II.

Il Petrarca, come poeta italiano, se allontanasi dall’antichità

ch’ei proseguí in tutte le altre opere sue, non allontanasi meno

dal medio evo. Co’ suoi predecessori lirici di Provenza e d’Italia

ha comuni sol l’argomento l’occasione e alcuni abiti esterni: del

resto, la sua poesia non è la canzone di consuetudine cavalleresca

di Borneil e del Daniello, non è la canzone scolastica o la ballata

popolare del Cavalcanti, non è la nuova canzone mistica o allegorica

dell’Allighieri. Questo giovine, che erra solo e pensoso pe’ i campi,

evitando le vestigia degli uomini e, come l’omerico Bellerofonte,

divorandosi il cuore, non ha che fare nelle sale feudali e co’

sollazzi dei trovatori; anzi assomiglia già un poco al Werther. È

uscito per tempo dalle logge eleganti e severe, ma troppo rinserrate,

della scuola di Bologna e di Firenze, e par che mostri un principio

delle irrequietudini di Aroldo, quest’uomo, il quale si aggira per la

Francia, per il Belgio, per la Germania, su l’oceano britannico, su

le coste di Spagna, per tutte le città d’Italia, comincia una canzone

in un castello della campagna romana e la finisce forse su le rocce

d’Irlanda, prende a scrivere un poema latino in Valchiusa e lo riprende

in Selvapiana, coglie, come fiori silvestri, sonetti a’ pié dei faggi

delle Ardenne, e ama spargerli come foglie di rose su le navigate

correnti del Reno, del Po, del Rodano, della Durenza. Questo poeta

che, nel fiore della gioventú, tra le lusinghe della fama e dell’amore,

lascia un bel giorno lo strepito d’Avignone per l’aspra solitudine di

Valchiusa, si fa romito per piú securamente scrutare tutti i seni del

suo cuore ammalato, per inseguire a suo bell’agio con triste voluttà

nello specchio della natura eternamente vario i fantasmi dell’amor suo

e delle sue malinconie; questo poeta, dico, non è un eremita della

Chiesa, e ha qualche lontana somiglianza con Oberman e con Renato.

Certo che non bisogna spingere troppo oltre tali paragoni, i quali

non ho posti io: vogliam dire soltanto, che il Petrarca fu primo a

sentire e a fare quel che i poeti antichi non fecero, quel che il

cristianesimo non permetteva se non a fine d’ascetica mortificazione,

a sentire cioè che ogni anima d’individuo può avere una storia come la

società umana, che in ogni ora della vita può svolgersi un poema, che

un piccolo e intimo avvenimento, se ha lunga eco in un cuore umano, può

averla nella lirica: vogliam dire che il Petrarca fu primo a denudare

esteticamente la sua coscienza, a interrogarla, ad analizzarla; e ciò

facendo avvertí, quel che è il significato vero e profondo della sua

elegia, il dissidio tra l’uomo finito e le sue aspirazioni infinite,

tra il sensibile e l’ideale, tra l’umano e il divino, tra il pagano e

il cristiano.

Ma il Petrarca non si sgomentò, e cominciò a svolgere gentilmente

l’umano dalle fasce teologiche nelle quali lo aveva stretto il medio

evo, lo sollevò e ricreò da quelli annegamenti del divino a cui

la mistica lo abbandonava. Prima di lui, all’infuori dell’epopea,

nazionale di natura sua e sociale, l’arte era tra due termini o,

meglio, tra due precipizi, la santità e il peccato, lo sfinimento

ascetico e la materialità grossolana: in mezzo, brutto e pericoloso

ponte, la convenzione o cavalleresca o scolastica. Il Petrarca sentí

che la natura non è condannata, che non è abominazione quello che

umanamente si agita in un petto d’uomo, che il bello è bene, che la

vita ha il suo ideale, che l’anima si nobilita da sé idealizzando

se stessa; e fuor delle convenzioni e dei compromessi, levò, come

il sacerdote l’ostia, il suo cuore al dio dei cristiani, cantando:

Benedici.

Il tremore religioso e il dissidio rimangono pur sempre in quella

poesia, aggiungendole una grazia una tristezza una verità tutta sua;

ma in somma l’essenza del canzoniere è questa: il poeta, da una parte,

nobilitando a mano a mano la sua passione, idealizza il sensibile,

indía l’umano; dall’altra, non dico che abbassi, ma accosta a noi il

divino, lo mette a parte dei nostri sentimenti, lo umanizza. Cotesto,

incominciato dal Petrarca, fu il processo estetico del Rinascimento,

interrotto il quale dalla Riforma, il dissidio ricominciò piú stridente

e disperato: quindi il Werther e il Renato, quindi la poesia del Byron

e quella del Leopardi. Il Petrarca, tutto italiano d’ingegno e di

anima, sta in mezzo tra Virgilio e Raffaello.

Né Raffaello avrebbe dipinto la trasfigurazione ideale dell’umano

meglio di quello facesse il Petrarca nel personaggio di Laura. Dopo le

donne dei trovatori che han molto colore e non un’aria di viso, dopo

la teologale Beatrice che non ha né colore né viso, Laura risplende

e movesi nel canzoniere piú assai che niuna madonna nelle tavole di

Giotto. Le sue chiome bionde ondeggiano veramente ai venti d’aprile

sotto gli alberi in fiore: voi le vedete, e sentite fremerne il

piacere nella musica ondulata dei sonetti. Quando ella volge li occhi,

nelle strofe, che svolgendosi soavemente in un lento andar di vocali

accompagna e delinea il movimento, par che arda ancora il languido

incendio destato da quegli occhi innocenti. Ella siede alla nera ombra

delle querce, e l’aere intorno si accende di vaghe faville, e i fiori

si drizzano cercando le orme del bel piede e le forme leggiadre:

siede in riva al fiume nativo, e una pioggia di fiori neviga dagli

alberi, e fiori l’avvolgono tutta, ed errando per l’aere proclamano il

regno d’amore. E queste descrizioni, anche dopo le tante copie, son

sempre nuove, han l’alito fresco e odoroso della primavera, rendono

l’impressione stessa della natura, dopo tante maledizioni ascetiche,

dopo tanto mucido tanfo di chiostri monastici e di torrazzi feudali,

allegra d’essere riconsecrata nel sentimento della vita.

Ribenedetta cosí la natura, il poeta le disgombrò d’intorno quei

terrori che fecero infelice e goffo l’evo mezzano. Egli nomina a pena

e per circonlocuzione il demonio: direste che ignorasse l’inferno.

La morte, che empie della sua torpida ombra come di atmosfera propria

quella triste età; scheletro danzante, mostro rincagnato e sarcastico,

cadavere putrido e verminoso, negli affreschi, nei bassorilievi, nelle

leggende nei canti ecclesiastici e popolari; la morte nelle rime del

Petrarca torna ad essere la greca Eutanasía che scioglie, ristora,

addormenta: non ha piú simboli triviali né atti paurosi:

Allor di quella bionda testa svelse

Morte con la sua mano un aureo crine.

Il trànsito di Laura avviene in serena mestizia, senza querimonie

e disperazioni difformi, senza sbigottimenti. Cosí pensava la morte

Platone, cosí l’avrebbe cantata Sofocle sotto gli oliveti di Colono

o in riva all’Ilisso. Imagini di bellezza sono raccolte intorno

alla morente, imagini di splendore guizzano nei funebri versi: i piú

dolci e molli suoni della lingua italiana si temperano in una armonia

ineffabile che annunzia la quiete: la fiera terzina divien tenera

e cedevole come giacinto e asfodelo, per farsi letto alla dea del

canzoniere che muore:

Morte bella parea nel suo bel viso.

Intanto il paradiso dei domi bizantini, tutto pieno della grande e

rigida imagine dell’eterno padre, si apre alla dea del canzoniere;

e quella imagine enorme, non si sa come, scompare: il paradiso della

Divina Commedia, vasto deserto di luce teologica, ove i singoli spiriti

sono assòrti e perduti nelle mistiche configurazioni di ruote, di

aquile, di croci, di rose, tutto d’un tratto si ristringe, si limita,

si riempie di visioni leggiadre che rispecchian la terra. Gli angeli si

fanno intorno alla nuova venuta, non osannando, ma «pieni di meraviglia

e di pietate»; ed ella resta donna e

Si paragona pur coi piú perfetti;

non ha fretta di sprofondarsi nella visione beatifica e

ad or ad or si volge a tergo

Mirando s’io la seguo e par che aspetti.

E anche quando nei sogni ella rivela la sua beatitudine al poeta,

quanto non ha d’umano anzi di femminile cotesta beatitudine!

I’ son colei che ti dié tanta guerra,

è un vanto:

E compie’ mia giornata innanzi sera,

è un rammarico.

Te solo aspetto, e, quel che tanto amasti

E là giuso è rimaso, il mio bel velo:

a questo punto, fin nell’iperbato e nella cesura del verso scoppia la

concessione e la confessione dell’umano: Laura inchina con un tal suo

riso pudico la bionda testa verso questo pianeta ove donnescamente

fu bella e piacque, e il roseo e piccolo dito di lei steso tra il

paradiso e la terra, mentre segna il punto d’unione tra il naturalismo

e la idealità del poeta e l’unità d’azione delle due parti del

canzoniere, di quanto oh di quanto riaccosta a questo mondo il terzo

cielo dell’apostolo Paolo! Dinanzi a tale inaudita trasformazione del

paradiso dei Santi Padri intendiamo ciò che fu chiamato il tradimento

innocente fatto dal Petrarca al medio evo.

Se non che il poeta a quando a quando accorgevasi del tradimento;

e allora il dissidio tra l’uomo della grazia e l’uomo del mondo,

tra il cristiano ed il pagano, tra il medio evo e il rinascimento,

ricominciava. Né mai ebbe espressione piú viva di quello che

nell’ultima canzone, la piú bella poesia che mai sorgesse di cuore

cattolico alla Vergine. Qui il dissidio si accusa anche nella duplicità

della forma; ne’ due toni che si distinguono, nelle due correnti che

senza mescolarsi riempiono la canzone. È inno ed elegia: e nell’inno

tutto che la teologia disputò su la Vergine, tutto che i padri da

Agostino a Bernardo imaginarono a gloria di lei, tutti i titoli onde la

chiesa dei fedeli la invoca, sono resi in versi alti, solenni, gentili,

classicamente perfetti: nell’elegia un’onda di pianto trascorre davanti

a quel tempio cosí elegantemente inalzato, e travolge a piè della

Vergine tutto ciò che l’artefice ha amato e desiderato e patito, tutto

ciò che egli ricorda e téme. Inginocchiato nella sua cameretta d’Arquà

dinanzi alla madonna di Giotto, che poi lasciò magnifico e amichevol

dono al signore di Padova, ei rimembrava i bei giorni della gioventú,

dell’amore e della gloria, e sentendoli irrevocabilmente passati, gli

accusava di vanità e di peccato, tendendo la traccia al suo ultimo

rifugio, alla «Vergine dolce e pia». Ma a poco a poco nella santa

imagine vedea rifiorire e risplendere e confondersi i lineamenti di sua

madre Eletta e di Laura; e prorompeva,

Tre dolci e cari nomi hai ’n te raccolti

Madre, figliuola e sposa;

e avvertiva la madre di Dio,

Che se poca mortal terra caduca

Amar con sí mirabil fede soglio,

Che dovrò far di te cosa gentile?

E cosí dalla sorgente stessa della contrizione corre per quei versi

un’onda sí limpida, sí tersa, sí armoniosa di gioiti compiangimenti,

che il poeta non ne apparisce tanto pentito quanto forse vorrebbe: egli

guarda a Laura, e con qual passione!, in quella stessa che rivolge

l’amor suo alla Vergine. La quale io non ripeterò che nelle rime del

Petrarca sia convertita in una quasi Venere cristiana, come nei carmi

latini Cristo divenne Apollo: ma certo, la madonna petrarchesca è

diversa e lontana di molto dalla «mater dolorosa» di Jacopo da Todi

e dalla «donna del cielo» a cui Dante indirizzava il mistico inno per

bocca di San Bernardo. Come Afrodite alle invocazioni della poetessa

di Lesbo discendeva su ’l suo carro dimandando alla fanciulla — Chi ti

offende, o Saffo? — cosí, a certi passi della canzone del Petrarca,

credereste che la vergine di Iesse, confidente dei dolci segreti,

compassionevole alle pene con tanto lacrimoso fervore rappresentate,

fosse su ’l punto di staccarsi dalla tavola di Giotto per tergere le

lacrime del poeta cristiano. Il medio evo è veramente tradito.

Pagine di storia letteraria · 第 59 / 157 题