Ma oggimai l’Italia può compiacersi in ricordanze piú umane. La mattina
del 22 maggio 1341, Francesco Petrarca, recente della coronazione,
entrava a cavallo in Parma tra le armi dei fratelli da Correggio che
insieme co ’l popolo francarono la città dalla mala signoria degli
Scaligeri: la vittoria era lieta, e grandi le speranze; e il laureato
d’Italia intonò l’epinicio della libertà. È un momento, unico nella
vita del poeta e nella storia della nostra antica poesia, un momento
in cui l’Italia prende sembianza quasi greca e la figura di Alceo par
risorgere e l’anima ardente della lirica eolia trascorrere sur una
città lombarda: ma fu pur troppo un momento. A ogni modo, resta la
canzone «lunge da’ libri nata in mezzo l’arme», e della canzone restano
eternamente memorabili questi versi:
Libertà, dolce e desiato bene,
Mal conosciuto a chi tal or no ’l perde,
Quando gradita al buon mondo esser dêi!
Da te la vita vien prospera e verde,
Per te stato gioioso si mantene
Ch’ir mi fa simigliante agli alti dèi.
I quali versi paragonando a quelli danteschi ove la libertà catoniana,
per cui si rifiuta la vita, è fatta simbolo della liberazione
spirituale dal peccato, ne apparisce tutta intiera la differenza
delle due età e delle due poesie. Per la prima la libertà si acquista
con la morte, per la seconda ella è principio di vita. E quanto
non è gloriosa nel poeta meno antico quella affermazione dell’io,
che dinanzi alla feudalità e alla teologia conspiranti a domare e
macerare la personalità, si rileva nella pienezza delle facoltà sue
e nel libero espandersi di quelle sente la felicità e la dignità! In
cotesta nobilitazione, in cotesta deificazione dell’umano, il Petrarca
poeta di Laura si accorda al Petrarca scrittore latino e filosofo. Il
Rinascimento è inaugurato; ma il Petrarca cittadino ne vagheggia la
piú prossima manifestazione, la forma piú cara, nella Italia liberata,
pacificata, riunita.
E noi, o padre nostro glorioso, ti ringraziamo, reverenti e superbi
che tu nobilitassi di sí alti sensi sí presto la nostra lingua.
Dormi, dormi, o poeta, in questo lembo della sacra penisola, dove le
memorie antichissime si congiungono alle glorie nuove, come nell’arte
e negli amori tuoi la poesia latina si congiunse alla toscana e Roma
all’Italia. Qui, dove fuggendo lo strepito delle corti amasti passare
gli ultimi anni della bene spesa tua vita tra il popolo; qui, dove
la morte gentile che avevi meritato, la morte di Pindaro, la greca
Eutanasía, reclinò sfiorandolo d’un bacio il tuo capo stanco su ’l
volume del poeta a te prediletto, del poeta di Roma e della gentilezza
eroica; qui, tra questi colli miti e sereni e pure alti, come la tua
poesia, come l’anima tua, altri posteri verranno in altri tempi a
onorare il tuo nome e la tomba; e saranno per avventura piú felici
e piú forti che noi non siamo. Imperocché la tua Italia, o Francesco
Petrarca, promovendo, difendendo, estendendo in tutto e per tutto la
libertà, si farà sempre piú degna di te e de’ suoi grandi maggiori.