca, che
pur viveva alla corte di Avignone, manda alla patria l’avvertimento,
che poi nel coro del Carmagnola fu soltanto ricordo storico, come
intanto dalle vette dell’Alpi lo straniero misuri con animo avaro le
ricche nostre campagne:
sublimis ab Alpe
Ille minax animo iam praemetitur avaro
Ditia rura procul.
Chi non ricorda la canzone al senatore di Roma, ove il poeta avvolgendo
le mani entro i capelli dell’Italia le schiera cosí tragicamente
davanti le memorie della grandezza antica e le imagini della miseria
presente? Chi non ricorda la canzone indirizzata ai signori che
guerreggiavano intorno Parma nel 1344, la canzone lacrimosa ed
ardente ove l’odio agli stranieri ha cosí feroci gli accenti, e
cosí tenera espressione l’amore alla patria; la canzone che da una
parte rapisce i cittadini ad abbracciarsi, dall’altra ad uccidere?
E quando Cola di Rienzo co ’l suo scettro di tribuno raccoglieva
intorno a sé in Campidoglio i messaggeri di tutte le città italiane,
il Petrarca veramente credé il vóto di tutti i suoi giorni fosse alfin
per adempiersi. E lasciò la corte e Avignone, e dimenticò l’amore,
e fu ingrato ai Colonna: non vide piú, non pensò piú che Italia e
Roma: egli, che tre anni prima avea invocato pace pace pace, predicò
l’esterminio e la guerra; l’esterminio dei faziosi feudali, la guerra
alla guerra civile. Egli aveva, si può dire, congiurato col tribuno:
v’ha qualche sua lettera a Cola d’innanzi il 1347, in cui vampeggia
tra il secreto mistico la cupa ardenza d’un iniziato, d’un cospiratore
italiano delle generazioni a noi prossime. «Quando ripenso, egli
scrive, il gravissimo e santo discorso che mi tenesti l’altr’ieri su la
porta di quell’antica chiesa, parmi d’avere udito un oracolo sacro, un
dio, non un uomo. Cosí divinamente deplorasti lo stato presente, anzi
lo scadimento e la ruina, della repubblica; cosí a fondo mettesti il
dito della tua eloquenza nelle nostre piaghe; che, ogni qual volta il
suono di quelle tue parole mi ritorna alle orecchie, me ne cresce il
dolore all’animo, me ne sale la tristezza agli occhi; e il cuore che,
mentre tu parlavi, ardeva, ora, mentre pensa, mentre ricorda, mentre
prevede, si scioglie in lacrime, non già femminee, ma virili, ma d’uomo
che all’occasione oserà qualche cosa di pietoso secondo il potere
a difensione della giustizia. E se anche per addietro io era co ’l
pensiero teco sovente, dopo quel giorno son teco piú che sovente; e ora
dispero, ora spero, ora ondeggiando tra speranza e timore dico in me
stesso: Oh se fosse mai! oh se avvenisse a’ miei giorni! oh se anch’io
fossi a parte di sí grande impresa, di tanta gloria! E poi rivoltomi
al Crocefisso esclamo con voce mesta e con occhi molli di pianto: O
Gesú buono e troppo mansueto, che è ciò? Sorgi: perché dormi? Vedi cose
che patiamo, e da chi! vedi cose che si fanno da’ nemici tuoi sotto
lo scudo del tuo nome!» E cotesti nemici di Gesú, voi intendete bene
quali, Francesco Petrarca li sfolgorò con tanta ardenza di collera,
che i riformatori del secolo decimosesto crederono potere annoverarlo
tra i lor precursori. Né favori né timori né rispetti lo vinsero. Il
poeta della pace diventa, nel conspetto della corte romana, rabbioso:
il poeta dell’amore pudico getta, nel descrivere le vergogne dei
prelati, ogni vergogna. Nelle epistole senza titolo il suo stile latino
vigoreggia di nuova potenza: le frasi si accendono d’una maligna luce
sulfurea: vampe d’inferno lingueggiano lambendo le sozze imagini; e
Satana (la sola volta che il poeta lo nomini) Satana presiede e governa
ridendo il sabbato dei cardinali.
Ma il tribuno fu poi troppo minore di sé e delle speranze dell’amico,
e i signori d’Italia vendevano e barattavano quelle città che a mente
del poeta avrebbon dovuto liberare e congiungere e si afforzavano di
quei mercenari stranieri alla cui cacciata avrebbon dovuto accordarsi,
e ai vóti di pace il doge Dandolo rispondeva correggendo all’orator
cittadino un errore di geografia, Genova rispondeva con nuove
battaglie. Onde negli anni maturi il Petrarca riponea e rivolgeva,
quasi sfiduciato dei signori italiani, altre speranze nell’imperatore
Carlo quarto, e sollecitava il ritorno dei pontefici a Roma. Né già
la chiesa e l’impero potevano allora idealmente essere esclusi dalla
constituzione d’Italia: ma il Petrarca anche, scrivendo ammonimenti e
rimproveri a Carlo, gli rammentava l’Italia essere grande e rimanere la
stessa pur senza lui, e della restituzione della santa sede trattava
come di una ricongiunzione di Roma all’Italia. Del resto co ’l suo
occhio di vate ei vedeva per entro l’avvenire: «le due luci del mondo,
scriveva, l’imperatore e il pontefice sono su l’estinguersi; le due
spade stanno per ispuntarsi». Intanto ei procacciava di levare piú alto
che potesse tra gli occasi delle due luci il nome e l’idea d’Italia.
La quale, chi la consideri com’era in effetto nel secolo decimoquarto
e come la vagheggiava per l’avvenire il Petrarca, può essere comparata
in imagin sensibile al domo di Milano fondato a punto da un amico del
poeta, da Giovan Galeazzo, il primo signore che pensasse alla corona
italica: una selva di guglie che, diverse nella postura nel punto di
movenza nella grandezza nell’altezza, e ciascuna con la sua base il suo
tabernacolo i suoi ornamenti e il suo santo per sé, congiurano nulla
di meno tutte a una varia allegra fantastica unità: sta su tutte piú
snellamente aerea e splendida d’oro la guglia che sostiene la Vergine;
e questa, se ai vicini non pare dispiccarsi tanto su le altre e tra le
altre, apparisce ai lontani solenne e sublime dominatrice dell’immenso
e leggiadro tempio tutto e solo fatto per lei.
Tra le contraddizioni cagionate per grandissima parte dalla condizione
dei tempi, tra le indeterminazioni provenute dalla natura stessa
del poeta, questo di aver posto su la cima dell’ideale del popolo
italiano il concetto e il nome d’Italia nazione, questo è glorioso
e incontestabile merito del Petrarca verso la patria. La politica
sua, nella parte pratica e secondo allora moderna, che fu in somma la
glorificazione classica delle signorie repubblicane, rimase sommersa
per sempre dalla invasione straniera del 1494, piú ancora che non fosse
infranta dalla politica ferrea del Machiavello. Ma l’ideale restò. Che
anzi un oscuro cronista romagnolo descrivendo il danno dell’invasione
ricorda e commenta con voce di dolore la canzone profetica del Petrarca
a rimproverio dei signori d’Italia, e con i versi augurali di essa
canzone Nicolò Machiavelli conchiude il libro del principe. E ci sono
del Petrarca certi altri versi che dalla stessa loro indeterminatezza
paiono predestinati a divinare, a segnare, a simboleggiare, fuor della
rigida delimitazione delle parti, nel significato piú largamente e
universalmente nazionale, certi momenti, certi avvenimenti, certe idee
concettuali della rigenerazione d’Italia. La imagine del «cavalier che
Italia tutta onora» il quale ha da sedere su ’l monte Tarpeo «pensoso
piú d’altrui che di se stesso», se fin dal secolo decimoquinto, come
attesta il Machiavelli, attrasse e ispirò fino alla morte la gentile
anima di Stefano Porcari, fu poi cercata dall’Italia sempre con occhi
dolorosi dall’aspettazione; e chi la vide e la vede in uno, e chi in
altro; ma il fatto è che a sicurezza di civiltà e di pace è necessario
che in Campidoglio questo cavaliere laico ci sia. Che se per lungo
tempo l’Italia ridomandò pur sempre in vano a’ suoi reggitori,
Che fan qui tante peregrine spade?
quelli altri versi cosí romanamente feroci come non fece di simili
Dante,
Cesare taccio che per ogni piaggia
Fece l’erbe sanguigne
Di lor vene ove il nostro ferro mise,
paiono prenunziare fin nel suono rotto e anelante le cariche alla
baionetta di Varese e di san Martino; a quel modo che gli augurali,
Virtú contra furore
Prenderà l’armi, e fia ’l combatter corto,
Ché l’antico valore
Negl’italici cor non è ancor morto,
paiono incoronare della luce dell’inno i combattimenti popolari di
Genova, di Milano, di Brescia, di Bologna, di Roma. Né tali memorie,
io credo, soneranno spiacevoli agli onorandi citadini d’altre nazioni
che convennero a questa festa italiana: essi san troppo bene, e i loro
annali lo attestano, che, mentre lo straniero occupa il suol della
patria, l’odio è pietà, civiltà la battaglia.